La Morrigan - Esoterismo e Misteri

<br />        
Vai ai contenuti

Menu principale:

La Morrigan

Archivio > Miti e Leggende
LA MORRIGAN
«Io conosco dei racconti
che sono venuti dal Cielo…»
(Taliésin, bardo gallese – VI sec.)
Introduzione
Prima di entrare nel merito del personaggio e ad interesse di coloro che non abbiano avuto occasione di appassionarsi alla mitologia celtica o, prima ancora, a quella dei popoli dell’Irlanda arcaica, ritengo opportuno spendere qualche parola per delineare un breve quadro generale sulla natura delle fonti che hanno tramandato tali leggende.
Tutto ciò che sappiamo sulle genti che popolarono l’isola, sulle loro origini e sui vari avvenimenti è contenuto in grandi raccolte, composte da antichi manoscritti che risalgono ad un arco temporale che va dal IX al XV sec. d.C, anche se alcuni di questi furono copiati da pergamene più antiche di qualche secolo (dal VII sec. in poi).
Il Lebor Gabála Érenn, traducibile come il «Libro dell’occupazione d’Irlanda», la più celebre tra queste collezioni, è stato composto tra l’XI ed il XII sec..
Sono testi certamente già antichi che raccolgono memorie di eventi accaduti in un passato ancor più remoto.
Le storie in oggetto riguardano le vicissitudini di sei popoli arcaici e prendono il via ancor prima del Diluvio Universale, nel 2956 a.C., per arrivare fino al 1698 a.C., almeno secondo il calcolo contenuto negli Annála Ríoghdhachta Éireann[1]: quasi 1300 anni di accadimenti!
Nel corso di ripetute ondate migratorie ogni popolo arrivò a conquistare l’isola per poi scomparire o essere sopraffatto dall’invasione seguente. Si narra diffusamente delle genti di Cessair, dei Muintir Partholóin, delle Clanna Nemid, dei Fir Bólg e delle Túatha Dé Dánann, che dominavano ancora la scena quando in Irlanda sbarcarono i Milesi, il primo popolo gaelico.
La Morrigan, il personaggio del quale parliamo in questo articolo, avrebbe fatto la sua comparsa intorno al 1895 a.C. ed era membro delle Túatha Dé Dánann.
Non serve una particolare destrezza nel calcolo per notare che la forbice temporale tra la presunta epoca degli eventi ed i primi resoconti scritti è di circa due millenni e mezzo.
Come è stata colmata questa enorme distanza?!
Sappiamo bene che gli antichi Celti ed altri popoli prima di loro, usavano tramandare solo oralmente le proprie memorie, affidandole ai druidi, che erano i sacerdoti, i saggi ed i custodi della cultura, delle tradizioni e della loro identità collettiva. Ma quando per effetto della cristianizzazione la loro casta cominciò gradualmente a dissolversi, tali ricordi iniziarono parallelamente a degradarsi.
Furono i monaci cristiani, a partire dalla fine del V secolo d.C., i primi a riversare in forma scritta le antichità irlandesi, basandosi proprio su storie remote storie e leggende locali, ormai vecchie di almeno un millennio, ma nel farlo, e sarebbe stato difficile sperare in qualcosa di diverso, ebbero sempre cura di accordare il proprio lavoro con il sistema elaborato sulla base dell’autorità e della genealogia biblica, della storiografia classica e dei testi dei padri della Chiesa.
Malgrado ciò dobbiamo riconoscere ai vari monaci e copisti cristiani l’indubbio merito d’aver salvato dall’oblio tutto quel corpus mitologico e folkloristico che aveva già cessato di essere tramandato oralmente e che sarebbe andato inevitabilmente perduto.
E’ una tematica complessa e ben nota, sul cui merito sono stati versati fiumi di inchiostro: in questo caso non val la pena affrontarla.
Lo scopo di questa parte introduttiva è quello di mettere in chiaro alcuni punti su cui spesso si genera della confusione:
- Tutte le antiche leggende furono tramandate per almeno dieci secoli in maniera esclusivamente verbale;
- La politica dell’Impero Romano, che decise di non invadere l’Irlanda, permise al corpus mitologico di non subire contaminazioni di sorta;
- I monaci cristiani, a partire da V secolo d.C. cominciarono a riportarle in forma scritta ma operarono un primo importante adattamento al dettato biblico;
- In epoca medievale, a cavallo dell’anno 1000, vennero redatte altre storie e recuperati i vecchi manoscritti.
I testi medievali che ci sono pervenuti raccontano storie che risultano, nel migliore dei casi evidentemente adattate, emendate, interpretate ed implementate secondo l’intendimento dell’epoca.
Cosa raccontavano davvero le antiche leggende?
Quanta distanza c’è tra quello che riportano i codici medievali e ciò di cui furono testimoni gli arcaici narratori?
Non lo sappiamo con certezza ma è assai probabile che la differenza sia notevole.
Ha qualche senso, a questo punto, occupare il nostro tempo a studiare tutto questo vastissimo materiale? Quali dati potremmo ricavare? Che connotazioni assumerebbe la loro natura più intima partendo da fonti così compromesse?
