Banshee - Esoterismo e Misteri

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Banshee

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La leggenda della  Banshee



La Banshee
è una creatura che emerge dai miti irlandesi e scozzesi: uno spirito ancestrale femminile.
Viene descritto in molti modi, sebbene non si mostri mai agli esseri umani, con  l’eccezione di coloro che sono prossimi alla morte, cui fa pervenire il  presagio, quale triste messaggero, attraverso il suo lamento. E’ presumibile che  sia per tale ragione che, a partire dall’VIII secolo, assunse la connotazione  negativa di uno spirito maligno anche se, in realtà, nelle antiche leggende è  sempre stato descritto semplicemente come uno spirito femminile che si aggira  attorno a paludi e fiumi, nelle sorgenti o nelle colline d'Irlanda.
Ma chi è e cosa fa o realmente la Banshee!?
Secondo la tradizione la banshee appare piangente, rattristata, affranta, lamentosa!
Lo faceva, inizialmente, solo per cinque grandi famiglie irlandesi: gli O'Neill, gli O'Briens, gli O'Connors, gli O'Gradys ed i Kavanagh; in seguito, per via degli incroci matrimoniali, tale lista si sarebbe ampliata. L'emigrazione verso il continente americano ha portato con sé alcune leggende, perlopiù ambientate nel sud del paese e durante la Guerra d'Indipendenza.
Il termine significa “donna delle fate” e si compone dal  gaelico bean
, (donna) e sidhe, che deriva a sua volta da sith (fata) o sid (montagna delle fate). Esiste anche un corrispondente maschile, molto meno comune ed è “farshee“(in irlandese Fear Sidhe).
La descrizione delle forme che tale spirito assume durante le apparizioni risulta abbastanza variabile, convergendo tuttavia su tre forme principali: una giovane e bella donna dai capelli fluttuanti, con indosso un vestito verde ed una mantella grigia (o, alternativamente, vestita completamente di bianco o rosso), una matrona signorile o un vecchia strega imbellettata.
In tali apparizioni, il più delle volte, la Banshee canta lamentosamente, a volte piangente e coperta da un velo, con gli occhi perennemente arrossati dal pianto. Può anche apparire come una lavandaia impegnata a lavare i vestiti macchiati di sangue di coloro che stanno per morire. In questa veste è conosciuta come “thebean-nighe”. In tutto ciò convergono i tre aspetti della dea celtica della guerra e della morte, cioè “Badhbh”, “Macha” e “Mor-Rioghain”.
Quando un membro di una delle famiglie protette muore, o è in procinto di morire, la
banshee palesa la propria presenza piangente: tali lamenti sono noti col termine di “keening” (dal gaelico caoineadh, "lamento"). Le grida possono anche essere di vittoria, quando quella che ha subito la perdita è una famiglia nemica.
La banshee più famosa si chiamava Aibhill ed era legata alla casata degli O'Brien. E’ la più conosciuta perché il racconto la lega al mitico re Brian Boru che, nel  1014 il si cimentò nella battaglia di Clontarf pur sapendo di andare incontro a morte certa, dal momento che la notte precedente Aibhill gli era apparsa mentre lavava i panni dei soldati tingendo l'acqua del colore vermiglio del sangue. Nel 1437, re Giacomo I di Scozia fu avvicinato da una veggente irlandese (o una banshee) che predisse il suo omicidio su iniziativa del conte di Atholl. Ci sono racconti di diverse Banshee apparse a membri di grandi casate d'Irlanda e di corti dei re irlandesi locali. In alcune parti del Leinster si narra di lamenti talmente intensi e penetranti da frantumare il vetro.

