Il fantasma di Roccabianca? - Esoterismo e Misteri

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Il fantasma di Roccabianca?

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Il fantasma di Roccabianca ?!

L’arrivo a Roccabianca

E’ stato un afoso pomeriggio di Agosto quello che ci ha visto giungere a Roccabianca: piccolo comune in provincia di Parma, da cui dista circa 30 chilometri, ad un’altitudine di 72 metri sul livello del mare. E' uno dei numerosi paesi che sorgono nelle vicinanze del Po, in quella fascia di pianura alluvionale chiamata "Bassa", a destra del grande fiume, e racchiuso tra i torrenti Stirone e Taro.
La Bassa Parmense quanto a caldo ed afa, difficilmente decide di fare sconti e per noi non ne ha fatti. Il termometro dell’automobile segnava 42 gradi e quanto più ci si avvicinava al Po tanto più il grado di umidità tendeva a salire rendendo faticoso un tragitto tutto sommato breve e lineare.
Il paese ci è apparso deserto, immobile… desolatamente assolato.


Dei circa 3000 abitanti non si rintracciava neanche l’ombra, solo un gruppetto di ragazzi, poco più che adolescenti, rumoreggiava davanti ad un bar che, di fatto, era la sola attività commerciale aperta, la sola testimonianza di vita in quell’umida fornace a cielo aperto.
Eravamo giunti fin lì seguendo più l’istinto che la ragione, spronati dalla curiosità ma già pronti alla rassegnazione di una verifica che presentava alte probabilità di avere un esito negativo.
Di cosa stiamo parlando!?
Lo capirete strada facendo.
Non stiamo provando a coprire di fascino e mistero una storia che di suo non ne ha; tentiamo solo di mettervi nelle condizioni di provare quelle nostre stesse emozioni, nella ricerca che abbiamo compiuto, al fine di mostrarvi che di mistero, in questa storia, ve ne è molto, solo che non è evidente.
Iniziamo col dire che Roccabianca non ha sempre portato questo nome.
Sembra che il primo nucleo abitativo del centro sia da rintracciare nel vicino villaggio di Rezinoldo o Arzenoldo, e lo troviamo menzionato per la prima volta in un diploma di Federico Barbarossa, come facente parte del feudo di Oberto Pallavicino.
Uno scritto dell’894 chiarisce come le terre di Fossa e Stagno fossero a quel tempo di proprietà della Chiesa di Parma, mentre in un diploma di Enrico IV, datato 1058, compare il nome della famiglia Borgi o Da Borgo di Cremona, quale detentrice di numerosi diritti sulle pertinenze di Stagno e Tolarolo.
Ci fu un’aspra contesa tra i Pallavicino di Busseto ed i Rossi di San Secondo, che si protrasse lungo tutto l'arco del XIV e del XV secolo: i primi si impossessarono proprio di Zibello e Rezinoldo, che, nel 1417, finì col venire bruciato.
Nel 1449, con la prestanza politica e militare di cui disponeva, fu Francesco Sforza ad intervenire, confermando solennemente la proprietà dei Rossi sulle terre contese.
Pier Maria Rossi vi costruì un castello in luogo di quello di distrutto, funzionale alla difesa delle terre nei pressi del Po, quale baluardo sufficientemente fortificato contro eventuali scorrerie, fondando in pratica Roccabianca.

Successivamente il territorio passò ai Pallavicino, poi ai Rangoni di Modena, nel 1831 viene avocato da Maria Luigia d'Austria alla Camera Ducale; da quella data il territorio fu variamente suddiviso e le proprietà parcellizzate; il castello ne seguì le sorti fino al 1901quando fu acquistato dalla famiglia Facchi di Brescia. Dal 1968 la Rocca appartiene alla famiglia Scaltriti, proprietaria anche della distilleria Faled che la rilevò completamente spoglia sia degli arredi che degli storici splendori, per riporvi grandi botti e tini in cui far invecchiare i distillati, gli infusi ed i culatelli prodotti dalla propria azienda.
Solo da pochi anni ci si è resi conto della presenza di antiche pitture ed è stato avviato il recupero conservativo ed una nuova destinazione, strettamente museale, del castello.

