Anatomia della Divinazione - Esoterismo e Misteri

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Anatomia della Divinazione

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Anatomia della Divinazione



Divinazione e Magia


Per quanto frequentemente assimilate nel sentire comune, magia e divinazione sono due pratiche in realtà "epistemologicamente" assai differenti.
La divinazione, cioè il tentativo di prevedere ed in qualche misura di dominare il futuro, è stata una pratica diffusissima nelle culture di tutti i tempi. Ne troviamo traccia a partire dalle pitture preistoriche fino ai moderni oroscopi computerizzati. La troviamo legata a episodi fondamentali nella storia della cultura, come l'origine della scrittura ideografica cinese, che secondo le teorie più condivise deriverebbe dalle tecniche di interpretazione usate, per quel particolare metodo divinatorio, e che si sarebbe evoluto a partire dall'osservazione delle screpolature provocate dal fuoco sul guscio di alcune peculiari tartarughe. Se osserviamo i miti fondanti della nostra civiltà, dalla nascita di Roma alla fuga degli Ebrei dall'Egitto, dalla tragedia di Edipo alla conversione di Costantino, ritroviamo forme di divinazione, profezie e interrogazioni del futuro.
Non è affatto difficile capire le ragioni di una diffusione così universale: prevedere, o meglio convincersi di poter anticipare quello che accadrà risulta assai più consolante rispetto all'angoscia dei pericoli ignoti che l'uomo si è trovato ad affrontare in tutte le società e in tutte le epoche. Vi è poi l'altro tentativo più o meno illusorio, che consiste nello sforzo di modificare i dati di fatto, i rapporti di forza o gli eventi, eludendo il rapporto consueto di causa ed effetto, facendo leva su informazioni ricevute in anticipo sul piano temporale. Tale tentativo esula dalla componente divinatoria e si riversa in quella magica, in quanto mira a modificare con procedure "costrittive" la realtà esterna all'individuo. Anche nel Medioevo il confine tra magia e divinazione è scarsamente definito: lo stesso Isidoro di Siviglia (570 ca.- 636), nelle Etymologiae, un testo di riferimento che ebbe vita lunghissima, definì la magia e ne diede una breve introduzione storica ma, a parte il "praestigium", il suo elenco riguarda quasi esclusivamente tecniche divinatorie.
Insomma, divinazione e magia assumono forme diversissime ma rispondono ad un elementare e fondamentale bisogno, quello della sicurezza e della diminuzione dell'angoscia; e non importa molto se il risultato sia illusorio o reale, dato che la semplice credenza di poter conoscere il futuro o di riuscire a modificarlo magicamente ha un certo effetto positivo concreto e indubitabile: pensare di sapere dà sicurezza e infonde coraggio; l'alternativa è affrontare il pericolo e l'angoscia senza alcun aiuto.
Fra gli studiosi è ormai consolidata la consapevolezza di come le tecniche divinatorie si siano sviluppate a partire dall'osservazione di singoli aspetti della realtà, ciascuno dei quali era considerato sottoposto al dominio di una precisa divinità. Gli uomini dell'antichità, ritenendo che gli déi comunicassero con loro tramite segni e prodigi, si sono sforzati di interpretare e catalogare tali messaggi.
La caratteristica della divinazione fu, in origine, quella di un rito magico-religioso reso possibile in virtù dell'intervento di entità superiori e trascendenti. Il dialogo con tali entità era riservato alla casta sacerdotale e, nella maggior parte dei casi, lo stesso valeva per l'esercizio delle arti divinatorie.
Credo che queste premesse siano sufficienti a chiarire come la storia della divinazione sia intimamente legata alla dimensione spirituale; perciò solo conoscendo l'ambiente in cui si sono sviluppati miti, credenze e dottrine religiose è possibile comprendere i molti modi con cui vari popoli si sono rapportati, nel corso dei millenni, al piano soprannaturale. Non a caso il termine "divinazione", se ci si attiene all'etimologia latina, indica propriamente un atto, un'azione o un rito finalizzato ad interrogare una divinità o un'entità spirituale per conoscere i segreti del passato, del presente e del futuro o anche per ricevere istruzioni sul comportamento da tenere in una determinata circostanza.
Nel mondo greco le pratiche e le finalità della divinazione erano dette mantiké-téchne, "tecniche mantiche"; la definizione stessa suggerisce come i riti, svolti secondo regole e procedimenti ben definiti, avevano lo scopo di ottenere segni interpretabili in modo certo e, per quanto possibile, privi di ambiguità.
Alcune tecniche mantiche, inoltre, coincidono con le prime osservazioni sistematiche della natura e di alcuni fatti psichici particolarmente significativi: dai primi studi dei movimenti astrali nacque l'astronomia; la meteorologia affonda le radici nella divinazione basata sui presagi connessi ai fenomeni atmosferici; gli studi anatomici ebbero origine dalle dissezioni di animali compiute a scopo divinatorio; i millenari dibattiti sull'origine e il significato dei sogni sfociarono, alla fine del XIX sec., nelle geniali intuizioni di Sigmund Freud.
Certamente non si può affermare che esista una relazione diretta tra tutte le pratiche divinatorie e le moderne ricerche scientifiche, ma indubbiamente alcuni rami del nostro sapere devono la loro origine alle lunghe osservazioni e alle conseguenti riflessioni più o meno collegate alla divinazione e all'esperienza religiosa.
Volendo ulteriormente chiarire i due concetti possiamo dire che per "Divinazione" si intende la pratica o l'arte di interrogare, conoscere, rivelare; mentre "Mantica" designa la tecnica, il linguaggio di segni e simboli attraverso il quale si esprime l'atto divinatorio.
Le tecniche più diffuse sono oltre cento ma la più famosa, nella civiltà occidentale, è sicuramente la Cartomanzia, il cui principio si basa su un motto dell'alchimia: "Come sopra così sotto", intendendo il "sopra" come il grande universo metafisico, e il "sotto" come la realtà fisica del mondo materiale. Più semplicemente, il mosaico delle carte estratte, attraverso l'interpretazione dei simboli o delle allegorie in esse contenute e delle posizioni assunte, forniscono una visione più o meno approssimativa delle conseguenze derivanti dalle nostre scelte, suggeriscono indicazioni sul da farsi o su ciò che comunque accadrà qualunque cosa decidiamo di fare. Inoltre le carte divinatorie possono essere usate sia allo scopo di leggere un eventuale futuro che per svelare, a chi le studia, particolari aspetti di se stesso o degli altri.
I mazzi di carte impiegati a scopo divinatorio sono diversi ed eterogenei, sia per origine che per quantità di "semi" e di figure. Si va dalle comuni carte da gioco e dai vari mazzi di Sibille italiane, Sibille parigine Lenormand, carte Zigane diffuse nel mondo di lingua tedesca, per arrivare a un'infinita di mazzi di creazione più recente e studiati appositamente per tale uso. In alcuni casi vengono anche usate le carte Zener, sebbene siano state progettate per l'esercitazione della telepatia. In ogni caso il mazzo più utilizzato allo scopo divinatorio è costituito dai tarocchi di origine medievale composto da 78 carte.