Più per dovere di cronaca che per convinzione personale, in quanto ritengo che si tratti di altra tipologia di manifestazione erroneamente associata alla Banshee, menziono alcune occasioni in cui il fatale presagio sembra essere stato accompagnato dal cosiddetto Carro Infernale o Carro della Morte, più nero della notte, trainato da cavalli neri e senza testa, oppure bianchi e con le lingue fiammeggianti e sormontato da una bara. Il tremendo carro mortuario irrompeva a mezzanotte causando un rumore assordante e aggirando ripetutamente la casa in cui qualcuno era in procinto di morire. A guidarlo era un Dullahan, un oscuro spettro simile a un cavaliere senza testa, che cavalcava facendo schioccare violentemente la sua frusta e accecava con un colpo chiunque avesse osato guardarlo. E se qualcuno avesse malauguratamente aperto la porta al suo passaggio, questi gli avrebbe gettato in faccia un bacile pieno di sangue.[2] In altre testimonianze si parla di una donna nuda e senza testa che, scesa dall’oscuro biroccio, scavalcava la cancellata del cimitero per vagare tra le ombre. La leggenda durò a lungo tanto che ancora nel 1807 si dovette eliminare la vigilanza notturna di fronte al cimitero di St.James di Liverpool in seguito alla morte di due sentinelle proprio a causa della paura provata.[3]
Credere o meno alla sua reale esistenza è una questione di opinioni: ognuno è libero di prestar fede in ciò che ritiene più giusto; ciò che mi propongo di rilevare attraverso questo articolo è che lo spessore della banshee, all’interno delle storie tradizionale irlandesi, non si limita all’apparizione ed al lamento ma rappresenta una sorta di memoria storica della stirpe alla quale è appartenuta: Le Tùata Dé Danann.


A tal fine ho pensato di proporre il ritratto che ne dipinge lo scrittore Irlandese Michael Scott, profondo conoscitore dei miti e delle leggende della propria terra, ma noto in Italia soprattutto per la sua serie di libri fantastici per ragazzi. Nella sua raccolta di racconti intitolata “Irish Ghosts & Hauntings
“, mai arrivata sul mercato italiano, al capitolo terzo ci parla della Banshee con un profilo tra il fiabesco ed il biografico, riuscendo comunque a far emergere appieno ciò che io credo sia la vera natura del personaggio. La propongo nel testo integrale inglese seguito dalla mia traduzione.