Per comprendere cosa ci abbia spinto a visitare Roccabianca e scrivere quanto state leggendo, bisogna fare un passo indietro, tornare ai primi anni del XV secolo e parlare di Pier Maria II Rossi e di Bianca Pellegrini.



Pier Maria e Bianca


Pier Maria II Rossi
nacque il 25 marzo (o 20 agosto) del 1413 nel castello di Berceto da Pietro Rossi e Giovanna Cavalcabò.
In quanto unico figlio maschio ereditò a partire dal 1440, ossia alla morte del padre Pietro, il titolo di quarto Conte di San Secondo, quinto Conte di Berceto e Corniglio. Ebbe tre sorelle: Caterina, che andò in sposa a Jacopo Visconti, Francesca che sposò Francesco Castiglioni, Conte di Venegono e Maria Bianca che morì giovanissima.
Affidato ancora fanciullo alla corte milanese, al servizio dapprima del duca Filippo Maria Visconti e poi degli Sforza, divenne sia un abile condottiero che un colto intellettuale, amante della musica e della poesia, esperto di matematica, astrologia ed architettura militare, buon conoscitore del francese, dello spagnolo, del latino e del greco.
Viene descritto come uomo di statura media, corporatura robusta, d'aspetto gioviale e signorile.
Una medaglia incisa da Francesco Enzola (1471) ce lo mostra paffutello, col doppio mento, il naso all'insù e lo sguardo penetrante.
Appena quindicenne, nel 1428 sposò Antonia Torelli, figlia di Guido, feudatario di Montechiarugolo, che aveva 12 anni più di lui. Si trattava, come era uso in quell'epoca, di un matrimonio predeterminato, che rispondeva alle strategie politiche delle rispettive famiglie, al fine di stabilire un rapporto di non belligeranza nel Parmense. Con lei avrà dei figli; Vincenzo Carrari, letterato e storico del '500, autore dell'Historia de' Rossi Parmigiani
, parla di dieci, sette maschi e tre femmine, mentre Angelo Pezzana, nella Storia della città di Parma ne rintraccia solo tre: Bertrando (che poi gli sarebbe succeduto quale conte di Berceto), Ugolino e Francesco. Ancor oggi il loro numero non è certo ma furono sicuramente più di tre.
Fissò la residenza di famiglia prima nel maniero di Felino e poi a San Secondo, dove fece edificare un grandioso castello.



Pier Maria II Rossi
Bianca Pellegrini d'Arluno

Nel 1447, quando Francesco Sforza cinse d'assedio Piacenza, i parmigiani nominarono Pier Maria Rossi loro capitano. Egli espugnò tutti i castelli e le fortezze che erano state tolte al Comune durante la tirannia di Ottobono Terzi, e quando rientrò a Parma venne accolto come "Padre della Patria e autore della libertà parmigiana", meritandosi l'appellativo di "Magnifico".
I castelli lo attrassero sempre: alcuni li ereditò, altri li conquistò con la forza e altri ancora li fece costruire o ricostruire. Arrivò a possederne una trentina (da cui l'appellativo di "Signore dei trenta castelli"), molti dei quali oggi non esistono più.
Il castello per lui non rappresentava solo una roccaforte utile per presidiare il territorio e un simbolo di potere; gli piacque progettarli, vederli nascere, arricchirli d'affreschi, statue e decorazioni. Quelli di Torrechiara e Roccabianca poi assunsero significato tutto speciale che andremo presto a spiegare.

