Fisica della Mente - Esoterismo e Misteri

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Fisica della Mente

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Dissertazioni ai confini con la metafisica

5.- La Fisica della Mente








5- La Fisica della Mente

 
 “La più bella e profonda sensazione che noi possiamo provare è la sensazione del mistico. E questo misticismo è ciò che sta alla base di tutta la vera scienza. Se esiste un concetto come quello di Dio, allora è un sottile spirito, non l'immagine dell'uomo che così tanti hanno fissata nella loro mente. Nella sua essenza, la mia religione consiste in un'umile ammirazione per questo infinito e superiore spirito che rivela se stesso nei minimi dettagli che noi siamo capaci di percepire con le nostre deboli e fragili menti”.
 
A. Einstein
 
Il Cervello e la Mente
Il termine "mente" viene comunemente utilizzato per designare quell'insieme di funzioni superiori del cervello di cui si può avere una coscienza soggettiva di diverso grado quali la personalità, il pensiero, la ragione, la memoria, l’intelligenza, la volontà e l’emozione. Nel mondo occidentale le prime teorie sulla costituzione della mente e del suo funzionamento risalgono ai filosofi dell’Antica Grecia.
Se il cervello continua a presentare, ancora oggi, molti aspetti enigmatici, sulla mente le incognite e le zone d'ombra non sono di sicuro state dissipate.
La polemica intorno a quali siano gli attributi umani che la costituiscono è ancora molto accesa. Alcuni sostengono che sia costituita soltanto delle più alte funzioni intellettive, come la ragione e la memoria, mentre le emozioni avrebbero una natura più primitiva e soggettiva ed andrebbero pertanto distinte dalla natura propria della mente.
Altri sono più propensi a credere, invece, che l’aspetto razionale di una persona sia intimamente legato a quello emotivo e che essi non solo condividono la medesima natura ma vadano entrambi considerati come appartenenti alla mente dell’individuo.
Il solo punto condiviso dalle due parti concerne la condanna all’uso improprio del termine quando viene utilizzato come sinonimo di pensiero.
Se la mente è un "insieme di funzioni" il pensiero è un complesso "processo mentale" grazie al quale l’uomo si crea una raffigurazione della realtà e del mondo, consentendogli di agire secondo quelli che sono i suoi fini, desideri ed ambizioni, mediante l’elaborazione di informazioni acquisite al fine di dar luogo a concetti concreti o astratti da utilizzare per prendere decisioni.
Solo di recente la fisica ha cominciato ad occuparsi seriamente di tali argomenti; per molto tempo sono mancati tentativi seri di approccio fisico allo studio della mente, ritenendola secondaria rispetto alle entità fisiche fondamentali e, di conseguenza, lasciandola di esclusiva pertinenza delle scienze biologiche.
 
In seguito allo sviluppo della meccanica quantistica, in considerazione del principio di indeterminazione di Heisenberg e dei molti paradossi che la caratterizzano, alcuni fisici, hanno iniziato a chiedersi se la questione della mente potesse avere relazioni con la fisica moderna. La ricerca di spiegazioni sul tema della coscienza ha portato presto alla consapevolezza che l’attività mentale è il risultato di processi chimici e fisici che avvengono nel cervello e nel sistema nervoso, a livello molecolare, atomico e subatomico, ossia in quei livelli descritti proprio dalla meccanica quantistica.
 