The Legend of the Banshee


The river gives me life.
Its water sustain me. While it flows, I live. I feed not on flesh and water, but memories and emotions.
I was once human; now I am legend.
The humankind have a name for me and my kind. They call us Sidhe, the fairy folk. Sometimes they whisper “Fairy woman, bean sidhe, banshee”.
I am the Banshee.
My people were the Tuatha De Danann, the people of the goddess sacred to fair Danu. Once we ruled this world from the De Danann Isle in the midst of the Great Ocean. Our empire encompassed the lands to the west, the country of the copper-skinned folk and east to the lands of the black-skinned races. But my people destroyed the isle fouling the earth, leeching the soil, despoiling the water, drawing the very power of life from the land, but giving nothing in return. And when to the isle twisted and shuddered in its final spasms, torn apart by fire and molten rock, those who survived went in search of a new homeland. In our ships of gold and silver we crossed the sea, some of our people sailing into the west, where the copper-skinned folk worshiped them as gods and called them Aztec.
Others sailed to the east where the black-skinned races worshipped them as the white gods. One craft sailed deep into the Middle Sea and settled in the lands around the long river, the Nile. Some of my people settled on Lyonesse… but Lyonesse is no more sunk beneath the waves for that same reason that De Danann Isle sank. Had they not learned their lesson? Perhaps those who settled there were just especially stupid, more likely the arrogance that destroyed our own race still drove them to believe they were invincible.
It matters little now: what matters is that they did not learn the lesson of our own land. On Lyonesse, they used their magic to raise buildings, palaces, observatories and theaters in a day and a night. The wild, uncontrolled magic stripped the earth of its power and allowed the sea to encroach. It was the tragedy of our own land over again but whereas it took centuries to overwhelm the De Danann Isle - though the end came in a day and a night - with Lyonesse it was only a matter of decades, and the end, when it came, was sudden and cataclysmic. Now only the water-folk inhabit its sunken streets and swim through the once-proud towers.
I was amongst the group which came to the land which would one day be known as Erin. This was a wild and mysterious place then, and the mantle of ancient power lay heavy across the hills and valleys. When the world was young an ancient priestess had used the old high magic from the land of the Egyptians to make the island grow from little more than a rock to something approaching its present size. That same magic had permeated the very rocks and soil, creating a land in harmony with the men and beasts who walked its fields: a country sensitive to the moods of its People.
When the metal ships hove up onto the deserted beaches, the last of the De Danann folk swore an oath never to abuse our power again, and to abide with the natural law, to take only what we needed and to return to the land what we had taken. Even the beasts replenish the fields which nourish them, and what is man but a beast? So, when we used our magic to make the land grow, we were always careful to return to the earth what we had drawn from it. When the first harvest was reaped, we gave the best port back to the land: when the first mead was drunk, portions were spilled back into the earth. If a tree was felled, another was planted in its place: when a field was turned, another was allowed to lie fallow. We learned our lesson - too late - with our own island. We would not make the same mistakes again.
But this is not to say that we were gentle folk: once the De Danann armies ruled the known world. Men -the Fir Bolg- had claimed this land before we came to it. We fought them for possession of the land and we defeated them, though they never fierce and fearsome warriors, and cost us dearly in men and leaders. But once we had defeated the Fir Bolg, we set about making the land of Erin something like our magical homeland.
For generations, we ruled this place until the sons of Ml came in their ships of wood and leather. They were primitives - barbarians -and so we laughed at them. What could they do to us? Our laughter was shortlived when we discovered that the Milesians had brought with them a fearsome weapon, something we could not hold, could not even bear to look upon the metal, iron.
We resisted the invaders for many seasons. but the end was inevitable. The Milesians’ iron tools and artifacts slowly poisoned the land, tainting the rivers, befouling the very air we breathed, and so the Tuatha De Danann slowly retreated from the world of men. Perhaps some of us would have lingered in the land we had come to worship… except that now a new invader came to Erin. These were the brown-robed followers of white Christ and, truth, they were even more dangerous than the Miesians because they turned people from us, gave them a new god to believe in, a new magic to worship. There were few of us left by that time, though; most had already gone and even then, even before the last of the De Danann folk had left Erin the settlers were beginning to call us Shide, fairy folk, magical folk.
The last remnants of the once-proud De Danann folk left the land of Erin on the morning when the world turned and the seasons changed. Some of us went into valleys that were hidden from human sight by magical spells; others retreated beneath the ground into the hills and mounds. Still more went to the magical islands Tir na Nog, Tir Tairnigiri, Hy Brasil - or the land beneath the waves, the Tir Faoi Thuinn.
I came to this river.
During the years a when my people held the sovereignty of the land, I lived in a fort close to the river’s source. Its metallic tinkling awakened me every morning, lulled me to sleep in the evenings. I drank its sweet waters, bathed in its icy chillness; its moods and rhythms matched my own. It Became such a part of my life that I saw no reason to leave it. But in accordance with the decision laid down by the elders of the De Danann - and through necessity, too - I moved apart from the world of men, slipping slightly into the Otherworld, into whose borders this river flows.
Existing partly in the Otherworld, partly in the physical world of men, I now wander the banks of the river that had been such a friend in life. This is not a life as humankind know the life, nor is it death: but something between. I have no need to eat, no desire to drink. Now the emotions of the humans sustain me, keep me alive. I share their pain and passion, their fear and loathing feeding off their love and fear.
I find death the hardest emotion of all to bear. Perhaps it is because the humans fear death so much. There is always so much pain then, so much agony. There are times a when I fear that it will overwhelm me. Emotions are always so acute at the time of death.
There is no time in the Otherworld, here I can see what was, what is and what will be. I watch the humankind and I know when one of them has been marked for death. I can see dark Macha spread her invisible crow wings and enwrap her next victim. Once death has put her mark on and the humankind, they are doomed… and sometimes I cry aloud, venting my despair and agony.
And Those unfortunate enough to hear me, those with a little of the Sidhe blood in them, they will stop and listen and then whisper, “Banshee …bean sidhe… fairy woman”
My cry Has become a portent of death.
Those few amongst the humankind who possess a little of the Sight have seen me too. Occasionally, they chance upon me as I sit on the river bank, combing my hair. When I am at ease the spell that cloaks me sometimes slips, rendering me visible. Others have stumbled upon me as I wash my robes in the river’s pure water. They might see me as a young maid or a matron, but, more often a crone. But they are not seeing me, they are seeing a reflection of their own desires. They have all come to fear me... and without causes too. The banshee heralds to death, she does not cause it.
The humankind have nothing to fear from the last remnants of a once-proud race.
Even now my power wanes. I wander the banks of this mighty river, seeking, searching, waiting… for one of the humankind to spare me a kindly word. I have been waiting for centuries: I doubt if it will happen now. Soon I will be gone, and only the legend will remain.
Perhaps someday, one of the humankind will lie on the banks of this river and listen… listen. Then they will hear my legend in the rattle of the water over the stones, in the whisper of the river through the reeds, the murmur of the water against the banks.
Banshee… Banshee… Bansheeeeeee…