Bianca Pellegrini d'Arluno
aveva circa vent'anni quando, intorno agli anni quaranta del 1400, conobbe Pier Maria e tra i due divampò un'intensa  passione che durò tutta la vita.
Non si hanno notizie certe né sulla sua data di nascita né su quella di morte.
La sua esistenza ci è nota solo indirettamente, grazie alle informazioni che si hanno sul suo illustre amante. Le fonti meno frammentarie inducono a ritenere che fosse figlia del conte Andrea Peregrinis da Como e che fu, molto probabilmente, una dama di compagnia di Bianca Maria Visconti. Anche lei venne data in moglie giovanissima al nobile milanese Melchiorre d'Arluno, oscuro funzionario presso la corte viscontea, che era, neanche a dirlo, molto più anziano di lei.
Nella medaglia coniata nel 1457 dall'Enzola la "divina Bianchina
" ci appare col viso rotondo, gli occhi grandi, il naso pronunciato e leggermente arcuato, e un affiorante sorriso di ironica intelligenza.
Inizialmente la loro relazione fu parallela ai legami ufficiali con la sottomessa Antonia e con il vecchio conte d'Arluno.
A proposito di quest'ultimo c'è da rilevare che i dati in nostro possesso non ci permettono di tracciarne un profilo. Gli unici indizi provengono da un'opera autografa di suo nipote Bernardino Arluno, intitolata"De familia Arulena id est Arluna
". Bernardino era figlio di Boniforte Arluno, medico, nato a Pavia nel 1427 e morto a Milano a 73 anni (quindi nel 1500) e fratello di Melchiorre. Nel lungo scritto traspare tutta l'incredibile durezza del padre verso la moglie quattordicenne, alla quale impediva qualsiasi divertimento, anche una semplice uscita diurna di casa, ma soprattutto la sua crudeltà verso i figli che terrorizzava vietando loro ogni gioco, costringendoli a parlare sempre e solo in latino; i più piccoli, impauriti, svenivano alla sua sola presenza. Malgrado tale rigore appaia eccezionale anche per quegli anni, bisogna rilevare che il figlio ne scrive senza dare troppo peso alla situazione, senza aggiungere commenti. Probabilmente questa biografia rappresenta la sua involontaria vendetta, anche se nel commiato dice di averla stesa per placare lo spirito del padre che gli appariva in sogno ogni notte. Non sappiamo se il fratello di Boniforte, Melchiorre, abbia avuto un comportamento altrettanto rigido con la moglie Bianca ma il nipote Bernardino lo descrive come molto diverso dal padre - o perlomeno così appariva a lui - tuttavia nel capitoletto intitolato "De fratribus eius", dove compare un'allusione al tradimento di Bianca e che rappresenta l'unico cenno alla vicenda, si evince come la famiglia milanese attribuiva tutta la colpa all'impudicizia di lei.
Ad un certo punto i due amanti decisero che era giunto il momento per Bianca di lasciare il marito e di trasferirsi nel Parmense. Forse anche per salvare le apparenze oltre che per gli scopi militari di cui abbiamo parlato in precedenza, Pier Maria fece costruire il castello di Rezinoldo, che venne esternamente intonacato e dipinto tutto di bianco, così da ricevere il nome di Roccabianca: ufficialmente per il colore, in realtà quale palese omaggio alla seducente castellana (a metà del '500 lo storico Angelo Mario Edoari da Erba lo chiamò Roccacandida). Fu li che Bianca abitualmente visse. Quasi in contemporanea vennero avviati i lavori per edificare il castello di Torrechiara (tra il 1448 e il 1460) e trasformare San Secondo Parmense da fortezza militare a lussuosa residenza: quest'ultimo dimora ufficiale di Pier Maria che vi risiedeva con la moglie Antonia, la quale però nel 1457 decise di ritirarsi con tutto il suo seguito in un appartamento all'interno del monastero delle benedettine di San Paolo, dove nel 1404 era stata badessa Costanza Torelli, e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1468 a causa della peste.
I due certamente sperarono di legittimare il loro amore agli occhi del mondo, ma non furono molto fortunati: pare che Pier Maria avesse anche provato, con diverse donazioni, a convincere la Chiesa ad annullare il matrimonio di Bianca, ma evidentemente non fu sufficiente.
Pier Maria e Bianca ebbero anche loro, come ci rivela il Pezzana, due figli: Antonia ed Ottaviano, i quali formalmente figuravano come figli del legale consorte milanese. Anche in questo caso alcune fonti mettono in discussione gli scritti dello storico: si parla infatti di un'altra figlia di nome Francesca che, insieme ad Antonia, scompaiono presto tra le nebbie della storia.  