In base alla rielaborazione di precedenti ricerche a carattere anestesiologo e neurofisiologico è stata avanzata l'ipotesi che i processi cerebrali come la coscienza o la consapevolezza dovessero essere collegati ad un preciso fenomeno fisico noto con il nome di “coerenza quantistica”. L’esempio che possiamo proporre senza doverci dilungare inutilmente è quello sulla corrente elettrica che, quando scorre all’interno del cavo di rame trova una certa resistenza, tecnicamente denominata “impedenza” e misurata in “ohm”. La “coerenza quantistica” è quel meccanismo fisico per cui alcuni metalli portati a bassa temperatura manifestano il fenomeno della superconduttività: ossia conducono l’elettricità senza opporre alcuna resistenza. Il segreto di questa manifestazione è che gli elettroni che trasportano la corrente elettrica si muovono concordemente, in modo coerente, come se fossero una unica gigantesca particella, una specie di macro-entità.
Una situazione simile ma con condizioni ambientali ovviamente diverse avverrebbe anche a livello cerebrale.
Il cervello umano è costituito da miliardi di neuroni che rappresentano la cellula fondamentale del sistema nervoso, i quali a loro volta sono costituiti da migliaia di microtubuli, composti a loro volta da enti ancor più piccoli chiamati tubuli.
Quando questi raggiungono lo stato di massima “eccitazione coerente”, l’uomo passa dallo stato di pre-coscienza allo stato di coscienza. Alla stregua degli elettroni nella superconduttività essi si muovono simultaneamente, permettendo alla corrente di fluire senza ostacoli e, così facendo, la globalizzazione della coerenza tra i tubuli cerebrali permette il verificarsi del processo cognitivo.
Il tempo di passaggio da una fase all’altra, con la conseguente attivazione del segnale motorio che consente, ad esempio, di muovere una gamba, dura solo frazioni di secondo. Ma è proprio il susseguirsi di tali transizioni, da un livello minimo ad uno massimo di coerenza dei tubuli, a costituire quello che possiamo chiamare il “corso della coscienza” e, anche in questo caso, ne risulta una sorprendente conseguenza: la percezione dello scorrere del tempo.
Le caratteristiche peculiari che emergono dall’applicazione della formula di coerenza quantistica sono sostanzialmente due.
La prima è che il processo cosciente non può essere più essere considerati il frutto dell’attivazione di una singola area del cervello ma deve scaturire dalla azione concertata in un gran numero di zone. L’oscillazione coerente dei tubuli interessa, infatti, la maggior parte del cervello e provvederebbe egregiamente a quel collegamento globale ed essenziale per l’estrinsecazione dell’atto mentale.
La seconda delle conseguenze è che i processi cerebrali non potranno mai essere pienamente simulati da un calcolatore poiché non seguono la sua logica deterministica, dove ad ogni azione deve sempre corrispondere una reazione. La coerenza quantistica alla base dei processi cerebrali deve sottostare alle leggi della Meccanica Quantistica, le quali prevedono che qualsiasi sistema a loro soggetto debba sempre manifestare un certo grado di indeterminazione, di imprevedibilità e quindi seguire una logica diversa. In altre parole l'aumento del grado di coerenza dei tubuli che deve condurre dallo stato di pre-coscienza allo stato di coscienza, può fermarsi o accelerare spontaneamente cosa che un computer non potrà mai simulare!
Queste caratteristiche, in ogni caso, sembrano ben adattarsi al controllo dei processi mentali come gli stati emozionali che non sono, per loro natura, razionalizzabili o l’unicità dei processi cognitivi: recenti studi di neurobiologia hanno demolito le ipotesi secondo cui si avrebbe nel cervello una localizzazione ben definita delle funzioni delegate alla coscienza o al controllo dell'attività sensitiva. Tali funzioni andrebbero invece attribuite al cervello nel suo insieme, il quale, attraverso una fitta rete di sistemi interconnessi, controllerebbe ogni attività. Quelle aree che si ritenevano sede delle funzioni cerebrali avrebbero solo la specifica funzione di motorino d’avviamento, di originare il primo impulso al fine di accendere il motore, ossia attivare l’atto mentale o sensitivo che viene gestito comunque dalla globalità degli enti celebrali
 