Michael Scott - “Irish Ghosts & Hauntings“ - Warner Book 1994

La Leggenda della Banshee


Il fiume mi dà la vita.
L'acqua mi sostiene. Mentre scorre, io vivo. Non mi nutro di carne e d’acqua, ma di ricordi e di emozioni.
Una volta ero umana; ora sono una leggenda.
Gli uomini hanno un nome per me e la mia specie. Ci chiamano Sidhe, il popolo delle fate. A volte sussurrano " Fata, bean sidhe, banshee".
Io sono la Banshee.
La mia gente erano i Tuatha De Danann, il popolo della dea, sacro a Dana la giusta. Un tempo governavamo questo mondo dall’isola dei De Danann, nel mezzo del Grande Oceano. Il nostro impero comprendeva le terre a Ovest, il paese della gente dalla pelle di rame e ad Est verso le terre delle genti dalla pelle nera. Ma il mio popolo devastò l'isola sporcando la terra, depredando il suolo, inquinando le acque, sottraendo molto potere vitale alla terra, senza dando nulla in cambio. E quando l'isola si contorse e rabbrividì nei suoi spasmi finali, dilaniata dagli incendi e dalle rocce fuse, chi sopravvisse andò via in cerca di una nuova patria. Abbiamo attraversato il mare sulle nostre navi di oro e di argento; alcuni di noi hanno verso Ovest, dove la gente dalla pelle ramata li hanno adorati come divinità, chiamandoli Atzechi.
Altri hanno navigato verso Est, dove genti dalla pelle nera li hanno adorati come degli dèi bianchi. Un’imbarcazione ha veleggiato verso il profondo del Mare di Mezzo e i naviganti si sono stabiliti nelle terre attorno al lungo fiume, il Nilo. Alcuni della mia gente si insediarono a Lyonesse[2]... ma Lyonesse non c’è più, è affondata sotto le onde, per la stessa ragione per cui è affondata l’Isola dei De Danann.
Forse non avevano capito la lezione?
Coloro che vi si insediarono erano semplicemente e particolarmente stupidi, o forse è più probabile che l'arroganza che ha distrutto la nostra razza ancora li spingesse a credere d’essere invincibili.
Poco importa ora: ciò che conta è che essi non hanno imparato la lezione della nostra terra. Su Lyonesse, hanno usato la loro magia per sollevare edifici, palazzi, osservatori e teatri in un giorno e una notte. L’uso selvaggio e incontrollato della magia ha spogliato la terra del suo potere e ha permesso il mare di sommergerla. E’stata una nuova tragedia della nostra terra ma, mentre ci sono voluti secoli per sopraffare l’isola dei De Danann - anche se alla fine tutto è avvenuto in un giorno e una notte - con Lyonesse è stata solo una questione di decenni, e alla fine, quando è momento è giunto, tutto è stato improvviso e catastrofico. Ora solo il popolo dell'acqua abita strade affondate e nuota attraverso le torri un tempo orgogliose.
Ero tra il gruppo che venne in questa terra, che un giorno sarebbe stata conosciuta come Erin. Era un luogo selvaggio e misterioso e il manto dell’antico potere pervadeva fortemente le colline e le valli. Quando il mondo era giovane un'antica sacerdotessa aveva usato la vecchia alta magia dalla terra degli egiziani per accrescere l'isola da poco più di uno scoglio fino a qualcosa che si avvicina alla sua dimensione attuale. Quella stessa magia aveva permeato le rocce e il  terreno, creando una terra in armonia con gli uomini e gli animali che calpestavano i suoi campi: un paese sensibile agli umori della sua gente.
Quando le navi in metallo sono salite sulle spiagge deserte, l'ultimo dei popoli di De Danann ha giurato di non abusare nuovamente del proprio potere, di rispettare i diritti della natura, di prendere solo il necessario e di ricompensare la terra in maniera equa. Anche gli animali reintegrano i campi che li nutrono, e che cosa è l'uomo, se non un animale? Così, quando abbiamo usato la nostra magia per far crescere il paese, siamo stati sempre attenti a rendere grazie alla terra per ciò che le avevamo sottratto. Dopo la mietitura del primo raccolto, abbiamo ridato alla terra la parte migliore: quando l’idromele era pronto per bere, le prime porzioni venivano riversate nuovamente dentro la terra. Se un albero veniva abbattuto, un altro veniva piantato al suo posto: quando un campo veniva seminato, un altro era lasciato di maggese. Abbiamo imparato la lezione – anche se troppo tardi - con la nostra isola. Non volevamo ripetere gli stessi errori.
Ciò non significa che fossimo un popolo ingenuo: un tempo gli eserciti di De Danann governavano il mondo conosciuto. I Fir Bolg rivendicavano questa terra da prima che arrivassimo. Li abbiamo combattuti e sconfitti per il possesso, erano guerrieri quanto mai feroci e temibili e ci è costato caro in soldati e comandanti. Una volta vinta la guerra abbiamo deciso di far diventare la terra di Erin qualcosa di simile alla nostra patria magica.