Il nido d'amore


Sono nati molti interrogativi e si è lungamente dibattuto a proposito delle ragioni per cui Pier Maria rossi costruì il castello di Roccabianca e se realmente il colore dell'intonaco avesse una qualche attinenza con il nome della sua amante.
Dare una risposta a queste domande non è semplice… ma possiamo fare un tentativo!
E' un responso che, in ogni caso, non ci arriverà da fonti storiche, per il semplice fatto che non ce ne sono più o non sono mai esistite.
Il lavoro dello storico si conclude nel momento in cui non ha più elementi da elaborare; è un confine oltre il quale non può e non deve avventurarsi.
In un contesto come quello presente, da quel preciso istante solo il "poeta" può continuare, solo lui ha la possibilità e le qualità per esplorare, anche se a distanza di tempo e spazio, l'immenso, mutevole, sfuggente e capriccioso animo umano. Solo il poeta può cogliere gli elementi emozionali che fanno scattare la molla dell'agire umano. In qualsiasi situazione o contesto, in qualsivoglia tempo o era, mediata più o meno dalla ragione, è l'emozione che governa le scelte umane. Come abbiamo visto in precedenza Pier Maria Rossi era un intelligente ed ambizioso uomo politico, un abile condottiero e stratega lungimirante; era un uomo colto, raffinato, musicista e conoscitore delle arti… ed era profondamente innamorato.
Provate ora ad andare a  ritroso nel tempo!
Immaginate, come per magia, di trovarvi nel XV secolo e di compiere un viaggio, in un periodo dell'anno variabile da ottobre a maggio dove, dopo essere stati traghettati attraverso il Po, vi inoltrate in quell'ampia pianura conosciuta come la Bassa.
Il freddo pungente persiste durante tutto l'arco della giornata; il sole illumina velatamente l'ampio profilo della pianura senza riuscire mai a penetrare con raggi decisi la persistente coltre nebbiosa che tutto avvolge. Ogni colore, ogni suono e ogni forma sono assorbiti all'interno del biancastro manto brumoso: sul terreno, per quel poco che è concesso all'occhio di scrutare, si avvicendano ampie chiazze di neve miste a quella consueta rugiada cristallina che neanche le più miti temperature di mezzodì riescono a sciogliere. Tutto è velato, nascosto…preservato. Siete nel XV secolo e non ci sono strade, non troverete segnaletica, le bizzarrie climatiche a noi oggi ben note sono premature. L'estate è estate e l'inverno è inverno. Ci sono ancora le mezze stagioni, ma la Bassa e le mezze stagioni non sono mai andate troppo d'accordo. Se manca la neve c'è sicuramente la nebbia e viceversa. Il chiarore e l'oscurità sono i soli colori che potrete scorgere viaggiando. E poi il castello… così immerso, assorbito, celato, sfuggente e riservato; tanto da poterci andare a sbattere il naso ed accorgervi solo allora della sua robusta presenza; eclissato tanto gli occhi degli amici quanto da quelli dei nemici.
Poi vi erano i mesi estivi, fatti di afa e sole cocente, dove un colore che favorisse la rifrangenza ai raggi solari poteva essere di grande aiuto.
Forse, unendo l'utile al dilettevole, amalgamando necessità difensive ad esigenze emozionali, con l'aggiunta di semplice buon senso e traendo spunto dal nome della sua amata, era questa l'idea che Pier Maria ebbe a concepire nella mente e nel cuore. In ogni caso si decise a realizzarlo e a farlo interamente dipingere di bianco. Forse fu proprio questa immagine suggestiva a far innamorare Bianca di quel luogo tanto da eleggerlo a residenza invernale. Aveva molte altre alternative ma scelse proprio quella! Aveva scelto il suo uomo e scelse anche il loro nido d'amore.
Tornando a questioni più prosaiche, soprattutto per coloro che hanno meno dimestichezza con il periodo in questione, val la pena precisare che i castelli erano solitamente intonacati anche all'esterno. Le possenti mura costruite in pietra e malta, sassi e mattoni, che oggi possiamo osservare, sono il risultato della laboriosa opera del tempo che in cinque secoli ha sgretolato totalmente gli intonaci. Solo i fortilizi, le rocche militari e le torri di avvistamento, soprattutto fino al XIV secolo, venivano lasciate senza rifiniture; ma già da allora tutti i castelli che vennero costruiti, ampliati o convertiti a residenza, avevano le mura intonacate. Potevano variare i colori, potevano addirittura risultare parzialmente o completamente affrescati, soprattutto dal XVI secolo in poi, ma certamente non avremmo mai trovato pietre a vista. In sostanza, e dopo di questo passiamo ad altro, il Rossi operò semplicemente una scelta di colore dettata, a nostro avviso, dalle motivazioni fin qui esposte.