 
Quando il cervello elabora i pensieri
Lo spazio tra le sinapsi è simile allo spazio di cielo fra la bufera e la terra, dove si sono addensate nubi minacciose. Gli impulsi elettrici che si agitano al suo interno sembrano fulmini che colpiscono il suolo.
Alcuni esperimenti hanno dimostrato che il cervello non riconosce la differenza tra ciò che vede nell’ambiente e ciò che invece ricorda di vedere.
Se scegliamo una persona qualsiasi e ne colleghiamo il cervello ad una macchina tomografica, chiedendogli di osservare un determinato oggetto, potremo notare che certe zone del cervello si illuminano. Se gli chiediamo poi di chiudere gli occhi e di immaginare il medesimo oggetto, osserveremo quelle stesse zone del cervello illuminarsi nuovamente.
La prima domanda da porsi non può che essere una: chi vede concretamente?...il cervello o gli occhi?...e che cosa è realtà? è ciò che vediamo con il nostro cervello o ciò che vediamo con gli occhi?
In altre parole, se davvero il cervello non sa riconoscere la differenza tra quello che vede e quello che ricorda, perché in entrambi i casi si attivano le stesse reti neuronali, in cosa consiste la realtà che percepiamo in ogni istante della nostra esistenza?
Noi percepiamo qualcosa solo dopo che viene riflessa dallo specchio della memoria.
E’ un grande problema filosofico che dobbiamo affrontare nei termini di ciò che la scienza può dire sul nostro mondo individuale, considerando che siamo sempre noi, in ultima analisi, gli osservatori della nostra realtà. Il nostro limite deriva da ciò che il cervello umano permette di vedere o percepire, pertanto non è affatto assurdo pensare che il tutto consista semplicemente in una grande ed elaborata illusione e che non ci sia davvero la possibilità di vedere esteriormente a noi.
Il cervello non conosce la differenza tra ciò che succede “fuori” e ciò che succede “dentro” e non esiste un “fuori” indipendentemente da ciò che succede “dentro”,ossia nel cervello medesimo.
Ci sono molte più alternative di quanto normalmente si creda rispetto a come può essere la realtà della vita e che dipendono dagli effetti quantici di basso livello che sono sempre presenti. Veniamo bombardati da quantità enormi di informazioni che processiamo continuamente; entrano nei nostri organi sensoriali, vengono elaborate e in larga parte eliminate. Tutto quello che emerge allo stato cosciente è soltanto ciò che è indispensabile.
Il cervello arriva a processare circa 400 miliardi di informazioni al secondo ma la nostra consapevolezza ne gestisce solo 2000, per lo più in relazione all’ambiente al nostro corpo e al tempo.
Gli occhi sono come lenti, ma l’organo che realmente “vede” è la parte posteriore del cervello chiamata “corteccia visuale”. È certamente un’affermazione importante, eppure basta pensare ai risultati di una ricerca condotta nel Laboratorio del Sonno presso l’Università di Lisbona, secondo la quale anche i non vedenti dalla nascita hanno sogni che si manifestano attraverso figure umane in movimento, paesaggio, oggetti e colori.
I nostri occhi sono come una telecamera in azione che registra sempre molte immagini senza porre obiezioni e giudizi su ciò che vede. Ma non sono le stesse immagini che noi vediamo, bensì quelle che il cervello ha selezionato per noi!
Per essere più chiari diciamo che tutto ciò che registriamo con i nostri sensi e soprattutto con la vista non ci viene proposto in anteprima ma viene inviato al cervello il quale crea una proiezione olografica di ciò che abbiamo registrato.
Qual è la differenza?
La differenza è che i nostri occhi registrano molto più di quello che il nostro cervello è in grado di proiettare coscientemente. Quel che avviene e una specie di selezione e taglio delle informazioni per cui tendiamo a vedere solo ciò che crediamo possibile e processiamo schemi che già risiedono in larga parte dentro di noi. Tutte le altre informazioni vengono immagazzinate nei profondi ed ampi magazzini del subconscio dai quali, tuttavia, non sappiamo ritirarle fuori.
Per comprendere meglio il concetto possiamo ricordare l’affascinante storia degli Indios americani che all’avvicinarsi delle navi di Cristoforo Colombo non riuscivano a vederle perché erano qualcosa di totalmente nuovo e diverso da tutto ciò che conoscevano. Le navi erano presenti all’orizzonte ma loro, dalla spiaggia, non erano in grado di percepirle in quanto il loro cervello mancava di conoscenze preesistenti, di indizi o esperienze del fatto che potessero esistessero delle "cose" anche lontanamente simili alle caravelle. Furono i loro sciamani a notare che nell’oceano si agitavano strane onde ma neanche loro videro alcuna nave. Cominciarono a domandarsi che cosa stesse causando quello strano effetto e si avvicinarono ripetutamente alla costa in continua osservazione. Fu solo dopo un certo periodo di tempo che iniziarono a distinguerle. In seguito avvisarono gli altri della nuova presenza e solo allora, confidando e credendo in loro, riuscirono infine ad avvistarle.
In questo come in tanti altri esempi possibili possiamo notare come l’immaginazione costituisca uno tra i primi elementi fondamentali di cui l’uomo non può assolutamente privarsi se il suo fine è la conoscenza di sé e di ciò che lo circonda! Il significato del termine immaginazione è coinciso a lungo con quello di fantasia e solo nell'ultimo periodo della storia del pensiero le due parole sinonime hanno assunto di fatto un valore assai differenziato.
 