Leggere il futuro


Ora che abbiamo affrontato le tematiche storiche concernenti la divinazione proviamo ad analizzare la questione divinatoria da un punto di vista leggermente diverso.
Supponiamo di partecipare ad una seduta divinatoria ove il tipo di mantica utilizzata non è poi molto rilevante, e di ricevere informazioni sul nostro futuro che, a distanza di tempo, si riveleranno veritiere.

Immaginiamo che la natura delle informazioni ricevute e successivamente verificate siano di precisione tale da non sollevare dubbi sulla loro genuinità: in sostanza, qualcuno la cui identità, per ora è irrilevante, ci ha rivelato elementi concernenti il futuro; accadimenti, situazioni, persone e dati che in quel preciso momento non erano ancora in essere.
Tutto ciò genera una situazione che può essere definita, senza timor di smentita, paradossale, e dovrebbe far sorgere una domanda che, tuttavia, in pochissime occasioni ho avuto modo di riscontrare: come può essere svelato un futuro che non esiste?

Se, come rilevato da filosofi, fisici, matematici ed esoteristi il tempo è solo una percezione dei nostri sensi, ma di fatto non esiste; se passato, presente e futuro non possono essere considerati sequenziali, ma coesistono in un eterno presente, da dove sono arrivate, seppur corrette, tali informazioni?!


L'enigma della temporalità


Una tra le più grandi sfide dell’uomo è, ancor oggi, quella di comprendere ciò che indica con il termine di “tempo”.
Nella realtà quotidiana nulla appare più misterioso e sfuggente del tempo; sembra la forza più grande ed inarrestabile dell'universo, che ci accompagna inesorabilmente dalla culla alla tomba.
Che cos'è dunque il tempo?
In molti, come abbiamo già detto, hanno cercato di dare una qualche risposta a questo interrogativo.