La Visita

E’ stata sufficiente una rapida occhiata, mentre attraversavamo la piazza alla ricerca della biglietteria, per notare, oltre i pochi resti di mura della prima cinta muraria originaria e del ponte levatoio, la classica pianta quadrangolare del castello, con i lati lunghi perpendicolari alle strade del paese. La natura sia residenziale che difensiva della struttura si evidenziava dai possenti speroni angolari sull'asse meridiano, dal podio a tronco di piramide su cui poggia il fortilizio. Al di sopra del blocco murario spicca maestoso il Mastio a due livelli, che si innalza quasi al centro del cortile, raccogliendo in sé tutte quelle che erano le caratteristiche tipiche dei castelli di pianura.
La visita non ha avuto un inizio propriamente esaltante.
C’è voluto un po’ di tempo per realizzare che eravamo stati aggiunti ad un gruppo di turisti, i quali avevano già compiuto la parte di percorso più interessante.
Ancora inconsapevoli di ciò ci siamo ritrovati nella cantina sottostante al Mastio ad ammirare basiti un tripudio di culatelli appesi al soffitto, per poi risalirlo fino in cima, avendo cura di non collassare per il caldo o impantanarsi, affondando le scarpe in stratificati cumuli di sterco di piccione.
La tappa successiva ci ha visto far irruzione nelle cantine, dove decine di botti di rovere, colme di aceto balsamico, invecchiavano pazientemente. Mentre già i primi sintomi di rassegnazione, a dover invecchiare lì sotto insieme all’aceto, si stavano manifestando, siamo stati tratti in salvo e condotti in una parte del piano nobile, riservato alla sala delle degustazioni dove, tra vini, grappe e stravecchi, peraltro tutti di ottima qualità, non ci siamo potuti esimere dall’interrogarci se valesse la pena andarcene o cedere alle tentazioni dell’alcol. Quest’ultima ci è sembrata, data la situazione, la scelta meno dolorosa!
Espletati gli assaggi di rito ed acquistata una bottiglia di squisita grappa, indispensabile per alleviare i sintomi della delusione durante il viaggio di ritorno, siamo nuovamente sortiti nel cortile ma mentre stavamo già salutando, la guida, una piacevole quanto seriosa ragazza bruna, ci invitava a continuare la visita, che per noi non era ancora finita!
All'oscuro, per nostra fortuna, di tutti questi pensieri, ci ha condotto sotto il loggiato d’onore ad osservare gli stemmi di Bianca e Pier Maria, gli affreschi con i rametti di melograno ed il motto “Già acerbo, ora dolce che maturo”. A tale frutto, dal sapore apprezzabilmente dolce solo dopo lunga maturazione, il linguaggio simbolico degli araldisti associa i concetti di pazienza e amore sincero.
E’ piuttosto evidente l’allusione alla vicenda privata dei due amanti che per sperare di convolare a nozze, avrebbero dovuto attendere entrambi la vedovanza.
E’ stato in quel momento che, mentre la guida, fin lì apparsa impacciata e annoiata, ritrovava entusiasmo, potendo finalmente dare prova della propria professionalità, l’ho percepita per la prima volta!
Era un’onda di energia che mi ha avvolto dapprima calando dall’alto verso il basso per poi risalirmi fin sopra la testa.
Si è manifestata come un brivido frizzante, come una corrente d’aria fresca in grado di passare attraverso la pelle, fin nelle ossa: pulsante e ristoratrice. Sono dapprima trasalito, cercando di capire che cosa fosse e da dove provenisse, estraniandomi dal contorno ed ignorando le spiegazioni che venivano date. Poi tutto è accaduto di nuovo, ma più irruentemente tanto da rendere elettrici i peli delle braccia, che ondeggiavano nella direzione imposta dal flusso. Non era qualcosa di violento, era gradevole, quasi suadente; deciso ma delicato al contempo. Non so perché ma la sensazione che fosse un messaggio o un invito è stato il primo pensiero venutomi in mente. Ho cominciato a voltarmi, ad allontanarmi, ad osservare particolari distanti dal loggiato, ma quanto più mi “distraevo” tanto più l’energia si manifestava in maniera decisa, diventando a tratti dolorosa, come quando ho provato a dirigermi verso il piazzale. Una volta tornato sui miei passi e ricominciato a seguire le vicende narrate, scrutando i dettagli dell’affresco, l’avviluppante abbraccio si è reso più delicato, a tratti musicale, spalancando le fauci del caldo per insinuare quello che ancora oggi potrei descrivere come una vivace brezza d’altura. Sono stato a lungo con il naso all’insù per non perdere nulla delle immagini che i miei occhi potevano catturare, ascoltando avidamente le spiegazioni. Il tutto è durato circa dieci lunghi minuti: troppi per trattarsi di un fenomeno auto suggestivo o una qualche interazione con elementi razionalmente esplicabili.
Una volta entrato nella sala di Griselda, dove è possibile ammirare il ciclo pittorico ispirato alla centesima novella del Decameron di Boccaccio, la “presenza
” energetica si è fatta via via meno pervadente, dissipandosi nel corso dei minuti e risultando totalmente assente già dalla Sala dei Feudi.
Ho provato a compiere il percorso a ritroso fin nel loggiato senza riuscire, tuttavia, a provare più alcuna emozione. Era un tentativo vano quanto necessario: conoscevo già quella sensazione, come un messaggio mentale a significare “io sono qui e questa è la mia storia
”- ora che la conoscevo non era più indispensabile o opportuno fare altro.

