Il Vegvisir - Esoterismo e Misteri

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Il Vegvisir

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Il Vegvísir



Che cosa è il Vegvísir


Il Vegvísir
, che in islandese significa “cartello” è considerato un simbolo magico, avente lo scopo di aiutare il portatore a trovare la giusta strada lungo il percorso della vita fisica e di quella metafisica.
La parola deriva da due termini islandesi: Veg e Vísir. Veg è un abbreviativo di "Vegur" e significa "strada" o "percorso", e "Vísir" sta per "guida" o "guide".
In epoca moderna è stato interpretato come un simbolo di distinzione e patriottismo degli islandesi in quanto è uno dei pochi simboli “magici” che sono stati trovati solamente in Islanda, al contrario di altri che sono presenti anche in altri territori che furono soggetti alla dominazione vichinga.

Le leggende narrano che i vichinghi islandesi, già intorno alla fine del IX° sec., lo tracciassero abitualmente sulle navi per non perdere la rotta e sapersi orientare anche nelle peggiori condizioni meteorologiche.
In molti casi veniva tracciato con la saliva, con un carboncino o con il sangue anche sulla fronte o nella parte interna dell’elmo.
Come molti dei simboli magici di tale matrice anche il Vegvísir necessita, per essere efficace, del cosiddetto "testimone", ossia una componente biologica del portatore: sangue, saliva o fluidi corporei, tessuti ecc., che devono essere parte integrante del supporto su cui il simbolo è disegnato, o essere il portatore stesso tale "supporto".
Di contro c'è da rilevare che, allo stato attuale delle ricerche, su nessun reperto di nave o tomba di marinaio è mai stato rinvenuto un Vegvisir, come anche di altri simboli che ci si aspetterebbe essere presenti.



L’attestazione più importante si riscontra nel cosiddetto "Manoscritto Huld”
.
L’“HULD MANUSCRIPT”, ossia il Manoscritto Oscuro è il nome dato ad un grimorio islandese, una raccolta di racconti e incantesimi, compilato da Geir Vigfusson (Geir Vigfússyni ) nel 1847.
Dalle poche fonti disponibili sembra che per tale redazione egli abbia attinto da altri tre codici più antichi, di cui uno proveniente da Seltjarnarnesi, vicino Reykjavik (1810), un altro era intitolato “Galdrastafir og Náttúra þeirra” ossia “Magia e Natura”, e conteneva i sigilli magici ma non le iscrizioni; del terzo , invece, a parte la citazione non sappiamo nulla.

Huld è anche il nome di una maga e veggente che compare in due saghe norrene: la “Yngling”
[1] e “Sturlunga”[2]. In un racconto islandese di Snorri Sturlusson (1178-1241) scopriamo che era un’amante di Odino e genitrice di due semi-dee, che presero il nome Þorgerðr e Irpa.
Se guardiamo l'etimologia, "Huld" significa "nascosto" o "Segreto" e deriva dal norreno "Hulda": è una radice presente anche in molti altri termini di derivazione germanica.

In una pagina del manoscritto, nel quale viene mostrato, oltre al nome è riportata la seguente frase:
"if this sign is carried, one will never lose one's way in storms or bad weather, even when the way is not known"
(Se qualcuno porta con sé questo simbolo, non perderà mai la propria strada nella tempesta o nel cattivo tempo, anche se percorre una strada a lui sconosciuta).

Lo ritroviamo anche anteriormente in un grimorio
, sempre Islandese, chiamato Galdrabók, un “Libro di Magia” risalente al 1600; un piccolo manoscritto contenente una raccolta di 47 incantesimi e compilato da quattro persone diverse, dei quali i primi tre erano islandesi ed il quarto era un danese che lavorò su materiale islandese.



Nella “Hrana saga ring
”, una delle più antiche saghe islandesi viene solo citato nel seguente assaggio: "Il tempo era nuvoloso e tempestoso ... il re si guardò intorno e non vide l'azzurro del cielo ... poi il re prese in mano il Vegvísir e videro dove [il sole] apparso nella pietra."

Non è semplice stabilire con precisione cosa esso rappresenti.
E' generalmente definito come una “Bussola Runica” o “Compasso”, un segnale di direzione; rappresenta lo “scorgere il modo in cui avvistare la via
”.

L'origine dei Pentagrammi o Doghe Islandesi



Il Vegvísir
viene fatto convenzionalmente rientrare in una "famiglia" di simboli complessi islandesi chiamata Staves, Doghe o Pentagrammi.
I maggiori ricercatori islandesi sono portati a supporre che siano originari di una particolare linea di famiglia o interna ad una certa area geografica e, di conseguenza,  molto più antichi dei manoscritti in cui, abbiamo già visto, essere raffigurati.