La risposta a tale domanda non può che essere di natura strettamente personale ma, al di la dell’indubbia attrattiva che la materia suscita vi è, a mio parere, una parte ben definita della raccolta mitologica, in cui possiamo ancora sperare di rintracciare elementi degli originali.
I soggetti del riferimento sono le Túatha Dé Danann (Tribù degli dèi di Danann), il popolo che operò la quarta invasione irlandese, nell’anno 1985 a.C.[2].
Anche se inseriti in un quadro storico e in una improbabile genealogia che li riconduce ai figli di Nóe, le Túatha Dé Danann si differenziano notevolmente, per la loro natura superiore, per le conoscenze magiche ed artistiche ed i loro poteri sovrannaturali, dai comuni esseri umani che componevano tutti gli altri popoli invasori.
Anche quei personaggi principali delle Túatha Dé Danann, che non vengono espressamente definiti come divinità, hanno caratteristiche che li elevano al di sopra dei comuni mortali, e per quanto i vari copisti si siano sforzati di ridurli alla stregua di qualche antica popolazione preistorica, non sono riusciti a cancellare del tutto la loro natura sovrumana.
Chi erano costoro?
Il poeta W. Butler Yeats fornisce tre possibili risposte sulla loro identità: «Angeli caduti che non erano abbastanza buoni da essere salvati, né abbastanza cattivi da essere cancellati»[3].
Nel Libro di Armagh[4] sono descritti come “gli dèi della terra”, mentre alcuni studiosi di storia li considerano come “...gli dèi dell’Irlanda pagana, che quando non furono più venerati e nutriti con le offerte, si rimpicciolirono secondo l’immaginazione popolare, e ora sono alti solo poche spanne...”.
I chierici medievali, redattori e copisti, che riversarono in forma scritta le antiche leggende, non potendo accettare le Túatha Dé Danann[5] quali divinità dei Celti pagani e tantomeno comprendere le loro descrizioni, così tanto evemerizzate le inserirono, fortunatamente, in un quadro classico-cristiano piuttosto che ignorarle o considerarle in blocco alla pari di semplici favole.
Stando ai racconti, le Túatha Dé Dánann arrivarono in Irlanda atterrando sulle montagne del Conmaicne Rein nel Connacht, un lunedì di Beltaine (1° maggio). Le loro navi erano avvolte da enormi nuvole nere e produssero un’oscurità dinanzi al sole che durò per tre giorni e tre notti[6].
In uno dei testi più antichi del ciclo mitologico la scena presenta un’interpretazione più realistica, secondo la quale questi, dopo l’approdo, incendiarono le proprie navi in modo da non potersi più ritirare: il fumo, invadendo l’aria, diede la sensazione di uno sbarco protetto da nuvole di foschia.[7] Ma in altre versioni arcaiche della stessa leggenda si rintraccia chiaramente l’evidenza che le Túatha Dé Danann giunsero dal cielo o dall’oltremondo, dentro nuvole di fumo[8].
Erano dunque navi volanti quelle che atterrarono?!
E’ mai possibile?
Ritroviamo una curiosità paleoufologica abbastanza simile, ma di stampo ellenico, che è ben nota a coloro che hanno fatto studi classici.
Omero ci narra che Ulisse, durante il percorso di ritorno alla sua agognata Itaca, fece tappa presso i Feaci, sull’isola di Corfù, che era governata da Alcinoo, discendente diretto di Poseidone, uno degli Dei dell’olimpo greco, corrispondenti alle divinità mediorientali che sappiamo derivare tutte dagli Anunnaki/Elohim/Neteru.[9] Questi, che apparteneva ad una stirpe di semidei, offrì ad Ulisse una nave molto particolare per proseguire nel suo viaggio.
In Odissea, VIII, 555-563 leggiamo che: «... i Feaci non hanno nocchieri, non ci sono timoni, come ne hanno l’altre navi, ma sanno da sole il pensiero e l’intendimento degli uomini, e conoscono le città e i pingui campi di tutti, e l’abisso del mare velocissime passano, di nebbia e nube fasciate; mai hanno paura di subire danno o di andare perdute
Esistevano quindi delle navi che procedevano senza la necessità di un timoniere, lungo rotte che già “conoscevano”, erano velocissime e circondate da un qualche tipo di “alone” che ne accompagnava ed occultava il movimento; non potevano essere danneggiate o smarrirsi.
Per quanto assurdo possa sembrare delle analogie sono facilmente rintracciabili in testi sumeri ed indo-vedici e se puntiamo l’attenzione su alcune proprietà dei personaggi descritti, il tema della ricerca si fa ancora più interessante.
Analizzando alcune delle principali divinità irlandesi si può certamente avere una visione d’insieme delle corrispondenze e delle analogie con le successive divinità galliche: il Dagda Mór è il gallico Sucellos, il Dio con il mazzuolo; Lúg è certamente il Mercurius “inventore delle arti” di cui parla Cesare; Núada lo ritroviamo in Britannia come il dio Nodons; Mídir, Ogma e Goibniu sono rispettivamente le divinità galliche Medros, Ogmios e Gobannicnos; Brígit è la Brigindona gallica e la Brigantia britannica, così come Némain è la Nemetona gallico-britannica e Badb Chatha è la Cathobodua, dea celtica della guerra, anch’essa gallica.