Il resto della visita è risultato piacevole quanto superfluo: avevo ottenuto gli indizi che cercavamo riguardo alla “presenza” di Bianca Pellegrini a Roccabianca!



Cappella di San Nicomede a Torrechiara
Accesso alla cripta trovata vuota nel 1911
Cappella di San Nicomede a Torrechiara
Vista dall'alto

Conclusioni


Ma che cosa avevamo ottenuto esattamente?
Quali conclusioni possiamo trarre da tale esperienza?
Dopo quasi vent'anni di ricerca, all'interno del panorama fenomenologico paranormale ed esoterico in genere, non si può non essere consapevoli che un "contatto
" energetico-emozionale non è certamente sufficiente per giungere a delle conclusioni. Il fatto che in tutti questi anni, laddove tali sensazioni si sono manifestate, abbia coinciso nel tempo con delle forme di riscontro, può assumere soltanto un valore indicativo nel segnare la direzione della ricerca.
Arriviamo così alla domanda saliente di questo nostro viaggio: c'è o meno il fantasma o la presenza di Bianca Pellegrini a Roccabianca?
Qualsiasi risposta rimarrebbe soltanto la "mia risposta", la mia verità… ed avrebbe valore soltanto per me stesso e nessun altro.
Può, invece, essere considerato un segnale, un primo approccio, l'indicazione da seguire per ulteriori ricerche, che attraverso la collaborazione di sensitivi esperti e tecnici preparati potranno forse approdare a qualche riscontro condivisibile.
Per quel che mi compete avvierò la conclusione di questo articolo con qualche nota di tipo storico che, a ben vedere, può infondere un certo grado di avvaloramento all'ipotesi proposta.
Abbiamo visto in precedenza come sia Pier Maria che Bianca erano rispettivamente sposati giovanissimi con Antonia Torelli e Melchiorre d'Arluno, entrambi più anziani di loro. Non suscita perplessità che, avendo frequentato a lungo la corte milanese, i due si siano conosciuti ed innamorati, di un amore genuino ed intenso. Negli anni in cui questo avveniva l'alleanza politica e militare tra i Visconti e i Rossi di San Secondo era una realtà non casuale, scaturita da un progetto predeterminato che aveva un'alta priorità, tale da mettere in secondo piano i malumori sia degli Arluno che dei Torelli, e soprattutto le molte "chiacchiere" che di tale rapporto si facevano. Anche il loro progetto di matrimonio sembra essere stato del tutto autentico, si potrebbe anche definirlo "pulito". Il clima politico ed il rango delle persone coinvolte non consentiva colpi di testa o di mano, soprattutto da parte del Rossi che pure ne avrebbe avuto i mezzi: il fatto che, ed all'epoca non era insolito, nessuno tento di disfarsi del proprio coniuge, non può essere considerata come una mancanza di determinazione ma, al contrario, assume una doppia valenza quale da un lato la saggia lettura degli equilibri nello scacchiere dell'epoca e dall'altro la precisa scelta di non insanguinare il loro sentimento.
Ai due amanti non fu impedito di frequentarsi, ma la consacrazione del loro amore dovette attendere a lungo, talmente a lungo da non riuscire a realizzarsi: il "loggiato della promessa" ne è la testimonianza.
Se da parte del Rossi la vedovanza giunse nel 1468, con la morte di Antonia, dall'altra le cose non presero una piega favorevole in quanto lo spettabile Melchiorre visse molto a lungo: qualcuno, ma forse è solo una leggenda, dice che morì alla veneranda età di 108 anni.
Ebbero, come abbiamo detto, dei  figli insieme la cui paternità fu inizialmente attribuita al marito di lei, ma non vissero a lungo.
La data, le cause, il luogo della morte e della sepoltura di Bianchina sono tutti avvolti nel mistero.