In molti di questi pentagrammi si ravvisano elementi grafici che richiamano le rune scandinave e altri,  più occulti, probabilmente tardo-medievali e rinascimentali;. altri ancora sembrano essere influenzati da simboli cabalistici e indicazioni allusive dei vecchi dèi norreni, come Odino e Thor, oppure  di Salomone e del Cristo. Tutto l'impianto generale appare come un interessante mix di vecchie e nuove credenze magico-fideistiche, simile a quello anglosassone ove si mescolato il cristianesimo con riti quali l'Aecerblot, che compare nel Libro Exeter nel 10° sec.

La maggior parte di questi simboli magici sembrano essere stati ideati per aiutare a risolvere i semplici problemi nella vita quotidiana quali la cattura di un ladro, la sconfitta di un nemico, aiutare a guarire il bestiame, maledire gli animali di un altro, aiutare a preservare il cibo e il raccolto,  favorire la pesca o prevenire la morte per annegamento.

Tutto l'insieme costituisce un quadro di quella che era la vita nel 17° secolo in Islanda. Con lunghi inverni bui, terreni poco adatti alle colture e mari ghiacciati, la vita era implacabile. La "buona sorte" sembrava essere una componente fondamentale nella società e gli islandesi facevano tutto il possibile per influenzare a proprio favore la "fortuna". In tempi di carestia sarebbero stati tentati di derubarsi l'uno dall'altro e le dispute sarebbero sfociatenella violenza. Una certa reputazione di forza e la capacità di intimidire rappresentavano fattori importanti per la sopravvivenza e molti pentagrammi sono stati creati per consentire al portatore di acquisire tale status e allontanare da sè le negatività.

Tra il 14° e il 17°, le streghe o presunte tali, erano vittime, in europa, di una caccia serrata e spietata. E' singolare come, a differenza dell'Europa continentale, la maggior parte delle streghe islandesi che sono state perseguite e arse sul rogo erano di sesso maschile; le donne venivano solitamente giustiziate per annegamento!
Come in tanti altri casi, ormai tristemente noti,  le accuse di stregoneria costituivano un potente strumento per liberarsi dei nemici, migliorare la propria situazione o vendicarsi nei confronti di un clan o una famiglia rivale.



E' interessante notare come anche nella ritualistica Voodoo, siano presenti alcuni sigilli aventi delle strutture somiglianti alle doghe. La si considera, generalmente, una delle religioni più antiche, valutando sempre la forma "moderna", nata tra il 1600 e il 1700, pressoché contemporanea in America latina e in Africa occidentale, come una continuazione diretta di una forma originale più arcaica.
Il primo sigillo in alto a sinistra è decisamente il più interessante: prende il nome di Ash Rey,
ed è uno degli Ash più potenti ed antichi ( Ash o Cenere è il termine con il quale si fa riferimento ad uno spirito o entità).
L'evocazione di tale entità avviene mediante un rituale abbastanza articolato, che prevede anche l'utilizzo di altri simboli. E' ben specificato nei vari testi Voodoo che l'Ash Rey
non deve essere utilizzato per le piccole questioni personali ma soltanto per situazioni veramente importanti. Non è difficile osservare la somiglianza con lo Ægishjálmur (qui in basso) il cui scopo era quello di proteggere dagli abusi di potere e suscitare timore negli altri.







I glifi del Vegvísir


Appare piuttosto evidente che il Vegvísir sia un elemento simile ma estraneo alla famiglia dei pentagrammi. Esso incorpora in sè 8 differenti glifi, allo scopo di rendendere il simbolo globale omnidirezionale e più adatto per la difesa contro molti tipi di ostacoli che potrebbero causare lo smarrimento della giusta strada
intesa nel senso più ampio del termine.

Si mostra come una bussola che, ricordiamo, ha lontane origini cinesi, ma il primo riferimento in Europa occidentale è il "De nominibus utensilium" di Alexander Neckam (1180-1187) e non era, quindi, uno strumento di cui i vichingi potessero disporre.
Qualcosa di simile la conoscevano: se ne parla anche in questo caso nelle varie saghe menzionandole come "Pietre del Sole", con cui gli antichi navigatori del Nord riuscivano a localizzare la posizione di un astro per orientarsi in qualsiasi condizione climatica.
Al termine di ricerche durate decenni il mistero sembra essersi svelato con il ritrovamento di frammenti di dello "Spato d’Islanda", un cristallo di calcite trasparente, effettivamente reperibile in Scandinavia, in grado di polarizzare la luce solare e di rifrangerla, consentendo con una semplice rotazione di collocare esattamente la posizione del grande astro nel cielo, anche quando non è visibile, fornendo così esattamente le coordinate da seguire ai naviganti.

