Il fantasma di Montebello - Esoterismo e Misteri

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Il fantasma di Montebello

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La Rocca di Montebello e...   il Fantasma Azzurrina

Introduzione


A proposito della leggenda di Azzurrina, nel castello di Montebello, sono stati pubblicati quantità impressionanti di articoli e registrati chilometri di pellicola per video e documentari.
Autori e ricercatori, medium e sensitivi, storici e cacciatori di fantasmi, dai più noti ai più improbabili, si sono cimentati nella ricerca di verità oltre la leggenda, nel tentativo di avvicinarsi sempre di più al sottile confine che divide mito e storia.
Cosa sperare di aggiungere a quanto già divulgato?
Questo è il dilemma con cui ci siamo addentrati, dapprima nel castello e successivamente sulla via di queste parole!
Avremmo potuto noi rintracciare qualche elemento rilevante, sfuggito fino ad oggi a tale esercito di ricercatori?
No! La sola ipotesi sarebbe risultata ardita, ma qualcosa ci ha spinto a fare comunque un tentativo.
E’ stato necessario un periodo di riflessione e ricerca assai più lungo di quanto immaginato, seguito da un’analisi critica più tediosa e complessa del sopportabile. Durante tutto questo percorso non ci ha mai abbandonato la sensazione che qualcosa, nel poco materiale documentale e nel vasto panorama di commenti ed opinioni, conduceva verso una direzione, per certi versi alternativa, rispetto a quella che ci saremmo aspettati.
All’inizio era solo un’idea, una sorta di intuizione, che credevamo impossibile aver avuto noi per primi. Ne abbiamo cercato traccia ovunque senza successo: è per questo che abbiamo deciso di scrivere questo articolo!
Ci avventuriamo in quanto leggerete con la stessa cautela di chi si appresta consapevolmente a maneggiare uno scivoloso ordigno, perché, in estrema analisi, il rischio di giungere a conclusioni arbitrarie e fuorvianti è altissimo!
Sir Arthur Conan Doyle, in una delle sue celeberrime citazioni, ammonisce sul rischio della teorizzazione a vuoto, in quanto, senza accorgersene, si tende facilmente a deformare i fatti per adattarli alle teorie, anziché il contrario.
In considerazione del particolare tema, dell’impalpabilità delle prove storiche documentali e dell’opinabilità delle odierne testimonianze, quello che ci avviamo a fare è quanto mai vicino a ciò di cui Sir Arthur ci avvisa, ossia un indagine fondamentalmente rigorosa, ma basata su un’ampia piattaforma di aspetti compossibili, comprensiva di quelli apparentemente assurdi e inverosimili.
Presupponendo come vere tutte le forme storiche e leggendarie di cui il mito del Castello e di Azzurrina si circonda, tenteremo di amplificarle al fine di rilevarne eventuali distorsioni.
Il rischio di cui facevamo menzione deriva anche nel fatto che non sempre ciò che è verosimile è anche vero e non tutto ciò che è vero è anche verosimile.
In virtù di questo peculiare procedimento non ci azzarderemo a trarre delle conclusioni: vi proporremo semplicemente la cronaca del percorso compiuto.
Seguitiamo tale premessa con una ulteriore avvertenza: il principio critico, a volte sarcastico, di cui troverete traccia nell’articolo non è atto alla denigrazione o al discredito della leggenda o del “fenomeno”, bensì alla salvaguardia del necessario spirito analitico e del giusto equilibrio di cui deve far tesoro colui che, in quanto esoterista, da un lato non può non credere e dall’altro non può ignorare!

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La Rocca di Montebello


La rocca di Montebello è uno di quei luoghi ai confini della realtà dove, soprattutto nel XIV secolo si è fatta la storia, ma dove la storia non si è trattenuta abbastanza a lungo da essere ricordata come tale… è diventata, peccato-per fortuna, molto presto leggenda!
Della rocca, di chi vi è vissuto e di chi vi è morto noi, in fondo, sappiamo poco o niente.
Dall’alto dei suoi 436 metri, Montebello, oggi frazione di Torriana (Rimini), domina la valle del Marecchia e dell’Uso, offrendo un seducente ed inquietante panorama.
La sua poderosa Rocca, fiera e solitaria, fu posta a guardia di una via, quella che risale la Valmarecchia (l’antica “Via Maior”). Era considerata di grande valore strategico in quanto costituiva il collegamento principale con il Montefeltro e con la Toscana, rappresentando senza dubbio uno degli edifici storici più interessanti, anche se meno evidenti, della Signoria malatestiana in tutto il territorio romagnolo.
Il castello ha la particolarità di affondare le fondamenta proprio sul picco del monte e malgrado l’età è possibile leggervi tutt’oggi con chiarezza gli interventi subiti nel corso di secoli, da quelli più strettamente militari a quelli finalizzati all’adattamento in dimora nobiliare.
Vi si accede attraverso due archi a sesto acuto che si aprono nel cortile dell’edificio, composto da due parti ben distinte: quella a ponente, la più antica, rimasta fedele al disegno architettonico medievale originario; mentre la parte a levante presenta caratteristiche più propriamente residenziali. La “Porta d’ingresso” era un tempo il portone del Castello ed era preceduto da un profondo fossato asciutto che oggi si limita ad introdurre al minuscolo borgo di Montebello, il cui abitato conserva per lo più intatti tutti gli elementi urbanistici medievali.
Sulla destra, in cima ad una rampa pietrosa si accede al Girone, ossia al secondo giro di mura, il bastione fortificato dentro a cui sorge la Rocca.
In ogni caso la primissima costruzione muraria è certamente di epoca romana: una torre a pianta quadrata, rimasta inglobata nella struttura e risalente al III° secolo a.C..
Le più arcaiche origini, invece, vanno ricercate nell’epoca preromana: sembra che i primi abitatori del sito fossero popolazioni celtiche ed ai piedi della rupe, a giudicare dai reperti, si ritiene sia esistito un loro luogo di culto.
L’insediamento altomedievale si portò in eredità il nome originario latino “Mons belli” (Monte della guerra), un nome che qualcuno ha definito come un sinistro destino. Le motivazioni per cui tale nome fu coniato, a ben pensarci, lasciano aperti parecchi spunti di riflessione non tanto per ciò che a Montebello sarebbe accaduto in seguito, ma per quanto era già avvenuto o più esattamente per ciò che non ha mai smesso di aver luogo: la guerra!
I Malatesta rafforzarono la già possente cerchia muraria perimetrale ed innalzarono una seconda Torre a pianta quadrata tanto alta da sovrastare tutti i tetti della Rocca. Eressero un secondo anello di difesa, rinforzarono la porta principale con un fossato ed un ponte levatoio e trasformarono l'antica pieve in armeria.
La residenza signorile risale invece alla seconda metà del 1400, quando ai Malatesta subentrarono i Conti Guidi di Bagno, tuttora legittimi proprietari.