In un documento notarile del 17 ottobre 1467 si stipula la donazione di Roccabianca alla "magnifica e generosa Bianchina Pellegrini
", figlia dello spettabile Andrea da Como e consorte dello spettabile Melchiorre Arluno di Milano, con ritorno dei beni a Pietro Maria stesso qualora Bianchina fosse premorta.
Possiamo già da questo cominciare a dedurre che forse il figlio Ottaviano era già morto e solo Bianca fosse presente all'atto.
In seguito, in un altro testamento del 1480, non sono più nominati né Bianchina né Ottaviano; possiamo quindi concludere che a quella data fossero certamente già morti entrambi. Per quanto corcerne la causa è buio pesto, mentre sul luogo vi è maggiore concordanza di opinioni: Roccabianca
.
L'inizio del declino di Pier Maria coincise con l'assassinio di Galeazzo Maria Sforza, il 26 dicembre 1476, figlio primogenito di Francesco Sforza
Il peso della reggenza del Ducato andò a gravare sulle spalle della vedova dell'ucciso: Bona di Savoia. Ai cognati, Ascanio e Ludovico il Moro, la cosa non dovette piacere affatto, tanto che cominciarono ad esercitare pressioni e molestie sulla duchessa, la quale chiese aiuto al Rossi che intervenne facendo esiliare i due Sforza da Milano.
Apriamo qui una piccola parentesi: per ciò che riguarda la puntualità e la coerenza delle relazioni storiche tutto il XV secolo è ridotto ad un lumicino, né più né meno dei secoli immediatamente precedenti, ma quest'ultimo periodo della vita del Rossi, anche a causa degli eventi bellici che lo videro, in ultimo, soccombere, è anche quello in cui il lumicino sembra essersi proprio spento perché le note dei vari narratori, sia coevi che susseguenti, si fanno quanto mai lacunose, approssimative e contraddittorie.
I dati che ci interessano, esulando tutte le questioni politiche e militari, sono le seguenti.
A Milano Pier Maria contrasse una non meglio definita malattia, per cui scelse di rifugiarsi a Roccabianca ove riuscì, in qualche tempo, a guarire.
Si alleò con i veneziani, ribellandosi agli Sforza che gli dichiararono guerra e, dopo alcune fasi alterne, già nel gennaio del 1482 riuscì con difficoltà a difendere Roccabianca. Nei mesi seguenti, malgrado gli aiuti della serenissima, la sua forza militare si indebolì e, battaglia dopo battaglia, nel luglio dello stesso anno perse Roccabianca, che subì notevoli danni dall’assedio di Sforza II. Abbandonò anche Felino ed evidentemente ferito o malato, si fece trasportare a Torrechiara in lettiga.
Fu proprio in quel castello che Pier Maria Rossi morì il 1° settembre 1482 nella Camera d'Oro, la stanza che lo aveva visto felice con la sua Bianca, la stanza in cui erano state dipinte tutte le rocche dei feudi rossiani, che ormai stavano cadendo, l'una dopo l'altra, nelle mani dei suoi nemici.
Si narra che il suo corpo fu imbalsamato da un medico ebreo, vestito di broccato d'oro e seduto su un trono. Fu poi sepolto nella cripta della cappella palatina di San Nicomede a fianco di Bianca Pellegrini e, secondo alcuni, del figlio Ottaviano. Si parla anche di una camera segreta contenente un tesoro.
Probabilmente fu questa voce ad attirare alcuni ladri profanatori. Di fatto, quando la tomba venne aperta nel 1911, non si trovò nessuna camera segreta, ma neanche le spoglie dei due innamorati.
Ma Bianchina fu davvero sepolta a Torrechiara?
La storia potrebbe essere andata diversamente!
Abbiamo visto che la sua morte è avvenuta tra il 1468 ed il 1480 e non è peregrina l'idea che il corpo possa essere stato tumulato proprio nel castello di Roccabianca.