Il fatto è che il Vegvisir non è una bussola.

Malgrado alcuni indizi rintracciabili nel manoscritto di “Huld”, nel grimorio "Galdrabók", e  interessanti assonanze sia con l'alfabeto runico che con la scrittura Ogham (che tuttavia è di origine irlandese) non si è riusciti aancora a decriptare completamente i glifi.

Anche l'origine è molto difficile da accertare: la provenienza dall'area vichinga, il genere di formato grafico, lo abbiamo già detto, sembra fuor di dubbio, ma non vi sono prove che sia un qualcosa di originale; potrebbe essere stato ispirato da fonti più remote del periodo della colonizzazione islandese e allo stesso tempo avere connessioni o ispirazioni con l'antica tradizione norreno-germanica.

C'è da tener presente che la colonizzazione dell'Islanda prese il via nella seconda metà del IX° sec., quando i primi coloni vichinghi migrarono attraverso il Nord Atlantico alla probabile ricerca di terre coltivabili e a causa delle guerre civili causate dall'ambizione del re di Norvegia Harald Bellachioma. A differenza della Gran Bretagna e dell'Irlanda, l'Islanda era una terra disabitata e, malgrado la sua natura aspra e climaticamente estrema, risultava un obiettivo di facile conquista.
L’arco di tempo della colonizzazione va dall'anno 874 al 930.
La nostra conoscenza storica riguardo a quel periodo è quasi interamente affidata all'Íslendingabók[3] di Ari Þorgilsson e al Landnámabók[4], entrambi documenti vergati su pergamena ed ora conservati presso l' Istituto Árni Magnússon; il Landnámabók elenca i nomi dei 435 uomini considerati i primi coloni, la maggioranza dei quali si stabilì nelle zone settentrionale e sud-occidentale dell'isola.
In pratica tutta quella parte della storia islandese è contenuta in poche centinaia di pagine che potrebbero esserci arrivate ampiamente rimaneggiate.
Tale scarsità di  informazioni non ci consente di stabilire se sia esistito un modello o una matrice arcaica del Vegvísir e, di conseguenza, quali eventuali elaborazioni siano state operate fino al modello ottocentesco che conosciamo e che tentiamo di decifrare.

Altro particolare interessante, contenuto nell'Íslendingabók[3] è che, quando giunsero per la prima volta in Islanda, i coloni vichinghi incontrarono i Papar, dei monaci di origine irlandese. La più antica fonte conosciuta che menziona il nome "Islanda" è una runa gotica incisa nell'XI° sec., mentre i reperti più antichi indicanti insediamenti risalgono al IX° sec. La fonte scritta più antica che cita l'esistenza dell'Islanda è un libro del monaco irlandese Dicuil, il "De mensura orbis terrae", risalente all'825: Dicuil afferma di aver incontrato alcuni monaci irlandesi che avevano vissuto su un'isola di Thule; essi affermavano che "in quei luoghi l'oscurità regnava d'inverno, mentre d'estate la luce era abbastanza intensa da permettere di afferrare le pulci dai vestiti
". Al di là dell'affidabilità della fonte ci sono pochi dubbi sul fatto che gli abitanti di Irlanda e Gran Bretagna fossero a conoscenza di una terra di grandezza considerevole molto più a nord, deducibile dai percorsi migratori degli uccelli o dalle formazioni nuvolose sul Vatnajökull [5], visibili da grandi distanze. Inoltre l'Islanda è a soli 450 km dalle Fær Øer, isole visitate dai monaci irlandesi nel VI secolo e colonizzate dai vichinghi intorno al 650.
In sostanza potrebbero non essere stati i vichinghi i primi veri coloni dell'isola e qualcuno prima di loro aver lasciato o trasmesso tracce culturali successivamente assimilate e fatte proprie. Di fatto esiste quasi un millennio di "buio" che è destinato a rimanere tale!


Per quanto concerne la somiglianze dei glifi con gli alfabeti runici c'è da tener presente che fino al XIII° sec. vichinghi e islandesi avevano un linguaggio scritto che, tuttavia,  raramente veniva utilizzato per redigere documenti che non fossero registri di proprietà di oggetti, terreni o tombe. Per tutto il resto ci si affidava alla trasmissione orale. Dei pochissimi testi scritti  esistiti è rimasto poco o nulla: sappiamo che sono esistiti solo perche sono citati in testi successivi.