Il tempo si muove in una sola direzione, dando vita ad un presente in costante cambiamento?
Il passato esiste ancora da qualche parte?
Quanto il futuro è già determinato?
Nella fisica classica sia lo spazio che il tempo erano considerati come enti la cui esistenza rappresentava il presupposto fondamentale per l'esistenza stessa delle leggi fisiche.
Spazio e tempo furono considerati inizialmente enti assoluti
, cioè percepiti alla stessa maniera da tutti gli osservatori dell'universo conosciuto. Con l’evoluzione degli studi i due concetti si sono progressivamente relativizzati, fino a fondersi.
L'esistenza di un tempo assoluto dava modo di definire con precisione quali fossero le relazioni nell'evoluzione fisica dell'universo: ciò che accadeva prima, in qualsiasi punto dell'universo, avrebbe potuto influenzare ciò che accadeva dopo, in qualsiasi altro punto dell'universo.
La meccanica newtoniana prevedeva infatti che le interazioni a distanza, come ad esempio la forza gravitazionale, si propagassero istantaneamente con una velocità infinita. L'idea di un tempo assoluto, percepibile allo stesso modo da tutti gli osservatori e nettamente separato dalla nozione di spazio, è accettata senza alcuna variazione fino al concepimento della relatività ristretta, una riformulazione della meccanica classica ad opera di Albert Einstein nel 1905.
In questo modello di straordinaria chiarezza il tempo appariva come qualcosa di scontato: un mattone al pari dello spazio, un elemento primario.
Einstein lo fuse addirittura con lo spazio creando lo “spazio-tempo” a quattro dimensioni, dando vita ad una delle grandi rivoluzioni della fisica moderna:“la relatività”.
Nella “relatività” Einstein aveva eliminato il concetto Newtoniano di spazio e tempo assoluti. Era un concetto nuovo un po’ più difficile da comprendere a causa della riluttanza umana a riconoscere che il senso del tempo, come ad esempio quello del colore, è solo una nostra forma di percepire alcune cose che ci accadono attorno.

Il colore esiste solo a condizione che vi sia un occhio a recepirlo, così un istante, un’ora un giorno, sono indistinguibili senza degli eventi che li caratterizzino; quindi come possiamo identificare lo spazio quale possibile ordine di oggetti materiali, così il tempo è identificabile come un possibile ordine di avvenimenti.
Einstein spiegava la soggettività del tempo con queste parole: “Le esperienze di un individuo ci appaiono ordinate in una serie di singoli avvenimenti, che Noi ricordiamo apparire ordinati secondo il criterio di anteriore e posteriore. Esiste quindi per l’individuo un tempo suo proprio soggettivo che in se stesso non è misurabile”.
E’ possibile associare numeri ed eventi in modo tale che un numero maggiore sia associato ad un avvenimento posteriore, e possiamo quantificare questa continuità per mezzo di un orologio, che è solo uno strumento funzionale a contare lo scorrere di una serie di avvenimenti; per cui, mentre noi svolgiamo il nostro lavoro quotidiano, l'orologio atomico di Bonn, ad esempio, tiene il tempo terrestre.
Qualunque sia l'orologio che segna il tempo, esso rimane sempre e solamente un tempo soggettivo che il misuratore avverte in relazione all’ambiente in cui si trova a vivere.
Al contrario, i principi di meccanica quantistica, indicano che non esiste una successione di istanti, ma sia presente ogni possibile successione: ossia che, in qualche modo, tutti gli istanti e tutti i possibili avvenimenti siano presenti allo stesso tempo; siamo noi con la nostra mente che decidiamo che stato seguire e/o vivere.
In un articolo già pubblicato su un precedente numero di questa rivista ed intitolato
Le esperienze umane nello spazio e nel tempo abbiamo già affrontato ampliamente questo tema. Se avrete la pazienza di leggerlo ciò che seguirà vi apparirà più familiare.
Per avere un’idea appropriata della visione quantistica del tempo si deve ampliare la propria visione e pensare che tutti gli attimi possibili di tempo, tutte le forme possibili dell’universo sono presenti nello stesso momento. Non vi è più una pellicola da stendere come un filo, foto dopo foto, con un prima, un adesso ed un poi, ma il tutto è già presente e come lo sono tutti i dati di un film all'interno di un dvd.
Il punto di vista esoterico è ancora più radicale ed afferma che il mondo fisico si manifesta come un perenne divenire ma è, in realtà, un eterno essere.