Per generazioni abbiamo governato quel luogo fino a quando sono arrivati i figli di Mil a bordo di navi di legno e cuoio. Erano primitivi, barbari, e così abbiamo riso di loro. Cosa potevano fare contro di noi? Ma il nostro riso fu di breve durata. Scoprimmo presto che i Milesi avevano portato con loro un'arma temibile, qualcosa che non riuscimmo a contrastare, che non potevamo nemmeno sopportare di guardare: il metallo…il ferro. Abbiamo resistito all’invasione per molte stagioni, ma alla fine accadde l’inevitabile. Le armi e gli strumenti metallici dei Milesi lentamente avvelenarono la terra, inquinarono i fiumi, insudiciarono l'aria, e così i Tuatha De Danann lentamente si ritirarono dal mondo degli uomini. Forse alcuni di noi avrebbero ancora indugiato in quella terra per cui avevano un’adorazione ... solo che un nuovo invasore era giunto ad Erin. Erano i seguaci di Cristo, vestiti di bianco e marrone, ed erano ancora più pericolosi dei Milesi, perché hanno convinto la gente a voltarci le spalle, dando loro un nuovo dio in cui credere, una nuova magia di culto.
Erano rimasti solo pochi di noi: i più erano partiti, e già da allora, ancor prima che l'ultimo dei De Danann avesse lasciato Erin, i coloni stavano già cominciando a chiamarci Shide, il popolo di Faerie, il popolo magico.
Gli ultimi resti di quel stirpe, una volta orgoglioso, che erano i De Danann, lasciarono la terra di Erin, la mattina in cui il mondo si voltò e le stagioni cambiarono. Alcuni andarono in valli che un incantesimo nasconde alla vista degli umani; altri si rifugiarono sotto terra, in colline e tumuli. Molti altri andarono nelle isole magiche di Tir Na Nog, Tir Tairnigiri, Hy Brasil o nella terra sotto le onde, il Tir Faoi Thuinn.
Sono venuta a questo fiume.
Nel corso degli anni quando il mio popolo deteneva la sovranità del paese, ho vissuto in un fortino vicino alla sorgente del fiume. Il tintinnio metallico mi svegliava ogni mattina, mi cullava per dormire la sera. Ho bevuto le sue acque dolci, mi sono immersa nella sua glacialità; ho abbinato i suoi stati d'animo e ritmi ai miei. E' diventato una tale parte della mia vita che non ho trovato alcun motivo valido per lasciarlo. Ma secondo le decisioni stabilite dagli anziani dei De Danann, e in parte anche per necessità, mi sono trasferita oltre il mondo degli uomini, scivolando un po' nell’Altromondo, in cui scorrono i confini di questo fiume.
Esisto in parte nell'Altromondo e in parte nel mondo fisico degli uomini; vago per le sponde del fiume che era stato un grande amico quand’ero in vita. La mia non è una vita come l'umanità la può conoscere, ma non è la morte: è qualcosa tra le due parti. Non ho bisogno di mangiare e nessun desiderio di bere. Ora le emozioni degli esseri umani mi sostengono e mi tengono in vita. Condivido il loro dolore e la loro passione, il timore e il disgusto, l’amore e la paura.
Nell’ Altromondo, il tempo non esiste, qui posso vedere quello che era, ciò che è e ciò che sarà. Osservo gli uomini e so quando uno di loro è stato contrassegnato per la morte. Vedo l’oscuro Macha allargare le invisibili ali d'aria ad avvolgere la sua prossima vittima. Una volta che la morte ha messo il suo marchio su  di un uomo questi è condannato... e qualche volta piango a voce alta, sfogando la mia disperazione e agonia.
Coloro che hanno la sfortuna di udirmi, quelli in cui scorre ancora un po' di sangue Sidhe, smetteranno di ascoltare e sussurreranno: “Banshee… bean sidhe… fairy woman”
Il mio grido è diventato un presagio di morte.
Alcuni uomini con la vista acuta mi hanno anche notata. Di tanto in tanto, mi si può intravedere seduta sulla riva del fiume mentre mi pettino i capelli. Quando sono a mio agio l'incantesimo che mi nasconde a volte si affievolisce, rendendomi visibile. Altri si sono imbattuti in me mentre mi lavavo gli abiti nell’acqua pura del fiume. Potrei apparire come una giovane cameriera o una matrona, ma, più spesso come una vecchia donna. In realtà non vedono me ma solo un riflesso dei propri desideri. Tutti mi temono ma senza una reale ragione: la banshee annuncia solo la morte, non è lei la causa.
Il genere umano non hanno nulla da temere dagli ultimi resti di una razza un tempo orgogliosa.
Anche adesso il mio potere pian piano svanisce. Mi aggiro sulle le rive di questo grande fiume, osservando, cercando, attendendo ... un uomo che abbia per me una parola gentile. Ho atteso per secoli: dubito che accadrà oramai. Presto andrò e solo la leggenda rimarrà.
Forse un giorno, uno degli umani che si troverà sulle rive di questo fiume saprà ascolterà e percepirà la mia leggenda nel crepitio dell'acqua sulle pietre, nel sussurro del fiume attraverso le canne, nel mormorio delle sponde.
Banshee ... Banshee ... Bansheeeeeee ...