Quando cominciarono i guai di Pier Maria nel 1476 e per la prima volta si ammalò non andò a Torrechiara e neanche a San Secondo ma a Roccabianca. Pur ammettendo che, data la natura della contesa in corso, Roccabianca era strategicamente importante, viene da chiedersi il perché di tale scelta.
Era ancora viva Bianchina o era già morta?
Fu una valutazione dettata da motivi di opportunità oppure da un desiderio di natura diversa: essere vicino a lei, che fosse ancora in vita o meno, in un momento di debolezza sia fisica che psicologica, cercando conforto, ispirazione o vicinanza qualora, malauguratamente, la malattia avesse avuto il sopravvento!
Pier Maria riuscì a guarire ma il conflitto con gli Sforza diventò sempre più cruento tanto che Roccabianca, come abbiamo detto, gli venne conquistata.
Era il luglio del 1482, di certo Bianca non era più in vita e, al consumarsi degli atti conclusivi della guerra, il Rossi decise di farsi trasferire a Torrechiara, ignorando sia Felino che San Secondo.
Viene ancora da domandarsi se la salma di Bianchina vi sia mai arrivata in quel castello, sotto la cappella di San Nicomede o sia rimasto a Roccabianca?
Per dovere di cronaca debbo rilevare che, da molte parti, si favoleggia di un trasferimento del corpo della giovane ad Arluno, nella cappella di famiglia del marito che era, viste le date, ancora vivo. Tuttavia di tale spostamento non vi è traccia alcuna ed anche nella cappella di famiglia non vi sono evidenze del feretro o indicazioni della sua presenza. Tra l'altro sia l'andamento delle vicende che il loro epilogo non ci conforta riguardo all'ammissibile disponibilità del marito ad accogliere il suo feretro, né tantomeno a farsi carico dei costi.
Queste, è chiaro, sono tutte ipotesi, le prove per sostenere tale tesi non ci sono; in realtà non ci sono prove per sostenere alcuna tesi. La sola prova reale che abbiamo sono gli affreschi che continuano, a distanza di mezzo millennio, a testimoniare il loro amore.
Cosa ci sarebbe di strano se proprio a Roccabianca, quella che considerava la propria casa, laddove la “promessa” era stata rappresentata, Bianca Pellegrini abbia deciso di manifestarsi o sia rimasta “intrappolata” ad attendere, a dispetto del tempo e degli eventi avversi, il giorno in cui potrà sancire il suo amore con Pier Maria?!
E’ vero che i loro corpi potrebbero essere stati spostati in seguito: ma da chi e perché?
Il castello di Torrechiara passò sotto il controllo degli Sforza di Santafiora, fedeli ai Farnese, a cui fece seguito la dinastia degli Sforza-Cesarini. Gli storici non ne fanno menzione alcuna e i nuovi feudatari non avevano alcun interesse a farlo.
Si ignora che fine abbia fatto anche il corpo di Pier Maria: non è a Torrechiara e neanche a San Francesco del Prato, dove nell'annesso convento dei frati Minori, fin dal 1377 i Rossi avevano una cappella e dove erano sepolti, fra gli altri, il vescovo Ugolino Rossi ed il nonno di Pier Maria, Bertrando, e nel 1451 venne sepolto anche l'ultimogenito legittimo di Pier Maria, Roberto; non si trova neanche a Sant'Antonio abate, insieme al padre e dove, nel 1481, venne sepolto anche il fratellastro Rolando.
"Io sono qui e questa è la mia storia"
: ancora posso sentire l'eco sordo di quel pensiero!


Per approfondimenti cliccare quì



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Articolo di: Claudio Dionisi

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Last Update: 17/01/2017
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