Le prime notizie certe del castello si hanno grazie ad un documento notarile, datato 24 settembre 1186, allorché venne venduto da Ugolinuccio di Maltalone al riminese Giovanni Malatesta.
Furono i Malatesta, signori di Verucchio e Torriana, a costruire le nuove fortificazioni, trovandosi al confine con il territorio dei Montefeltro, nemici storici della famiglia riminese e dove, più in generale, tutti erano nemici di tutti.
I Montefeltro, nel 1393, con un audace colpo di mano, riuscirono ad espugnare la fortezza che tornò ai Malatesta solo nel 1438, grazie ad un’altrettanto intrepida offensiva guidata dal celebre Pandolfo.
Ma la fortuna militare della famiglia riminese iniziò la sua fase discendente fino a quando, nel 1464, il suo esercito venne sconfitto a Pian della Marotta, vicino Senigallia, ad opera delle milizie pontificie di Papa Pio II (Piccolomini) e guidate da Federico da Montefeltro. In seguito alla sconfitta, Montebello passò ai conti Guidi di Bagno: è da quella data che la famiglia dei conti Guidi detiene la proprietà della Rocca.
Dopo il Cinquecento la fortezza ha subito alcuni interventi di adattamento a dimora nobiliare con la trasformazione di un’intera ala. L’ultimo restauro risale al 1989 quando il castello è stato trasformato in museo, aperto ai visitatori ed inserito di diritto, dato l’innegabile valore storico, tra i monumenti del patrimonio nazionale italiano.
Sulle sue mura secolari sono state scritte storie di tragedie, di sofferenza, di gloria e di morte. Vi hanno combattuto un po’ tutti: dai romani ai balestrieri dei Malatesta e dei Montefeltro fino agli Indiani “Ghurka” dell’ottava armata inglese; tutti morti sugli spalti nell’inutile assalto della fortezza mai conquistata.
La visita alla Rocca riserva molte sorprese, per i tesori ed i segreti che vi sono custoditi, per i mobili di gran pregio, per la collezione di forzieri e cassapanche, tra cui ne spicca una, riportata, si dice, dalla prima crociata, ma soprattutto per ciò che non è possibile visitare!!!
La Rocca di Montebello è come un Iceberg: ciò che appare, per quanto intrigante, risulta marginale rispetto a ciò che nasconde. Tra le sue fondamenta, dove la roccia si fonde alla roccia, dove oscurità, immobilità e storia acquistano fragranze d’eternità, lì dove occhio umano non può più esplorare si trovano forse, in un tempo che non è più tempo ed uno spazio che non ha misura, quelle risposte tanto agognate. Ma laggiù non si può più andare: la struttura della Rocca non lo consente più e forse tutto ciò è un bene!
Prima di arrivare a parlare del fantasma di Azzurrina, della storia e della leggenda, dobbiamo fare un’altra piccola parentesi: dobbiamo esaminare ciò che sappiamo o che non sappiamo di lei quando era ancora in vita, nel suo contesto familiare!

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La Famiglia di Azzurrina

Se escludessimo i pochi dati forniti dalla leggenda scopriremmo di non sapere nulla di Azzurrina!
Si dice che il suo nome fosse Guendalina Malatesta, o più esattamente, la figlia di Ugolinuccio o Uguccione o Ugolinaccio , signore di Montebello, feudatario dei Malatesta o Malatesti. Sappiamo che Guendalina visse all’interno della Rocca e fu fagocitata dalle sue oscure profondità.
La identifichiamo in un ritratto risalente alla seconda metà del secolo scorso, opera dell’artista riminese Novella Parisini che, in stato di trance, visualizzò un’immagine che poi riprodusse faticosamente su tela.
Non conosciamo con esattezza la sua data di nascita, ignoriamo le cause della morte almeno quanto il colore degli occhi. Sarebbero stati verdi, secondo alcuni, blu, secondo altri: in pochi e per poco tempo li videro allora… a noi restano solo le ipotesi.
Ancora meno conosciuto di Guendalina è suo padre, quell’Ugolinuccio, signore di Montebello, vassallo dei Malatesta che, uomo senza grossi difetti, senza rimirabili virtù, viene ricordato dalla storia, o per meglio dire dalla leggenda, solo per il disgraziato episodio della figlia.
Ugolinuccio era il signore di Montebello e difendeva quelle zone della Romagna, per conto dei Malatesta, dai nemici di Montefeltro.
Non c’è altro!
Non meno impenetrabile è la figura della madre di Guendalina.
Rappresenta il vero enigma nell’enigma!
Sembrerebbe trattarsi, ma sono illazioni recenti che non hanno trovato nessun riscontro storico, di Costanza Malatesta, meglio conosciuta nelle genealogie degli Este e dei Malatesta come “Costanza III la Peccatrice” di cui non si conosce la data di nascita (? 1350) e con certezza assoluta neanche quella di morte (? 1378).
Le prime fonti storiche attendibili ci arrivano da testi e resoconti risalenti alla prima metà del 1600 ad opera di storici quali furono il Bonoli, il Castelli ed il Clementini nei quali, tuttavia, si rintracciano elementi confusi, approssimati ed in alcuni casi anche grossolanamente reticenti.
Costanza Malatesta, unica figlia legittima, di primo letto, di Galeotto Malatesta detto l’Ungaro e Violante d’Este, al termine di un’infanzia inquieta alla corte di Pesaro, il 29 luglio 1363 sposò Ugo d’Este, figlio del marchese Obizzo e fratello della matrigna, anche lei di nome Costanza.
Il matrimonio fu possibile solo grazie a pressioni presso la curia pontificia avignonese, ad opera di suo padre che era, nel contempo, sia cognato che suocero, riuscendo ad ottenere una dispensa pontificia per tale matrimonio.
Ma Ugo morì prematuramente, il 02 agosto 1370, a soli 26 anni e Costanza, vedova poco più che ventenne, fece ritorno a Rimini.
Dal matrimonio con l’estense non risulta avere concepito figli.
Capricciosa, amante del lusso e del piacere, ebbe molte relazioni sentimentali, tra cui va ricordata quella con Ormanno, un lanciere mercenario tedesco al servizio dei Malatesta. La scoperta di tale rapporto causò le ire e la vergogna del prozio Galeotto, il quale ingaggiò Santolino da Faenza allo scopo di far assassinare i due amanti. Il sicario uccise solo Ormanno ma non Costanza, che non venne però risparmiata da un successivo killer, Furiuzzo da Forlì, il quale eseguì il mandato il 15 ottobre 1378.
La storia di Costanza Malatesta sembrerebbe conclusa, ma la data di morte contrasta con un atto notarile del 1384, nel quale ella figura a titolo di testimone; è solo da quel momento che di lei non si saprà più nulla!
Non vi è prova documentale che abbia avuto figli sia legittimi che illegittimi, anche se ciò ha un’importanza relativa in quanto, all’epoca, le figlie femmine venivano abbastanza spesso “dimenticate” e non inserite nelle genealogie familiari.
Considerando i suoi costumi libertini è plausibile l’ipotesi, avanzata da alcuni, che il frutto di un’eventuale gravidanza sia stato affidato ad Ugolinuccio di Montebello, con l’impegno di custodirlo in quel luogo remoto, distante dalla vista e dalla memoria, allo scopo di non ledere ancor più all’onore della famiglia Malatesta. Sulla scia di queste illazioni, destinate a restare tali, diventa quasi lecito supporre che anche l’anno di nascita di Guendalina sia stato, a posteriori, “convenientemente” stabilito nel 1370, in quanto anno di morte del marchese Ugo d’Este, da cui Costanza certamente non aveva avuto figli. Fino a quella data di lei si sa molto, nel bene e nel male, incluso il dettaglio e l’entità della dote: cinquantamila ducati e vari possedimenti a Covignano, San Martino, Santa Giustina e Sassofeltrio.
Di fresca vedovanza, nel tentativo di limitare la sua effervescenza sessuale, venne spedita a Montefiore, estremo borgo dei possedimenti malatestiani che dista da Montebello circa trenta chilometri in linea d’aria.
Alla luce di tutto ciò, malgrado i vuoti storici ed in virtù di particolari che vedremo in seguito, si possono mettere in seria discussione due scenari della leggenda che sono divenuti quasi “canonici”: il primo è quello della famiglia unita e amorevole, che si dedica alla protezione e cura della propria bambina ed il secondo è quello della figura materna vera e propria, presente nel quotidiano di Guendalina.
Al di là di tutte queste supposizioni, difficilmente Guendalina poteva essere una Malatesta, come del resto ci sembra altamente improbabile che possa essre stata figlia sia di Costanza Malatesta che di Ugolinuccio di Montebello. Se ignorassimo la leggenda non sapremmo nulla neanche di lei!
Del resto, in base agli usi e costumi dell’epoca, sembra veramente improbabile che un uomo, vassallo e signore feudale come Ugolinuccio, possa non avere avuto una moglie della quale, tuttavia, non ci è giunta alcuna informazione.