Traduzione di Claudio Dionisi


[1]Daoine Maithe è il nome con cui in Irlanda si indicano collettivamente i membri del Good People (Buon Popolo), quello che il Italia è chiamato il Piccolo Popolo e che comprende molti personaggi.
[2]
W.B. Yeats, Fiabe irlandesi, p. 108. La parola Dullahan, che ha come varianti Dulachan o Durrachan, indicava una presenza cupa, fosca e oscura. Etimologicamente il termine proviene da dorr / durr, ovvero “rabbia”, “ira”, oppure da durrach, “malvagità, ferocia, spietatezza”, e la radice dul significa “nero”, ad indicare l’oscurità, il buio, la tenebra.
[3]Citazione di Wilhelm Grimm contenuta in  Thomas Crofton Croker -  Fairy Legends and Traditions of the South of Ireland.
[4] Lyonesse, Lyoness, o Lyonnesse è un'isola leggendaria scomparsa, che, secondo la tradizione, faceva parte delle isole Scilly (sud-ovest della Cornovaglia), più volte associata con . Nelle leggende arturiane, a Lyonesse nacque Tristano, figlio di re Meliodas. Uno dei segni del ritorno di re Artù sarà la ricomparsa dalle acque di Lyonesse. La poesia epica di Lord , Idilli del re, dice che a Lyonesse fu combattuta la battaglia finale tra Artù e Mordred. Altre ipotesi su base scientifica identifica Lyonesse con il porto di Dunwich, piccolo villaggio costiero nella contea di Suffolk in Inghilterra.


Fonti:
Fiabe irlandesi, William Butler Yeats, Newton & Compton, Milano, 2012
The Banshee: The Irish Morte Messenger, Patricia Lysaght, Brossura  1997
True Irish Ghost Stories, by St. John D. Seymour and Harry L. Neligan, 1914
The Banshee, Elliot O'Donnell - Paperback, 2014
A History of Irish Fairies, Carolyn White - Paperback , 2005
Michael Scott,Irish Ghosts & Hauntings, Warner Book 1994
La Fanu-O’Brien-Stoker, “Fantasmi irlandesi”, Pilo G.-Fusco S. (a cura di), Newton, 1994.
Irlanda. Fiabe e leggende, Demetra, 2000


Articolo di: Claudio Dionisi per  Esoterismo e Misteri
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Last Update: 20/04/2017
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