 
Immagini, pensieri, emozioni
 "Non è la materia che genera il pensiero,
è il pensiero che genera la materia."
Giordano Bruno 1548-1600
Quando il cervello elabora i pensieri, come abbiamo visto, scatena una vera e propria tempesta nei quadranti del cervello. Tra le cose che non riconosce fra quello che vede nell’ambiente e quello che semplicemente ricorda, ci sono le emozioni, perché in entrambi i casi entrano in gioco le medesime reti neuronali. La base è costituita da minuscole cellule nervose chiamate neuroni, dotate di sottili ramificazioni che si estendono e si connettono con altri neuroni per formare delle reti: in ogni punto ove si connettono è incamerato un pensiero o un ricordo.
Uno dei principali compiti consiste nell' archiviare e ricostruire i concetti secondo la legge della memoria associativa. Ciò significa che ogni idea, pensiero o sentimento immagazzinato nelle reti ha una possibile relazione con qualsiasi altro.
Anche i concetti relativi ai sentimenti e all'amore, immagazzinati nella rete neuronale, vengono ricostruiti a partire da molte altre idee. Chi ha sofferto per amore associa all’amore la delusione, e quando pensa all’amore sperimenta il ricordo del dolore, la pena, il dispiacere o l’ira. Qualunque di queste emozioni può legarsi alla sofferenza provata a causa della persona amata e, di riflesso, al concetto di amore. L’uomo organizza continuamente dei modelli del mondo esterno e più informazioni aggiunge più affina il modello; ma il modello l’ha creato lui!
Per dirla in poche parole noi ci raccontiamo delle storie su ciò che riteniamo essere il mondo e qualsiasi informazione processiamo, qualsiasi indicazione assorbiamo di esso è sempre interpretata in base all’esperienza che abbiamo avuto e alle emozioni che abbiamo provato. Il nostro concetto di realtà è fondamentalmente emozionale, tanto da non poter sciogliere il dilemma per sapere se noi siamo le emozioni o le emozioni sono noi.
Tutte le emozioni sono sostanze chimiche impresse olograficamente, la cui funzione primaria è di rafforzare chimicamente la memoria a lungo termine, sintetizzandole in una farmacia estremamente sofisticata che si trova proprio nella testa: una fabbrica chiamata ipotalamo.
È lì che vengono assemblate le sostanze che danno vita alle emozioni che sperimentiamo mediante alcune proteine chiamate peptidi e composte da piccole sequenze di amminoacidi. Fondamentalmente il corpo umano è una unità di carbonio che si struttura fisicamente producendo venti diversi amminoacidi: il corpo produce proteine e l’ipotalamo ne elabora alcune piccole sequenze chiamate neuropeptidi che producono gli stati emozionali.
Così ci sono sostanze chimiche per il dispiacere e la tristezza e ci sono sostanze chimiche per la vittimizzazione, per la lussuria, e per ogni altro stato emozionale. Se sperimentiamo uno stato emozionale, è perché l’ipotalamo ha prodotto i corrispondenti peptidi e li ha liberati nel sangue attraverso la ghiandola pituitaria. Dopo essere stati liberati raggiungono le varie parti del corpo reagendo con le cellule per mezzo di recettori esterni. A tale scopo ogni cellula sulla propria superficie può avere migliaia di recettori esterni. Quando un peptide raggiunge una cellula si aggancia a un recettore aderendovi perfettamente e dando luogo a un movimento che trasmette un preciso segnale. Facciamo un esempio dicendo che lo stato emozionale creato chimicamente è quello dell’innamoramento. Non possiamo affermare del tutto consapevolmente di essere innamorati di una specifica persona, si è soltanto innamorati dell’anticipazione delle emozioni che vengono indotte. Dopo qualche giorno o settimana la stessa persona potrebbe non piacerci più e le nostre emozioni cambierebbero in funzione della nuova chimica che le stimola. In ogni caso non riusciamo mai a separaci dalle emozioni: non è solo un fattore psicologico, è biochimico. Quelle circostanze di vita quotidiana dove accade qualche evento piccolo o grande che ci lascia interdetti tanto da non sapere esattamente cosa proviamo rappresenta l’ulteriore affinamento di un modello di esperienza di cui stiamo ancora elaborando la chimica.
Tornare a chiedersi, a questo punto, qual è la realtà significa fare i conti con una equazione abbastanza suggestiva secondo la quale ciò che percepiamo attraverso i sensi non è reale, ma è percepito come reale.
 