Queste affinità mitologiche sono certamente ben note e, di per sé, non destano particolare sorpresa, ma vediamone più da vicino qualche dettaglio apprezzabile.
Ogma, era il combattente per eccellenza delle Túatha Dé Dánann, affine al dio della guerra Marte ed operava direttamente sul campo di battaglia. Era il dio della forza ma anche della saggezza, della conoscenza e della scrittura. Veniva tuttavia descritto come fisicamente debole e non più giovanissimo, eppure riusciva a prevalere su molti avversari sia grazie alla sua clava che con i suoi canti. Un’antica incisione lo raffigura con una catena che fuoriesce dalla lingua e termina dividendosi in più capi che imprigionano i suoi avversari per le orecchie. Alcuni mitologi ritengono fosse in realtà un bardo[10], un incantatore la cui vera forza risiedeva nella capacità di ammaliare le menti altrui.
Lugh era il dio della luce solare, chiamato anche Samildánach, «Colui che unisce ogni arte». Era esperto nelle arti poetiche, druidiche, mediche; era fabbro e carpentiere. Era anche un grande guerriero e si distingueva in battaglia grazie all’uso della lancia incantata proveniente da Gorias che ricercava e centrava sempre l’obiettivo una volta lanciata. Sembra quasi che il racconto parli di un congegno sofisticato dotato di ricerca automatica del bersaglio, che è comune a tutte le armi forgiate dal fabbro Govannon.
Manannan mac Lir, era il dio del mare e del tempo atmosferico. Normalmente lo si considera uno delle Túatha Dé Danann, benché alcune tradizioni lo reputino più antico di esse. Era considerato anche il sovrano dell’oltretomba. Aveva un carro che correva nel cielo valicando l’oceano da costa a costa, non dissimile dal carro di Freyr, il dio vichingo a cui venne donato Gullinbursti, un cinghiale dalle setole d’oro che si poteva cavalcare; un’opera di fonderia vivente dotato di pericolose zanne e capace di muoversi sulla terra, sull’acqua e nell’aria. Per quanto sia oscura la notte dove è il cinghiale c’è sempre abbastanza luce[11]. Aveva anche un’imbarcazione che poteva attraversare il mare da sola.[12]
Il più grande tra gli dei celti era probabilmente Dagda, supremo capo delle Túatha Dé Danann, depositario della sapienza druidica, mitico dio della saggezza e padre della dea Brigid. Il suono della sua arpa provocava il sonno, il dolore e la morte ma poteva anche ridare la vita; una sua bevanda a base di birra donava l’invisibilità ed dal suo calderone dell’abbondanza poteva nutrirsi chiunque senza che si esaurisse mai.
Cernunnos era il dio della fertilità e dei sacrifici, guardiano del mondo sotterraneo e protettore degli animali. Nella raffigurazione del calderone di Gundestrup (II sec. d.C.) è in una complicata posa meditativa definita Mulabandhasana, identica a quella del sigillo che raffigura Rudra/Shiva, scoperto a Mohenjo Daro e risalente almeno al 3000 a.C.: continua a dimostrarsi la grande similitudine tra le funzioni sacrali celtiche e quelle induiste.
Cuchullain stesso aveva delle caratteristiche a dir poco non umane. La sua migliore descrizione proviene dal Táin Bó Cúailnge[13] dove viene definito bello, con i capelli tra il castano, il rosso e l’oro, annodati tre volte sulla nuca, eppure discendenti sulle spalle e sul collo. Gli sono attribuite quattro fossette in ogni guancia, sette pupille, sette dita ai piedi e alle mani e unghie forti come quelle di un falco. Se in tempo di pace era ammirato per la sua bellezza in guerra terrorizzava i nemici: la pelle diveniva tutta rossa come se si rovesciasse dall’interno verso l’esterno, le giunture gli si capovolgevano, i capelli si drizzavano e ad ogni ciocca si accendeva una fiamma, una lingua di fuoco gli fuoriusciva dalla bocca e un flusso di sangue nero sgorgava dalla sommità del suo capo. Uno dei due occhi si rimpiccioliva mentre l’altro si estrudeva e sulla fronte gli appariva un’aurea sanguigna denominata “luna dell’eroe”. La sua frenesia guerriera è assimilabile a quella dei mitici guerrieri scandinavi Berserkir[14], tale che a fine battaglia doveva essere immerso di seguito in tre catini pieni di acqua ghiacciata per riportarlo alla temperatura normale. Tali caratteristiche terrificanti, incluso il flusso di sangue dalla testa e il simbolo lunare sulla fronte fanno pensare a tratti tipici di divinità induiste come Siva o Kali. Altri elementi, come l’eptadattilismo e il numero di pupille, potrebbero confermare le sue origini decisamente non terrestri.[15] La sua arma preferita era la Gaebold, un pesante giavellotto in grado di trafiggere cinque uomini in fila anche se protetti da corazze e scudi, che lanciava con il piede e la cui punta, quando colpiva l’obiettivo, si apriva in una stella di cinque lame: a quel punto era impossibile estrarre la lancia senza fare a pezzi la vittima.
 