Nella panoramica di alfabeti a partire dal Fuþark Antico (II se. d.C.) fino alle serie medievali non si riscontrano dati convincenti per poter affermare che i glifi del Vegvísir
siano unicamente espressioni runiche.  Sono presenti elementi che, antecedenti o successivi che siano, hanno poco a che fare con le rune  e appaiono nettamente come una testimonianza dell'uso di un linguaggio di diverso tipo.

L'esempio più rilevante sono i due punti contenuti nel glifo
Nord Est 2: vagamente riconducibili all'unica sequenza runica che utilizza i punti, di origine danese e non anteriore al 1300 d.C., ma che nello specifico appaiono racchiusi in una parentesi di dimensioni maggiori rispetto alle altre. E' evidente come indichi una lettura indipendente dagli altri elementi presenti sullo stesso asse e che non si tratti di simbolo runico.

Decriptare il Vegvísir


Per conoscere i messaggi di cui il simbolo si costituisce bisogna comprendere la sua natura intrinseca. Il suo scopo è quello di guidare il portatore, fargli trovare la via e difenderlo dagli ostacoli che potrebbe incontrare sul cammino. Per fare tutto ciò c'è bisogno che sia estremamente attivo, che interagisca come una specie di radar, emanendo e riassorbendo energie, che codifichi e consigli le scelte del portatore. Anche per questo la forma richiama quello di una bussola, dove ogni direzione è possibile e tutte vanno esplorate. In sostanza va osservato come qualcosa di dinamico che prende vita quando  riceve il testimone dal portatore e comincia ad interagire alimentandosi dall'energia vitale di quest'ultimo. Lo stesso discorso vale per i suoi elementi costitutivi: non va osservato solo il senso della loro natura simbolica ma anche di quella dinamica.


Il simbolo, nella sua globalità e prescindendo quelle che sono le varianti e gli adattamenti grafici, denota una  struttura di base con 8 glifi praticamente identici. Da un comune punto centrale si irraggiano 8 semirette che si aprono al vertice in una sorta di forcelle "tridentate" che simboleggiano al contempo trasmissione e ricezione, emanazione e promanazione,  invio e riassorbimento dell'energia. Si tratta di una struttura di base necessaria, come nella musica è il pentagramma, senza il quale le note musicali non avrebbero valore. La "forcella" in realtà è una runa, la ALGIZ
e reca con se anche il significato tradizionale di protezione.


Su tale struttura sono state aggiunte delle variazioni come si può osservare dall'immagine a fianco.








Una volta scorporate le variazioni dalla struttura di base possiamo osservare come i linguaggi, con cui il simbolo si esprime sono molteplici. Sono presenti accenni runici, decorazioni geometriche e frammenti che richiamano il linguaggio archetipale
.






Nel glifo Nord 1
le tre barre orizzontali sull'asse verticale inferiore funzionano come modificatore della Algiz e simboleggiano un'amplificazione della funzione di protezione.
Il glifo
Nord Est 2 è il più originale della serie. Sull'asse verticale inferiore è presente un semicerchio aperto verso l'esterno ed un secondo semicerchio più grande rivolto all'interno che racchiude due punti separati da una barra trasversale all'asse. In questo caso ci troviamo alla presenza di due distinti elementi con significati diversi. La parentesi piccola e la barra sono il primo elemento e rappresentano il portatore del Vegvisir mentre l'altro glifo, che non è una runa, reca con se i richiami caratteristici  di yin e di yang.


Il glifo Est 3 riporta due parentesi opposte separate da una "linea di forza". E' una runa abbastanza comune e simboleggia le "persone" ed il loro relazionarsi al portatore o più esattamente le "funzioni di relazione" tra il portatore e gli altri.

 