In questo è certamente più accostabile al concetto “quantistico” che non a quello “classico”.
Ma come può esistere l'immutabilità in un universo in continua mutazione?
In che forma può sussistere ciò che per noi è il passato ed il futuro?
Come si può collocare il libero arbitrio in un mondo in cui già tutto esiste!
In questa concezione di Universo ove tutto esistente in una serie innumerevole di situazioni, come si può inserire il libero arbitrio, sia pure relativo, degli individui?
La prima evidente implicazione di questa teoria è che gli individui sono già tutti creati e sono legati da sempre a quelle che saranno le loro vite: ma dire che tutto esiste già, non significa dire che l'uomo non ha possibilità di scelta.
Tutto esiste già, ma in funzione ed in virtù delle scelte degli individui stessi. Chiunque opera una scelta, pur non seguendo un preciso programma, lo fa comunque all’interno di un “disegno” che è costituito sulla base di quelle che saranno sia le scelte effettuate che quelle scartate, svincolate da ogni limite di tempo. Sia le situazioni che l’uomo sceglie di vivere, che quelle a cui non si lega, esistono nella stessa identica maniera.
Se potessimo osservarle dall’esterno non sapremmo dire quale possibilità è stata accettata, poiché il soggetto è presente in tutte: solo colui che ha operato la scelta conosce intimamente quali sono stati i momenti a cui ha legato la propria esperienza.

Questo “Grande Disegno” che potremmo definire anche come il “Tutto” è costituito al fine di lasciare all'uomo un numero indefinito di possibilità di scelta ogni volta che si trovi ad operarne una; è proprio così che avviene la gestione delle sistematiche interazioni tra destino e libero arbitrio, dove il destino, semplicisticamente parlando, è rappresentato dall’esistenza di questo “Tutto”, già predefinito, mentre il libero arbitrio trova la sua esplicazione nell’indefinito numero di possibilità sistematicamente disponibili.

L'atto divinatorio


Torniamo adesso all’atto divinatorio e riproponiamo la domanda: da dove vengono le informazioni che riceviamo?
Nella sua complessità la risposta è abbastanza semplice!
Ciò che emerge dall’atto divinatorio è il risultato di una valutazione ed elaborazione, avente come base dei principi identici a quelli di "tendenza" e "probabilità" caratteristici della meccanica quantistica.
Sulla base dei dati rispettivi al momento presente, viene operata un'analisi secondo cui, tra le indefinite possibilità a disposizione, l’individuo probabilisticamente andrà a decidere di operare una scelta a dispetto di altre, configurando, in tal modo, una determinata catena di eventi.
Un calcolo probabilistico di questa portata, considerando tutte le possibili indefinite variabili e le altrettanto indistinte implicazioni, è ben lontano dall’essere alla portata delle capacità umane.
Oltretutto non si adatta alle varie forme di classificazione che nel corso dei secoli sono state pensate. Parlare di divinazione induttiva, intuitiva, ispirata, artificiale, naturale, occasionale o quant’altro è del tutto superfluo e fuorviante.
Le informazioni raccolte durante la pratica divinatoria non possono che provenire da una fonte di tipo “sovrannaturale”, una fonte dotata, per esprimerci in termini esotericamente corretti, non semplicemente di un “sentire individuale”, quindi relativo e limitato, ma di un “sentire elevato” connesso ad una “forma di sentire cosmica”. A tali "forme di sentire" sono stati dati molti nomi: Dei o Deità, anime evolute, demoni, spiriti e entità spirituali e via dicendo.
Ci fermiamo qui con questo tipo di disquisizione, anche perché per addentrarci ulteriormente dovremmo fare un lungo passo indietro e trattare una serie di argomenti filosofico-esoterici che sono in larga parte estranei al tema in oggetto.
Concludo, quasi a titolo di post scriptum, lanciando un piccolo monito proprio al riguardo della divinazione.
Praticare, condividere o sottoporsi a tale pratica implica dei rischi, soprattutto se è solo la curiosità a spingervi. A prescindere dalle spiacevoli esperienze che si possono fare entrando in contatto con ciarlatani, speculatori e profittatori, che chiedono denaro in cambio della loro “prestazione”, e che vi invito a rifiutare categoricamente, sussiste un altro pericolo che consiste nell’alterazione dell'esercizio e gestione del libero arbitrio.
Ciò che viene rivelato, che sia veritiero o mendace, anche se se dovesse rilevarsi positivo e utile, reca con se un “lato oscuro”, un prezzo da pagare. Ogni strada che doveste decidere di prendere sarà sempre diversa da quella che avreste scelto, e ciò che incontrerete durante il seguito del tragitto non potrà necessariamente essere soltanto bello e positivo. Non saprete mai a cosa avete rinunciato e soprattutto non sarete mai in grado di valutare se è stata una vostra scelta o quella di qualcun altro!

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Articolo di: Claudio Dionisi per
Esoterismo e Misteri

Pubblicato il: 10 Aprile 2014
Ultima revisione: 06 Novembre 2015

 
Last Update: 03/05/2017
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