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Guendalina: 21 giugno 1375


La storia di Guendalina e del fantasma di Azzurrina è riportata in un primo documento scritto, dopo quasi tre secoli di leggenda popolare, tramandata oralmente e risalente al 1620.
E’ conosciuto con il titolo di “Mons Belli et Deline”, custodito all’interno del castello stesso, la cui paternità sembra appartenere ad un monaco o sacerdote, che vi raccolse tutta una serie di leggende popolari, originarie di quella terra.
Dovrebbe essere superfluo affermare, a questo punto, che esistono molteplici sfumature distinguibili all’interno della storia stessa: crediamo lo abbiate compreso da voi stessi. Quella che racconteremo è una sintesi che tenta di racchiuderle tutte.
Il 21 giugno del 1375, il giorno più lungo dell’anno, giorno magico, Guendalina, soprannominata Azzurrina per il colore dei suoi capelli, scomparve nei meandri del castello di Montebello.
Aveva un’età probabile compresa tra i cinque e gli otto anni e giocava con la sua palla di pezza, sorvegliata a vista giorno e notte da due armigeri.
Guendalina era una bambina… una bambina albina che viveva nel 1375.
Nel medioevo era sufficiente avere i capelli bianchi o rossi per essere considerate creature del demonio.
Guendalina era una bambina albina che aveva la sfortuna di vivere in un tempo in cui bastava una capigliatura come la sua per essere marchiate come streghe… e come tali imprigionate, torturate e messe al rogo.
Forse Ugolinuccio amava veramente sua figlia più di ogni altra cosa e preferiva vederla prigioniera
nel suo castello piuttosto che rinchiusa in qualche fetida prigione, in attesa della morte. Forse Ugolinuccio aveva comunque imparato ad amare quella bambina, che non era figlia sua; forse egli era semplicemente il custode di un segreto chiamato “Guendalina”.
Non lo sapremo mai con certezza, comunque, per un motivo o per l’altro Ugolinuccio cercava in tutti i modi di proteggerla: incaricare due delle sue guardie di garantirne l’incolumità seguendola continuamente era uno dei modi per farlo; qualcuno sostiene si chiamassero Ruggiero e Domenico.
Ma la sola scorta non sarebbe bastata a salvarla dai pregiudizi ed allora si affidò allo speziale il compito di preparare una tintura per capelli al fine di mascherarne la bianca chioma.
Non sappiamo se la rudimentale tintura, realizzata con una mistura vegetale, venisse applicata premurosamente dalla madre o responsabilmente da qualche inserviente; ciò che sappiamo è che essa donava ai capelli di Guendalina un riflesso azzurrastro, che le valse il soprannome di Azzurrina.
Per Azzurrina la fortezza significava casa, significava rifugio ed è lì che trascorse le sue giornate, tra il borgo ed il castello, osservata a vista dalle sue due guardie.
Era il 1375 ed il castello appariva ben diverso da quello che possiamo osservare e visitare oggi. Tutta la parte rinascimentale non era ancora presente e quella medievale appariva a tutti gli effetti come un edificio concepito per scopi militari.
Per Guendalina la guerra costituiva un concetto astratto, forse incomprensibile, ben lontano dai pensieri… ma per i soldati rappresentava una realtà assai concreta. Lo stato di guerra comportava, all’interno di una fortezza come Montebello, continui turni di guardia, perlustrazioni perimetrali, vedette e sentinelle sempre all’erta: nulla passava inosservato, niente poteva e doveva essere trascurato, fuori e dentro le mura.
Tra i suoi giochi vi è una palla di pezza ed era con quella che stava giocando quel 21 giugno del 1375, quando un forte temporale la costrinse a trasferirsi all’interno del castello.
La palla veniva fatta ruzzolare, lanciata in aria e ripresa al volo finché, come fosse dotata di volontà propria, quasi attratta da una forza invisibile, le sfuggì dalle mani, rotolando lungo la ripida discesa di gradini che conducevano alla “ghiacciaia” del castello, locale destinato alla conservazione dei cibi che, in linea di principio, avrebbe dovuto essere chiusa a catena.
A prescindere da come lo abbiamo raccontato noi, già in questo punto del racconto ci troviamo di fronte ad una discordanza sottile ma sostanziale: alcune fonti sostengono che la palla sfugge alla bambina, la quale la rincorre, mentre altri vedono la palla quale strumento manipolato da qualche oscura forza, allo scopo di attirare la sua vittima giù nelle profondità della ghiacciaia.
Azzurrina la rincorse, discendendo la stretta e profonda rampa, mentre i soldati che la sorvegliavano non si preoccuparono di seguirla. Era ed è ancora una strada senza via di uscita, nessun altro accesso possibile se non quelle stesse scale: Guendalina sarebbe risalita proprio da lì.
Ma tutto accadde in un attimo: la corsa, il grido e poi il freddo silenzio.
Le sentinelle, allarmate dall’urlo, si lanciarono nel sotterraneo, ma della bambina non v’era più nessuna traccia.
Guendalina scomparve nel nulla: l’ultima cosa che rimase di lei fu un grido.
Secondo alcuni fu ritrovata solo la palla, secondo altri neanche quella.
In nessuna variante della leggenda troviamo traccia della madre di Guendalina: chiunque fosse non è menzionato nella leggenda come presente al castello, sia nell’immediato della sparizione che nella partecipazione alla disperazione di Ugolinuccio ed alle ricerche.
Neanche Ugolinuccio era presente: si trovava lontano, in battaglia. Tutte le versioni della leggenda dicono univocamente che Ugolinuccio di Montebello era lontano “in guerra”!
A furia di rileggere la stessa frase, sempre identica a se stessa, viene a crearsi un effetto ipnotico, quasi a convincersi che sia esaustiva! A rifletterci bene, invece, non è assolutamente sostenibile il fatto che non si conoscano maggiori dettagli sulla sua missione, in quel Giugno del 1375: quali nemici, nello specifico, si era recato a combattere, quanto tempo essa ebbe a durare e quale ne fu l’esito? Poteva Ugolinuccio muovere guerra a chicchessia senza l’approvazione dei Malatesta? Poteva tale notizia sfuggire ai cronisti dell’epoca? Che genere di guerra poteva combattere, avendo a disposizione solo poche centinaia di soldati?
Dobbiamo presumere che non si trattò di una guerra o battaglia di ampia scala; fu, più verosimilmente, una delle tante scaramuccie con i Montefeltro. In questo caso il sostantivo “guerra” è più funzionale al racconto leggendario che non al resoconto storico !
Al suo ritorno, ecco l’unico dato da cui possiamo ricavare delle risposte, venne informato dell’accaduto.
Accecato dalla disperazione e dalla rabbia, condannò a morte i due soldati e fece cercare la sua “piccola” nei sotterranei, nei boschi, in paese,… ovunque!
Azzurrina non venne mai trovata!
Scomparve Guendalina e si dissolse storicamente anche Ugolinuccio.
Questa che avete appena letto è la versione canonica della leggenda, che prende le mosse dal resoconto degli armigeri responsabili della sicurezza di Guendalina.
Ma vi sono altre versioni.
Secondo alcuni la storia andò probabilmente in maniera diversa: Ugolinuccio aveva compreso o gli era stato fatto capire che non si poteva più soprassedere alla presenza di quella sua figlia “strega” e che doveva trovare una soluzione prima che il rimedio lo ponesse direttamente la Santa Inquisizione. Egli provvide a modo suo, facendola assassinare e murandone il corpicino in qualche luogo dei sotterranei. In seguito, per giustificarne la scomparsa agli occhi della moglie, o comunque della madre, raccontò della misteriosa scomparsa che, in ogni caso, si inseriva perfettamente nel quadro della sua presunta stregoneria. Le ricerche successive furono, a quel punto, una mera cortina fumogena dietro la quale si consumò, verosimilmente, la seconda parte del suo progetto: la riduzione al silenzio degli esecutori materiali dell’assassinio. Ci risulta che le uniche due vittime oltre Guendalina furono le sue due guardie del corpo! A supportare questa teoria vi sarebbe la testimonianza recente di un sensitivo che ha affermato di aver visualizzato la fanciulla, la quale aveva, sul lato sinistro del volto e sulla spalla, un alone, una striatura color bianco intenso, facendo pensare che si sia trattato di tracce di calce, della quale sarebbe stata ricoperta dopo l'uccisione.
Un’altra versione è quella proposta da un altro sensitivo che,
alcuni anni or sono, durante una seduta medianica tenutasi nel castello, sarebbe riuscito a mettersi in contatto con lo spirito di Azzurrina, la quale gli avrebbe raccontato gli avvenimenti di quella lontana notte.
Fu un incidente!
Guendalina, nel rincorrere la palla, ruzzolò giù per le scale e morì sul colpo.
Quando i due guardiani accorsero era già troppo tardi: trovarono la bambina ormai senza vita. Temendo una terribile punizione in quanto direttamente responsabili della sua incolumità, occultarono il cadavere, seppellendolo nel giardino e raccontarono a tutti la versione della leggendaria sparizione.
Azzurrina, a suo dire, manifestò la sua felicità e la volontà di continuare a vivere dentro l’amato Castello, assieme ai suoi amici di ieri e di oggi.
Ammettendo che tutto è possibile fino a prova contraria, ci sembra poco probabile che in una rocca fortificata e sorvegliata con un alto stato di allerta, fosse possibile sotterrare qualcuno o qualcosa, sia all’interno che nelle immediate vicinanze esterne, senza essere notati. In secondo luogo è inverosimile che i resti di uno scavo e di un riempimento abbiano potuto passare inosservati durante le ricerche serrate che furono effettuate in seguito.
Nel caso di morte accidentale sarebbe stato ben più semplice occultare il corpicino nelle profondità dei sotterranei della Rocca.
Ad avvaloramento di questa tesi aggiungiamo alcune considerazioni di natura medico-scientifica che, strano a dirsi, pur non necessitando del dottor House per essere rilevate, non abbiamo finora rintracciato in nessun testo che parli di questa leggenda.
Abbiamo avuto modo di leggere che, secondo alcuni, l’immagine di Guendalina ritratta dalla Parisini conterrebbe un errore di fondo: gli occhi dovrebbero essere rossi!
Non è affatto vero che tutti gli albini hanno gli occhi rossi; è erroneo considerare albino solo chi presenta pelle bianca, capelli bianchi e occhi rossi, anche se i soggetti con tali caratteristiche sono chiaramente di più facile individuazione.
E’ molto più frequente invece che gli occhi, senza una normale quantità di pigmento durante lo sviluppo embrionale e durante il primo periodo di vita, non si sviluppino bene e non funzionino in maniera ottimale. L’assenza o la riduzione del pigmento oculare, presente nell’iride e nella retina, determinano specifici cambiamenti dell’occhio e dei nervi ottici causando diverse problematiche all’iride e alla retina. Le connessioni nervose,
addette al trasporto dello stimolo visivo dalla retina al cervello, seguono un percorso anomalo, determinando una frequente diminuzione della visione tridimensionale. L’entità di ognuno di essi è variabile in relazione alla quantità di pigmento presente durante lo sviluppo dell’occhio. Alcuni tipi di Albinismo, meno comuni, presentano anche leggeri problemi inerenti la coagulazione del sangue e l’udito.
In sostanza è probabile che Guendalina non ci vedesse bene e che la sua distorta visione tridimensionale della scala, considerando anche la scarsa illuminazione, le abbia giocato uno scherzo fatale nella rincorsa della palla lungo la gradinata che conduceva verso la ghiacciaia.