Nuada, noto con l’epiteto di Airgetlám “mano o braccio d’argento”, fu il primo sovrano delle Túatha Dé Dánann e risulta anch’egli davvero speciale per via di ciò che accadde al suo arto. Durante la prima battaglia contro i Fir Bolg perse un braccio scontrandosi con il loro campione Sreng; gli fu così applicata una “protesi d’argento” che gli permise di riconquistare il trono; il particolare interessante, nello specifico, è che il braccio guarì, riformandosi totalmente in “nove giorni e nove notti” grazie ad una magia. Le descrizioni sono tali da far supporre che tale formula magica sia associabile ad un’effettiva cura medica[16].
Un passaggio narrativo tra i più interessanti lo individuiamo nella descrizione di Balor, il campione dei Fomoriani ai tempi del conflitto contro le Túatha Dé Dánann. Secondo le descrizioni egli possedeva un occhio che aveva il potere di paralizzare chiunque si trovasse sulla linea del suo sguardo. E’ una rappresentazione di tipo avveniristico che ci saremmo potuti aspettare forse di trovare in una narrazione di Asimov e non in questo contesto.[17]
Balor era il più potente tra i Fomoriani[18], ma oltre ad essere di statura gigantesca possedeva una terribile arma: un singolare “occhio”, che era celato dietro una grande palpebra, la quale veniva sollevata tramite una “maniglia lucida” che vi era fissata sopra e, pare che servissero ben quattro uomini per farlo.
Durante una battaglia, Lug, il campione delle Túatha Dé Dánann affrontò il gigante e mentre i quattro uomini si affrettavano ad aprire la “palpebra dell’occhio”, questi scagliò una pietra con la fionda centrandolo in pieno. Il corpo di Balor cadde su ventisette guerrieri Fomoriani che perirono sotto il suo peso ma, nella caduta, l’occhio si rivolse casualmente contro altri soldati del suo stesso esercito, paralizzandoli tutti.
Molto è stato detto e scritto in merito a tale evento: a cominciare dal parallelismo con la celeberrima vicenda di Davide e Golia[19], ma il segnale che sembra di cogliere, tuttavia, è che il potere dell’occhio, a giudicare dai racconti, sembra essere indipendente sia dalla volontà di Balor che dalla sua stessa esistenza in vita. Doveva infatti restare chiuso per non sprigionare il proprio potere e egli non poteva evitarlo anche volendo, ma soprattutto, anche dopo la sua morte, nell’atto della caduta, l’arma continuò ad essere attiva. Si dice poi che Lug lo decapitò: per quale ragione lo fece, considerando che era già morto?! Forse la necessità era legata all’urgenza di mettere “in sicurezza” l’arma.
E’ in questo contesto mitologico che fa a la sua comparsa:
 