Il glifo Sud Est 4 è simile al Nord 1 ma il linguaggio è modificato da un accento circonflesso sull'asse superiore centrale che indica forza nella trasmissione o emanazione ma impenetrabilità alla ricezione: una trasmissione a senso unico verso l'esterno. Il riferimento più immediato è con la runa Tyr o Teiwaz che rappresenta la guida ma anche la forza e il coraggio.
Il glifo Sud 5 è certamente il più anomalo. Non vi è alcun riscontro con  forme, simboli o parti di essi di alcun altro genere. La sua complessità e originalità è piuttosto evidente. Il significato è solo intuibile e sembra sottintendere un'amplificazione della funzione trasmissione-ricezione, non dal punto di vista della "forza" quanto della "frequenza", mediante l'utilizzo di maggiori strutture.
Il glifo Sud West 6
sembra costituire il risultato dell'accorpamento di tre diverse elementi. Il tridente è di misura maggiore ma solo per adattamento grafico. Identificarlo con una combinazione di sole rune significherebbe fare un puro gioco di fantasia. Si tratta forse di una rielaborazione  sincretica operata in periodo rinascimentale aggiungendo parti di elementi archetipici. Non sappiamo esattamente cosa esprima.
Il glifo West 7
è anch'esso, nella sua semplicità, un bel rompicapo oltre ad essere anche il glifo più soggetto a variabilità tra quelli testimoniati nell'Huld Manuscript, nel Galdrakver e nel Galdraskræða Skugg, che sono però testimonianze del 19° e 20° sec.. Viene da notare che la forma trova delle interessanti somiglianze ad elementi presenti in alcuni pentacoli salomonici che hanno uno scopo protettivo.  

Il glifo Nord West 8
ha in parte le caratteristiche del Sud West 6 inclusi i tratti di enigmaticità. Il cerchio che sta in testa all'asse ci concede qualche spiraglio di ipotesi sensata. E' un elemento scomparso per secoli dai vari alfabeti per poi ricomparire con una pluralità di significati dove l'uomo è in relazione alla competizione o gara, alla famiglia, al grande artiglio del falco e alla madre terra.
Nulla che ci aiuti a dargli un senso compiuto.

Continuiamo a cercare!!!




Qui a destra il simbolo con le maggiori corrispondenze storicamente riscontrabili.







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Per maggior info si osservi il seguente link:
http://users.on.net/~starbase/galdrastafir/galdrastafir.htm#vegvisir

NOTE:
[1]Yngling
: La Saga degli Ynglingar è un'opera scritta in antico nordico intorno al 1225 dal poeta islandese Snorri Sturluson e basata su un'altra opera precedente, l'Ynglingatal, attribuita al poeta norvegese scaldo del IX secolo Þjóðólfr da Hvinir. La saga narra dell'arrivo degli dei norreni in Scandinavia e di come Freyr fondò la dinastia degli Ynglingar a Uppsala. Poi la saga segue la linea dei re svedesi fino a Ingjald, dopo il quale i suoi discendenti si stanziarono in Norvegia e divennero gli antenati del re norvegese Harald il Chiaro.
[2]Sturlunga: La saga degli Sturlungar saga, è una raccolta di saghe scritte da vari autori tra il XII° e il XIII° secolo; fu compilata intorno all'anno 1300. Narra soprattutto la storia degli Sturlungar, un potente clan islandese ai tempi dello Stato libero d'Islanda (1220-1264). La saga inizia raccontando la leggenda di Geimundr Heljarskinn, un regnante del tardo IX secolo di un piccolo stato incluso nell'attuale Norvegia, che scappò in Islanda per sfuggire al crescente potere di re Harald Bellachioma, l’unificatore della Norvegia. Questa saga è la fonte principale di notizie sulla storia dell'Islanda tra il XII° e il XIII° secolo, e fu scritta da persone che sperimentarono i contrasti interni per il potere, che terminarono con la firma del Gamli sáttmáli ("Vecchio Patto") e l'annessione dello Stato libero d'Islanda alla Norvegia di re Haakon IV nel 1262.
[3]Íslendingabók: scritto storico riguardante la Colonizzazione dell'Islanda. L'autore fu un religioso islandese, Ari Þorgilsson, che operò nei primi anni del XII secolo. Originariamente esistevano due versioni del libro, ma solo la più recente è giunta fino ai nostri tempi. La meno recente conteneva informazioni sui re di Norvegia.
[4]Landnámabók:
(in islandese significa Libro dell'Insediamento), spesso abbreviato in Landnáma, è un manoscritto anonimo medievale islandese che descrive in dettaglio la colonizzazione dell'Islanda da parte dei Vichinghi nel IX e nel X secolo. Esso è una delle prime opere della letteratura islandese, ed è la fonte più preziosa esistente (insieme all'Íslendingabók) sull'Epoca della Colonizzazione islandese (870/4-930).
[5]Il Vatnajökull è una cappa di ghiaccio situata nell'Islanda sudorientale: con circa 8.100 km², è la più grande d'Europa



Articolo di: Claudio Dionisi per Esoterismo e Misteri
Copyright - Tutti i diritti riservati all'autore - Riproduzione vietata
Pubblicato il: 04 Marzo 2015
Revisione: 23 Giugno 2015

 
Last Update: 17/01/2017
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