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Le registrazioni


Secondo la leggenda, il 21 giugno di ogni anno lustro (che termina con cinque o con zero), giorno del solstizio d’estate, in special modo se vi è un temporale, è ancora possibile sentire il pianto di Azzurrina.
Al termine di lunghi ed attenti lavori di restauro il castello fu riaperto nel 1989.
Il 21 Giugno del 1990 una troup televisiva RAI girò un documentario all’interno del castello, e senza aspettarselo registrò una voce. Era un verso flebile, tenue: un pianto confuso tra i rumori del temporale. Per i più non ci furono dubbi: era la voce della bambina scomparsa.
Durante la registrazione è possibile udire oltre al rumore di fondo del temporale ed il pianto infantile, anche 12 rintocchi di campane; ma in prossimità del castello non se ne riscontrano con una timbrica identica. Sul finire della registrazione si ode un forte rumore ripetitivo. Sono sedici colpi o battiti cardiaci che, secondo i medici, potrebbero appartenere solo ad una persona con un peso corporeo di circa 90 Kg.
In seguito furono effettuate altre registrazioni ma non più ad opera di semplici tecnici di una emittente televisiva. Se ne sono occupati sia il CSP (Centro Studi Parapsicologici), lo stesso centro di studi di parapsicologia che nel periodo invernale svolge le sedute medianiche, sempre all’interno del castello, che l’IRB (Laboratorio interdisciplinare di Ricerca Biopsicocibernetica) di Bologna.
Nel tentativo del 1995 si ascolta il rumore di fondo della pioggia ed un pianto infantile a singhiozzo.
In entrambe le registrazioni del 1990 e del 1995 pioveva, mentre quella del 2000 era una notte di cielo sereno: chi considerava il temporale come un elemento determinante, si aspettava che non sarebbe stato rilevato nulla di particolare.
Ma non fu così…anzi, è probabilmente la registrazione più indicativa proprio perché non vi è il temporale a distrarre l’attenzione con i suoi echi di fondo. Inizia e finisce con il passaggio di un aereo. E’, questo, un particolare che bisognerà, in futuro, tenere in debita considerazione: che sia la manifestazione della necessità di una qualche forma di suono esterno al castello per ottenere traccia di suoni interni?
E’ possibile ascoltare, inoltre, un pianto infantile a singhiozzo ed una voce che sembra chiamare “mamma”. Questo, a nostro parere, è un elemento anomalo: difficilmente una bambina a quei tempi chiamava la propria madre come noi, dicendo appunto mamma. Ancora una volta il timbro corrisponde a quelli precedenti: quindi per tre volte consecutive, durante queste registrazioni, è stata registrata la voce di una persona, sempre la medesima, nonostante il castello fosse stato chiuso al pubblico, sigillato da notai e dotato di microfoni che non possono essere manomessi senza esser danneggiati e che si attivano quanto colgono un rumore sino a quando questo non cessa.
Il 21 giugno, sempre il solstizio d’estate, del 2003, si volle provare ad effettuare una registrazione malgrado non fosse un anno lustro. Con sorpresa di tutti, anche in questo caso i microfoni hanno registrato qualcosa: un breve urlo. Quest’ultima registrazione lascia quindi supporre che l’anno lustro non sia un elemento fondamentale; addirittura alcuni avanzano l’ipotesi che anche il solstizio d’estate non sia caratterizzante.
Le registrazioni del 2005 presentano tutta una serie di rumori indistinti al termine dei quali si può udire pronunciare il nome “Alosio”, molto probabilmente Luigi, dal latino Aloysius
. Più avanti vi è una sovrapposizione di voci con tono crescente: un coro simile ad una invocazione, che sembra ripetere il nome “Belial”. Si tratta del demonio dell’Antico Testamento, comunemente usato come sinonimo di Satana. Nelle gerarchie demonologiche medievali era considerato un Re dell’inferno. Nella Bibbia ebraica, la parola belial non è un nome proprio, bensì un nome comune il cui significato è “uomo dissoluto” o “uomo privo di valori”. Presso alcune sette si identifica come il capo di tutti i diavoli: in uno dei manoscritti del Mar Morto intitolato “La guerra dei figli della luce e dell’oscurità”, Belial è il capo dei figli dell’oscurità.
Il 21 giugno 2010 sono state effettuate le nuove registrazione, non rese pubbliche perché ancora sottoposte al vaglio dei ricercatori dell’IRB. Quel poco che finora è trapelato indica che qualcosa di “nuovo e interessante” sia stato registrato.
L’analisi spettrale ha evidenziato come la voce, in alcune delle registrazioni, sia riconducibile a quella di una bambina di giovanissima età e che non presentano alcuna manipolazione. La reale particolarità, che ha lasciato basiti i molti ricercatori che hanno partecipato agli studi, è data da alcune anomalie spettrali che tenteremo di riassumere.
Allo scopo di ottimizzare la ricerca e di affinarne i metodi, sono stati disposti dei particolari sensori per monitorate vari tipi di campi energetici e di variabili ambientali quali temperatura, umidità, campi elettrici, elettromagnetici, geomagnetici, a radiofrequenza, radiazioni ionizzanti e alcuni altri. Tutti i dati raccolti portano decisamente a ritenere che tali sonorità o “eventi acustici” non siano di tipo psicofonico (non si manifestano direttamente su nastro, sulla membrana dei microfoni o attraverso la radio, rendendosi udibili esclusivamente in fase di ascolto), bensì di tipo ambientale diretto. In estrema sintesi, tali sonorità si producono direttamente negli ambienti interessati dai fenomeni stessi, assumendo le caratteristiche che l’ambiente specifico conferisce loro, attraverso la forma e la consistenza delle folte e delle pareti. Tale fenomeno assume quindi una sua collocazione spaziale, tale da poter essere annoverato tra le manifestazioni di tipo infestatorio, anche se, alcune dinamiche finiscono per farlo paragonare all’altrettanto stupefacente fenomeno delle foci dirette (fenomeno consistente in voci chiare ma sussurrate che risuonano nella stanza ove è in atto una seduta medianica).
Altre circospezioni, adottate nelle varie fasi di ricerca, hanno previsto l’isolamento totale della Rocca, con l’utilizzo di tutta una vasta gamma di sensori, quali il test della Macchina della Verità per i gestori del castello (unici interessati a eventuali ricadute economiche conseguenti all’eventuale incremento delle visite) e test psicologici per la verifica della propensione a mentire.
L’elemento che, come dicevamo, ha destato l’incredulità maggiore è stato il risultato dell’analisi che ricostruisce il condotto vocale della voce umana. Nel caso della voce di Azzurrina ha messo chiaramente in evidenza come non sia stata prodotta da alcun organo fonatorio. I dati che emergono dalle analisi e dalle successive simulazioni sembrano indicare che tale sonorità si sia prodotta attraverso una specie di gorgo o vortice, cosa che sembrerebbe combaciare con la presenza di quello strano disturbo di fondo che precede sempre i vari eventi acustici registrati. L’esame energetico della voce ha, inoltre, messo in evidenza come, a differenza della voce umana, essa sia costituita da uno sciame di impulsi o microspot energetici: minuscoli pacchetti di energia, sullo stile dei “quanti”, che nel loro insieme finiscono per farsi percepire, all’ascolto, come una normalissima voce.