Ma allora cosa è veramente reale?
 
 
"Tutto ciò che chiamiamo reale è fatto di cose
che non possiamo considerare reali!"
Niels Bohr 1885-1962
La risposta a questa domanda si delinea sull'incerto confine tra fisica e metafisica laddove, tra luci ed ombre, appare sempre più evidente come sia proprio il nostro pensiero a creare la realtà che ci circonda o che siamo convinti che ci attorni. Seppur in modo inconscio l’uomo genera sistematicamente realtà attraverso i pensieri e le emozioni, creando delle strutture energetiche, che diventano tanto più reali e persistenti, quanto più intenso è stato l'intento che le ha generate. In questo modo viene a crearsi una struttura energetica vitalizzata che prende il nome di “forma-pensiero”, ma che in ogni caso rappresenta solo una tra le varie e possibili realtà simultanee esistenti nel campo quantistico.
Esistono differenti mondi... diverse realtà in cui stiamo vivendo: c’è un mondo macroscopico che vediamo e c’è il mondo delle nostre cellule, quello dei nostri nuclei e quello dei nostri atomi. Ognuno di essi è un mondo totalmente diverso, con un comportamento ed una matematica propri. Non sono soltanto più piccoli: ognuno di loro è totalmente differente pur essendo complementari, perché “io” sono i miei atomi, ma sono anche le mie cellule e la mia fisiologia macroscopica.
Tutto vero anche se a diversi livelli di verità.

Il livello di verità più profondo scoperto dalla scienza e dalla filosofia è la verità fondamentale dell’unità, secondo la quale a livello subnucleare ed in osservazione delle regole che fin qui abbiamo esaminato, io e voi egregi lettori, siamo uno.


Articolo di: Claudio Dionisi per Esoterismo e Misteri
Articolo soggetto a Copyright - Tutti i diritti riservati - Riproduzione vietata

Pubblicato il: 18 Aprile 2010
Ultina revisione: 02 Agosto 2015

Bibliografia:
Roger Penrose – Ombre della mente, alla ricerca della coscienza – Rizzoli

What the bleep do we know? – William Arntz, Betsy Chasse, Mark Vicente – Macroedizioni


 
Last Update: 06/01/2017
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