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La Visita al Castello


Le visite guidate sono l’unico modo per poter conoscere il castello: partono dal palazzo, dove risiedevano i signori, per poi passare alla fortezza, dove dimoravano i soldati.
Durante la visita diurna vengono mostrate le sale, ponendo l’accento all’arredo ed alla storia della rocca. In ogni caso la visita comprende l’ascolto delle registrazioni legate alla leggenda che hanno reso famoso il castello. Alcune delle sale visitate non vengono tuttavia mostrate durante il giro notturno. Sebbene tra le due parti è comunque la seconda quella che attira di più la curiosità dei visitatori: forse a causa della sobrietà tipicamente militaresca, che ancora riesce a trasmettere gli echi del suo remoto vissuto, rispetto al palazzo dai soffitti alti ed i mobili di pregio, è invece proprio da due delle stanze della parte signorile che ancora oggi si riescono ad evocare maggiormente le entità presenti nel castello, a dispetto della maggiore illuminazione e dell’ambiente quasi “museale”.
Salita la scalinata di acciottolato si entra nel castello attraverso la porta principale che presenta ancora le originarie inferriate in ferro battuto. L’edificio si articola in due zone: la fortezza e l’ala nobile.


  • Ala nobile

Entrando nell’ala gentilizia si accede a un’ampia galleria dove si possono notare subito alcuni mobili che spiccano per pregio e rarità. La sequenza ci presenta per primi due seggioloni in legno nero, risalenti al XVI° sec. con braccioli, alte traverse e dritte spalliere. Presentano un bellissimo schienale in cuoio imbottito, impreziosito da una scena con Bacco adolescente che danza sotto un pergolato carico di grappoli d’uva, impressa a fuoco. Accanto ad essi troviamo un sontuoso divano a quattro posti del XVII° sec., dalle linee eleganti e ricco di incisioni. Sull’ampia spalliera riconosciamo un’altra bellissima immagine marchiata nel cuoio, raffigurante lo stesso motivo di Bacco danzante, presente già nei seggioloni. Presso il divano è posto un imponente forziere del 1500 ad anta unica. L’interno è costituito di robusto legno di rovere, rinforzato all’esterno con lastre di ferro battuto, fissate al legno con chiodi artigianali. Il suo peso è straordinario, supera i 700 chilogrammi ma, quello che lo differenzia dai forzieri dell’epoca sono le serrature: ben cinque e tutte diverse tra loro. Il signore del castello possedeva una delle chiavi e decideva a chi consegnare le quattro restanti, senza le quali sarebbe stato impossibile aprire il forziere: si sarebbe aperto solo con tutte e cinque le chiavi e con una precisa combinazione che solo il Signore conosceva.
In più punti della galleria ritroviamo lo stemma della famiglia Guidi: quattro triangoli uniti insieme per formare una croce sassone che, si riteneva, proteggesse dalla stregoneria. Il giallo e l’azzurro dei triangoli non fu frutto del caso: l’azzurro, colore del cielo, simboleggiava il potere ed il giallo, colore dell’oro, indicava la ricchezza. Proseguendo, nella stanza a fianco, troviamo un altro forziere, più recente di due secoli rispetto al primo. Anch’esso è in legno blindato, fregiato con borchie e roselline, dal modico peso di 1200 chilogrammi. Le sue dimensioni fanno supporre che sia sempre rimasto nella stanza, in quanto i passaggi risultano troppo piccoli e stretti per lasciarlo passare. Anch’esso ha una sua peculiarità: non è visibile alcuna serratura, poiché rimane abilmente occultata sotto una borchia mobile. Pure in questo caso solo il signore ne conosceva la posizione. Inoltrandosi lungo i corridoi si raggiunge la Sala delle feste e dei banchetti. La stanza è piuttosto piccola ma l’alto soffitto e la presenza di ballatoi le concedono di apparire più ampia. Il mobile più ricco e prezioso nella sala è situato accanto alla porta, una credenza risalente alla fine del 1500. Di dimensioni imponenti è sostenuta da tre grandi pilastri scolpiti con foglie di acanto, nei quali si celano anche numerosi cassettini segreti. Al centro possiamo notare un bellissimo tavolo ottocentesco detto a “pipistrello” in quanto dotato di ali laterali in rovere pieghevoli.
L’opinione di medium e sensitivi è che si tratti dell’ambiente con la maggiore concentrazione di energia. Intorno al tavolo sono state svolte, negli anni, numerose sedute spiritistiche, con medium inviati dal CSP; durante una di queste sedute, nel 1995, il tavolo si alzò di oltre mezzo metro. L’evento venne filmato, così come venne ripresa ogni seduta. Coloro che partecipavano a tali riunioni raccontano di esser riuscire a mettersi in contatto con le energie di alcuni di coloro che avevano ricevuto una morte violenta. Ripensando alla storia del castello le energie presenti dovrebbero essere numerosissime!
La sala che viene successivamente mostrata è decisamente più piccola, ma non per questo meno suggestiva.
Anche a questo ambiente è legata una storia estremamente singolare, vissuta in prima persona da un guardiano del castello.


Secondo quanto viene raccontato, il venerdì santo del 1994, mentre il custode si adoperava a lavare o spolverare il pavimento della sala, ebbe la sensazione di non essere solo nella stanza. Inizialmente non vi prestò attenzione e continuò il suo lavoro; ma ad uno sguardo più attento notò qualcosa capace di gelargli il sangue nelle vene: una figura femminile, completamente capovolta, con i piedi appoggiati sul fondo del soppalco ed i lunghi capelli neri che quasi toccavano terra. Stranamente la lunga veste, anch’essa scura, era perfettamente aderente al corpo e, a differenza dei capelli, non seguiva la forza di gravità. La tetra immagine percorse l’intero tragitto del fondo del soppalco. L’uomo fu ritrovato in stato confusionale all’esterno dell’edificio e ci volle un bel po’ di tempo perche riuscisse a raccontare della vicenda.
Ciò che ci permette di credere che il racconto non sia solo frutto della sua immaginazione, sono le impronte lasciate sul legno: piccoli orme che tutt’oggi si possono notare. Inizialmente erano circa una trentina di tracce bianche di un piede numero 34-35; sfortunatamente vanno diventando sempre meno visibili. Sono riapparse anche dopo che la direzione del castello decise di rimuoverle. Dopo la quarta volta che venivano cancellate, al loro puntuale riapparire, si decise di abbandonare il tentativo. Ovviamente non mancano gli sforzi di spiegare scientificamente tutto ciò: la spiegazione razionale che si può fornire è che esistono dei particolari tipi di legno con una attività di spurgo molto lenta. Quindi, secondo tale interpretazione, tali orme apparterebbero a coloro che restaurarono il soppalco dopo che questo fu danneggiato durante l’ultimo conflitto mondiale. Le persone che non accettano questa spiegazione fanno però notare alcuni particolari che, secondo logica, escluderebbero questa soluzione: come può un operaio avere una misura dei piedi così piccola? E’ una dimensione di un piede più frequente in un bimbo o in una donna che non in un uomo. Inoltre le impronte seguono un preciso ordine, l’ordine di una camminata, e non sono distribuiti a caso. Ed infine, osservando attentamente una delle poche impronte ancora visibili, si nota come questa sia disposta tra due assi, e non solo su una. Come possono gli operai aver montato le assi nello stesso ordine della loro camminata, senza neanche poterle vedere? In sostanza l’unica ipotesi scientifica addotta non regge di fronte ad una confutazione altrettanto razionale!
Salendo le scale ci si trova di fronte a un prestigioso dipinto ad olio seicentesco raffigurante l’albero genealogico della famiglia Guidi dal 923 al 1613. Nella parte opposta possiamo scorgere una piccola cappella, riservata al signore del castello, con all’interno numerosi oggetti liturgici. Ad un lato si può ammirare un paramento d’altare in marmo chiaro su cui è ritratta la “Madonna con il bambino
”circondata da decorazioni geometriche in giallo e verde. Di rimpetto è posto il dipinto ad olio del Beato Carlo Guidi, risalente al 1300 circa, anno in cui egli fondò l’ordine Gerosolimitano. Di fianco è presente una cassettiera risalente alla fine del 1500. Anch’essa possiede una sua unicità: solo il signore sapeva che la parte superiore si apriva a scrittoio e vi potevano essere custoditi i documenti segreti. Non meno pregiato è un tavolino barocchetto, in legno di rovere, i cui piedi sono stati intagliati da un unico tronco, su cui poggia un pianale di legno dipinto con colori a imitazione del marmo.


  • Ala medievale

Nell’ala medievale si fa più evidente l’originaria funzione di fortezza dell’edificio.
Salendo la rampa di scale ci si imbatte in due antichi “trabocchetti”. I primi due gradini sono perfettamente uguali e servono a dare un “falso ritmo” al passo, ma quelli che seguono sono tutti diversi l’uno dall’altro, sia per alzata che per pedata, spezzando il ritmo e rendendo disagevole la salita, soprattutto se a compierla è un soldato in armatura e immerso nell’oscurità. In cima alle scale, per accedere alla piano superiore del castello, vi è una porta che dal basso sembra ampia, mentre invece si rivela bassa e profonda. Il tutto serviva a rallentare la penetrazione dell’esercito nemico e creare frastuono, dando il tempo ai soldati del castello di potersi organizzare per la difesa.
Finiti i ripidi e irregolari scalini, si arriva nella Stanza delle spose, anticamente situata nel “Mastio, la parte più importante del fortino dove si concentravano gli armigeri. Oggi vi sono disposti gli splendidi bauli dei corredi nuziali, che custodivano le ricchissime doti portate dalle spose. Si distinguono in due tipologie e sono appartenuti a due diverse signore: Beatrice Malatesta e Teodora Gonzaga. Sulla destra sono disposti i tre bauli che contenevano le vesti di Beatrice, sposa quindicenne di Paolo Malatesta. Hanno la base rettangolare e coperchio semicilindrico ed internamente erano rivestiti di tela cerata. Questa forma non è casuale, infatti i bauli venivano riempiti fino all’orlo dalla base, poi le lenzuola venivano fermate con un asse di legno formando una zona d’aria nella parte del coperchio. Caricando i bauli a rovescio sui buoi o asini, anche in caso di attraversamento di un fiume, il corredo non si sarebbe bagnato o rovinato. Sulla sinistra invece ritroviamo due bauli di forma rettangolare canonica. Il primo, del 1500, è in cuoio borchiato e l’altro, di fine 1600, è interamente rivestito in velluto verde. Dallo stemma ritrovato nella parte anteriore possiamo dedurre che sia appartenuto a Teodora Gonzaga. Questo tipo di baule veniva trasportato su carrozze o carri, perciò la forma era ben più semplice.
Era fondamentale che i bauli arrivassero a destinazione integri, poiché se le doti venivano perse o danneggiate i mariti potevano decidere di annullare il matrimonio. La dote rappresentava l’unico patrimonio della donna e la sua stessa vita poteva arrivare a dipendere da quanto ivi contenuto.
Nella stanza successiva troviamo l’unica fonte di calore del castello: in tutta la costruzione non vi sono camini o focolari. Si tratta di un forno senza cappa che serviva per la preparazione del “fuoco greco”, una delle principali armi di difesa medievali. Il fuoco greco veniva rovesciato in una grata aperta sul pavimento, collegata ad una grondaia che scaricava a spiovente sull’entrata, in modo che la miscela vi impattava, propagandosi a ventaglio sugli assalitori. La mancanza della cappa aveva un fine strategico ben preciso: i soldati non potevano permettersi di concedere punti di riferimento ai rivali; il fumo in parte si disperdeva ed in parte veniva assorbito da un particolare tipo di pietra molto porosa di cui era composto il camino.
Poco più avanti troviamo numerosi dipinti della famiglia Guidi, anche se uno spicca per unicità: è il Ritratto del senatore Giuseppe, la cui tela ha un piccolo rilievo a livello del naso e della fronte, creando così l’illusione che lo sguardo dell’uomo segua ovunque l’osservatore all’interno della stanza.
Proseguendo si accede ad una stanza davvero interessante: il punto più antico del castello. Da un grande rigonfiamento, a metà della parete, è possibile misurare l’altezza del monte che oggi corrisponde a 436 metri sul livello del mare. Si nota come i romani avessero costruirono la fortezza senza bisogno di costruire fondamenta: scavarono direttamente sulla roccia della collina.
Proseguendo ancora si transita lungo un corridoio del tutto anonimo, se non fosse per la presenza di ciò che è conosciuta come la Tavola Islamica.


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  • La Tavola Islamica

Le guide raccontano che accade non di rado, ad alcuni dei visitatori, ancor prima di entrare, di avvertire strane sensazioni: taluni perdono i sensi, altri hanno l’impressione di sapere già cosa ci sia, altri ancora si rifiutano di sostare nella stanza e passano veloci, discendendo le scale che conducono ad uno dagli ultimi ambienti visitabili. E tutto questo è dato dalla presenza di questa tavola che sprigionerebbe una fortissima energia negativa.
Al di sopra di una cassapanca veneziana del seicento è stato grossolanamente fissato un dorsale, in modo talmente evidente da non far sorgere dubbio alcuno che si tratti di due elementi distinti. Per essere ancor più precisi, specifichiamo che, più che di un generico dorsale, si tratta di una tavola islamica del XII° Sec, tradotta in Italia da uno degli avi della famiglia dei Guidi, di ritorno dalla prima Crociata. Era un bottino di guerra, ma chi lo condusse con se non aveva affatto idea della ricca simbologia esoterica che vi era impressa.
Secondo gli psicometristi, data la sua enorme carica energetica, anche a distanza di un millennio, tale oggetto non dovrebbe neanche essere esposto al pubblico.
Tre colori predominano la tavola, ciascuno dei quali a sua volta è indirizzato a conferire un'anima cromatica ad altrettanti elementi arcani che racchiudono significati esoterici e religiosi
E’ presente il verde dei pomi sacri, che nella cultura islamica rappresenta il melograno, ossia il frutto proibito, vitale ed al tempo stesso negativo; vi è il rosso del cielo durante il tramonto, il momento in cui venivano compiuti i riti sacrificali; ma soprattutto l’oro, quello di un baldacchino che racchiude il giardino dell’eden islamico, con al centro una figura femminile.
Si tratta di una donna in stato avanzato di gravidanza a seni scoperti: elemento oltremodo eretico e blasfemo, dato che l'Islam vietava la rappresentazione umana, specialmente femminile. Tutto sembrerebbe inspiegabilmente normale, se non che, osservando dettagliatamente le gambe della donna, si osserva come esse siano forzatamente serrate, bloccate con un panno di colorazione rossa e rivoltate innaturalmente. Il significato, dietro a quest'immagine, è semplice e terribile nel contempo. In alcune tribù arabe semistanziali vigeva una normativa che regolamentava le nascite: qualora venisse superato il limite demografico consentito dal clan si impediva alle donne partorire con un raccapricciante rito, che si svolgeva su di un'ara sacrificale, in cui alla vittima venivano stretti e rigirati gli arti inferiori, impossibilitandola a partorire. Il feto, non avendo alcuna via d'uscita, lacerava il grembo materno, provocando indicibili sofferenze, fino a trovare la morte lui e la sua procreatrice.
Nella tavola è anche riportato il numero del diavolo: il sei; lo si vede al collo della donna, che indossa una collana di sei perle rosse con un pendente. Osservando bene il piccolo ciondolo si nota che questo non è altro che un cuore trafitto. La piccola figura angelica, così come il manto rosso che copre la nudità della donna, sono elementi aggiunti successivamente. La tavola era considerata blasfema anche per il credo cristiano, ed i Guidi, in possesso di tale oggetto, erano alleati con il Papa. Dalla chiesa avevano ricevuto numerose terre e possedimenti, grazie al contributo che avevano offerto per la vittoria sui Malatesta. Se fossero stati scoperti con questo oggetto sarebbero stati tutti imputati di eresia e inviati al rogo, tutti i loro possedimenti espropriati ed il castello dato alle fiamme.
I colori della tavola sono molto accesi, questo perché è rimasta chiusa per secoli, fino al 1600 circa, data in cui venne fissata al dorsale del cassone dove ancora si trova; questo permetteva ai signori del castello di farne bella mostra, ma allo stesso tempo, in occasione di visite ufficiali, il mobile poteva essere facilmente richiuso, apparendo come un semplice arredo.
Uno dei simboli più controversi della tavola è il cerchio posto all’estremità del baldacchino, un cerchio che sembra racchiudere tutto un mondo e tutto il misticismo della cultura islamica dal quale, i sensitivi, manifestano di percepire violenti flussi di energia.
L’ultimo ambiente visitabile è la prigione del castello. E’ alta soltanto un metro e quaranta ed i prigionieri venivano “incaprettati” prima di esservi rinchiusi. Nessuno resisteva più di 5 giorni; impazzivano tra i loro escrementi, nel freddo e nella soffocante oscurità di quel buco, dove i carcerieri gettavano insetti e topi. Lo scopo di tutto ciò consisteva nel rispettare la legge vigente di quel periodo, che vietava la condanna a morte e, nel contempo, spingere i prigionieri a togliersi la vita. Il suicidio avveniva semplicemente distendendo le gambe, o dando testate contro le protuberanze rocciose del muro.
Anche qui non poche persone raccontano di provare sensazioni forti, legate proprio a quel luogo in cui sono avvenute tante morti violente.

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Altre esperienze


Oltre ai fenomeni fin qui esposti, vi sono altre numerose esperienze, vissute nel castello da vari testimoni. Si possono citare improvvisi ed intensi fenomeni olfattivi che, in un’occasione furono percepiti da più persone contemporaneamente: si tratta della comparsa improvvisa di un forte aroma di incenso in ambienti chiusi, della durata di una manciata di secondi.
Un altro evento di sicuro interesse accadde durante lo svolgimento di una seduta medianica. Mentre il gruppo di partecipanti era immerso in un’irreale notturno silenzio, in corrispondenza di una porta che conduce alla stanza attigua, apparve una presenza: un profilo femminile in movimento, chiaramente distinguibile ed abbigliata con mantello e cappuccio. L’allarme dato dal primo testimone consentì ad altri di notare l’immagine ma non di riuscire ad immortalarla: il fenomeno svanì troppo rapidamente.
Abbiamo parlato della levitazione del tavolo a “pipistrello” ma non si possono trascurare vari altri spostamenti di oggetti più piccoli e soprattutto la materializzazione di altri oggetti ancora, che prima di quel momento non erano presenti e che ancora oggi sono conservati dalle persone che hanno assistito al fenomeno.
Malgrado il fenomeno di tali materializzazioni, possa sembrare sorprendente, non è un elemento nuovo: basta pensare, senza allontanarci dall’Italia, a quanto avvenuto durante le riunioni del Cerchio di Firenze 77, guidate da Roberto Setti e negli esperimenti torinesi di Gustavo Rol.
Non possiamo poi evitare di menzionare la particolarità per cui la cassaforte del 1700, accuratamente chiusa alla sera, veniva puntualmente ritrovata aperta al mattino successivo.

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Un luogo “speciale”


Come abbiamo accennato all’inizio, non tenteremo di trarre delle conclusioni, ci limiteremo a proporre delle semplici considerazioni.
Ai piedi della rupe ove sorge il castello è esistito un luogo di culto celtico.
La cultura celtica considerava il mondo, la natura e le sue manifestazioni come immersi in un fluidum eterico immateriale, nel quale albergavano delle entità incorporee e senza dimensione, inclusi déi e demoni. Oltre ai loro sacerdoti Druidi, pochi altri mortali erano in grado di cogliere e percepire tali presenze. Il mondo delle foreste, dei boschi cupi ed impenetrabili, echeggianti di risonanze lontane; il fulgore della vegetazione rigogliosa trafitta sporadicamente dai raggi solari, i misteriosi baratri fra rocche di pietra ed absidi di basalto erano, per i Celti, il più grande tempio vivente che ospitava la forza magica immanente del creato e dei suoi innumerevoli esseri. Tali luoghi non venivano scelti a caso, ma selezionati in virtù della loro potenzialità. Erano Luoghi Magici
, punti della superficie terrestre nel quale arrivavano ad emergere ed incrociarsi alcune correnti telluriche, creando campi psicomagnetici più o meno armonici.
Quando, nel III° sec. a.C., i romani vi edificarono la loro torre, verosimilmente ignorando tutto ciò, decisero di non costruire le fondamenta: edificarono direttamente sulla dura roccia, rendendo l’edificio un prolungamento della montagna.
Tutte le successive modifiche, da quelle medievali a quelle rinascimentali, avvennero intorno a quella prima “fusione”.
Conosciamo il resto della storia, fatto di guerre, sofferenza e morte: forti emozioni, enormi e continui flussi di energie psichiche che hanno vibrato lungamente in assonanza con le correnti telluriche di cui il luogo è catalizzatore. E’ equivalso a gettare acqua su di una spugna... a Montebello il confine tra il nostro livello fisico e quello astrale è, nel corso degli anni, rimasto sempre esiguo. Inoltre, quanto più queste energie venivano rilasciate nei livelli più bassi delle strutture, quelli più vicini alla pietra del monte, tanto più esse riuscivano ad interagire con quelle della terra, specialmente in alcune date caratteristiche, come i giorni di Solstizio (21 giugno e 21 dicembre), in quelli di Equinozio (21 marzo e 23 settembre), nella notte a cavallo tra il 31 ottobre ed il 1° novembre (Halloween/Ognissanti) ed in quella tra il 30 aprile ed il 1°maggio (Beltane).

Dunque... Azzurrina è scomparsa nell’ala medievale del castello.
Nel 1375 quella che oggi definiamo la "parte rinascimentale" ovviamente già esisteva, anche se non aveva l'aspetto odierno.
"Azzurrina è scomparsa nel sotterraneo", questa è la sola cosa che dice la leggenda; caduta incidentalmente, attratta ingannevolmente o spinta con la forza è e rimarrà un mistero, ma l’ambiente dove tutto avvenne fu il livello inferiore, che già da molto tempo, nessuno sa dire quanto, è inaccessibile.
Ma di quali proporzioni o profondità stiamo parlando?  
Quello che i sensitivi percepiscono nella galleria, a poca distanza dalla ripida rampa di scale che discendeva alla ghiacciaia, è la presenza di vortici energetici che si diramano e si incrociano sia verso il basso che dal basso verso l’alto.
Seguendo le spirali e le traiettorie di tali vortici si arriva a dedurre che tutta la “forza” del castello deriva proprio dal basso.
Ma come erano composti i sotterranei della rocca?
Nessuno ne ha più un’idea chiara.
Non esistono planimetrie o disegni del castello, né vecchi né nuovi: tutto è andato perduto.   
Sotto la galleria di Azzurrina si trova la ghiacciaia, anche se si vocifera dell' esistenza di una sorta di corridoio che, evidentemente, doveva servire come elemento di comunicazione tra ambienti diversi. Infine c’è il pozzo, una gola verticale, in origine profonda circa 12 metri, che sappiamo essere stato chiuso.
La galleria di azzurrina si trova ad un'altezza di circa quattro metri rispetto al piano della corte interna, che la separa dall'ala rinascimentale.
La rampa di scale che scende verso il basso è soltanto una parte del percorso originario, che doveva digradare, considerando gli spazi e le quote, di almeno dieci metri. Se osserviamo dalla corte interna la base del muro ove sorge la parte dell'edificio, al cui interno vi è la galleria, possiamo notare come esso appoggi su uno scoglio roccioso. Ciò significa che non è affatto certo che la ghiacciaia sia ubicata proprio sotto la galleria: durante il percorso le scale avrebbero avuto spazio sufficiente per deviare in qualche altra direzione.
La sensazione è che possa essere esistito un livello sotterraneo ben più ampio della sola ghiacciaia, a cui si doveva poter accedere da qualche altra entrata. La ghiacciaia aveva un solo accesso, certamente praticabile fino all'epoca dei fatti di cui narriamo; questo ci mette nelle condizioni di pensare che fosse stata isolata dagli altri ambienti o che questi ultimi si trovassero ad un livello diverso...più basso. Se è così, a cosa servivano e perché furono sigillati?
Le altre apparizioni ed il fenomeno di levitazione del tavolo sono avvenuti, al contrario, nell’ala rinascimentale dove, in un passato più o meno recente, sono state effettuate molte sedute medianiche.
E’ la sala che manifesta la maggiore concentrazione di energia e che sembra poggiare anch’esso su di un livello interrato, con "profondità" che sono rimaste del tutto occultate.
Erano forse le stesse?
E' mai possibile che sia esistito un dedalo di gallerie, artificiali o almeno in parte naturali, così ramificato e ampio da eguagliare la stessa superficie del castello!
E' arduo il solo pensarlo, ma non del tutto improponibile a livello di possibilità!
Ciò di cui abbiamo informazioni è che durante il periodo rinascimentale alcune gallerie del castello furono murate per custodire e proteggere i tesori dei signori da eventuali nemici.
Durante le ultime opere di restauro tutte queste stanze furono aperte nuovamente, ad eccezione di una, la più vecchia, che risulta esser stata murata in un periodo di gran lunga antecedente al rinascimento ed impossibile da aprire in quanto le pareti di chiusura sono entrate a far parte integrante della struttura del castello, a seguito dei cambiamenti e degli ampliamenti che, nel tempo, furono operati: la sua riapertura metterebbe a rischio la stabilità dell’intera struttura.
A questo riguardo non possiamo che esprimere delle perplessità: come è possibile credere che tali tesori siano stati dimenticati! Come poter credere che nessuno si sia accorto, durante i lavori di ampliamento, della presenza di quei sotterranei a prescindere dal contenuto! Eppure sembra accertato che alcuni tecnici specializzati, attraverso l’utilizzo di sofisticate sonde, abbiano potuto constatare sia la presenza di tali ambienti che del loro contenuto: oggetti di grande antichità. Si dovrebbe alla presenza di tali oggetti, secondo l’opinione più diffusa, il manifestarsi di fenomeni medianici in maniera distinta.
L’assenza di fondamenta nella torre e in altre parti che, come abbiamo accennato, sorgevano direttamente sulla dura roccia, non implica il fatto che l'intero edificio ne sia stato sprovvisto; in ogni caso il livello inferiore non poteva che essere frutto di uno scavo parziale o totale.
Ma in epoca medievale o precedente che senso avrebbe avuto scavare oltre il perimetro delle mura allora esistenti, ossia creare  gallerie ed ambienti che si prolungavano all’esterno o all'interno della costruzione?
Sarebbe stata un’ insensata e dispendiosa opera, a meno che lo scopo non fosse quello di nascondere e custodire qualcosa, ma di seppellirlo, occultarlo per sempre!
La percezione che noi abbiamo avuto, e di cui facevamo menzione nell’introduzione di questa trattazione è che ci si trovi di fronte a fenomeni di tipo diverso, tra cui fenomeni psicometrici, di pareidolia e di interazioni con "elementali", ciascuno dei quali reca con se il suo vasto curriculum di manifestazioni.
Considerando la “particolarità” orografica del sito, la frequenza e la perdurata delle sedute medianiche, svoltasi ininterrottamente per quasi tutto il secolo scorso, se non ancora da prima, è inevitabile che gli ambienti, le strutture e gli oggetti abbiano avuto a caricarsi di tutte quelle energie psichiche ed astrali, divenendo una sorta di rifugio o ricettacolo, per molteplici forme-pensiero, ectoplasmi, entità disincarnate di basso livello e quanto di multiforme e variegato si possa manifestare nel nostro piano fisico.
Se analizziamo lucidamente quei fenomeni che possono essere direttamente legati ad Azzurrina, alla sua scomparsa ed alla sua presenza, notiamo che sono veramente pochi: alcune delle registrazioni ed i presunti contatti medianico con due sensitivi, dei quale non ci è stato possibile rintracciare l’identità,  ma che forniscono versioni diamentralmente opposte sulle cause della morte della bambina. Quasi tutto il resto della fenomenologia di cui abbiano reso nota è tranquillamente rintracciabile in altri luoghi non altrettanto speciali o noti come il castello di Montebello.
A questo punto cosa rimane fuori?
Quello che non appartiene ai casi presi in esame è anche ciò che reputiamo come più occulto e pericoloso. E’ quel qualcosa di remoto, maligno ed inaccessibile che si annida nelle profondità del maniero, un’entità inesprimibile, forse un demone, che in quei remoti spazi ha trovato un varco per restare nel suo “mondo” ed affacciarsi nel nostro. Non si manifesta ma è presente, non ha bisogno di emergere ma può agire. E forse lo ha fatto proprio nel caso della scomparsa di Guendalina, anche se di questo non abbiamo prova. Forse ad egli, alla sua presenza o alla sua rappresentazione sono collegate parte delle registrazioni del 2005.
Considerando quella che era la credenza demoniaca medievale, rilevabile anche opere letterarie dei santi e dei grandi vescovi, da San Gregorio Magno a San Geronimo, a Sant’Agostino, solo per citarne alcuni, non è da escludersi la possibilità che “qualcosa” ritenuto pericoloso, infestante o maligno sia stato seppellito e dimenticato in quel luogo… dove ancora dimora.

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Aggiornamenti



- Novità esclusive riguardo al Castello di Montebello: nuove scoperte sull’identità di Azzurrina

Venerdì 24 maggio 2013 è andata in onda la prima puntata di “Percezioni”, il nuovo docu-reality sul paranormale trasmesso su Italia 2.
È nota ormai a tutti la versione diffusa della leggenda secondo la quale Azzurrina, la bimba albina scomparsa in circostanze misteriose in epoca medievale, si chiamerebbe “Guendalina Malatesta”.
All’interno della prima puntata di “Percezioni” lo storico Marco Filippi, sulla base di quanto rivelato dalla sensitiva Marina Dionisi, ha smentito la versione diffusa della leggenda apportando novità assolute sull’identità di Azzurrina.
Secondo le ricerche del dott. Filippi il nome di “Adelina”, percepito dalla sensitiva Marina Dionisi, risulta più probabile sia a livello linguistico che a livello storico.
Risulta infatti che la forma “Adelina” si avvicina maggiormente a quella tramandata nel titolo dell’unico presunto documento sulla storia di Azzurrina: “Mons Belli et Deline”. La forma “Deline”, tradotta dal latino all’italiano, corrisponde al nome di “Adelina” e non di “Guendalina”.
Inoltre, sembra che il nome “Guendalina” non sia stato usato in Italia almeno fino ai primi dell’Ottocento.
Risulta quindi evidente, sulla base di considerazioni storico-linguistiche, come Azzurrina non potesse chiamarsi “Guendalina”.

Uff. Stampa "Percezioni"





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Articolo di: Claudio Dionisi

 
Last Update: 06/01/2017
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