La Morrigan
 
Morrigan, terribile e oscura dea della guerra,
incitava i soldati alla battaglia
con i suoi canti portentosi,
e sorvolava in forma di corvo
i luoghi dello scontro.
 
«An Morrigan» ossia “La Morrigan”, è una figura davvero singolare ed allo stesso tempo affascinante, che apparteneva al popolo delle Túatha Dé Danann e venne inserita in seguito nel vasto pantheon dei popoli celto-britanni.
Il nome è attestato anche come Morrìgu (in Irlandese antico), Mórríghan (in Irlandese medio) e Móirríoghan (in irlandese classico), sempre preceduto dall’articolo.
E’ considerata una dèa, sulla cui figura, tuttavia, gli studiosi non hanno ancora raggiunto una veduta concorde. Che sia stata una divinità di rilievo, lo si evince dalla sua identificazione con Ana/Anu/Anann, che nel Glossario di Cormac[20] al passo 31 viene definita “mater deourum hibernensium” ed è descritta come la «nutrice degli dèi». Non è chiaro se il nome stia a definire una individualità, taluni aspetti di una pluralità di individui o le funzioni svolte da un certo gruppo di soggetti.
Le antiche fonti, infatti, consegnano alla storia ben due triadi di dee, leggermente dissimili tra loro, all’interno delle quali la Morrigan viene menzionata:
- la prima è la triade delle figlie di Ernmass e di Fiacha mac Delbáeth (Mórrígan - Badb Chatha e Macha), ossia le tre dee della guerra dei Celti d’Irlanda (anche se il nome che compare in Lebor Gabála Érenn [62] per definire la Morrigan è “Anann”, e solo in Lebor Gabála Érenn [64] si dice che «...Ernmass aveva altre tre figlie, Badb Chatha e Macha e Mórrígan, il cui altro nome era Ánann»);
- la seconda è quella delle tre furie guerriere (Mórrígan - Badb Chatha e Némain).
Secondo altri studiosi la Morrigan va invece considerata come sintesi divina di tre aspetti della medesima “Grande Regina” (Mor=grande / Rigain= regina), la cui declinazione contempla la triade di figure del divino femminile già citata (Babd Chatha, Macha e Nèmain).

Sappiamo inoltre che :
- Nei racconti bardici, quando la Morrigan mieteva vittime sul campo di battaglia, veniva chiamata Macha e, secondo la tradizione, collezionava le teste dei caduti. Al termine dello scontro assumeva le sembianze di un corvo o di una cornacchia e si posava sul ramo di qualche albero a osservare i corpi dilaniati che venivano accatastati davanti a lei. Gli appartenenti alla stirpe delle Túatha Dé Danann venivano sepolti con tutti gli onori mentre gli avversari venivano mutilati, usati come tributo per la dea e le teste, innalzate su lance chiamate “i Pennoni di Macha” quale monito per i futuri nemici. Venne uccisa da Balor nel corso della seconda battaglia di Mág Tuired.
- La Babd, era solita apparire, il giorno prima della battaglia, ai soldati nemici che guadavano un fiume o un torrente mentre marciavano verso il luogo della battaglia. Si mostrava come una donna comune, intenta a fare il bucato: le vesti che lavava erano quelle di coloro che sarebbero caduti e per questo motivo veniva definita come la “Lavandaia del Guado”.
- La Nèmain era la più elusiva e misteriosa delle tre manifestazioni della Morrigan: simboleggiava il caos frenetico della guerra. Le si attribuiva anche l’arte del lamento funebre perché chi amava la guerra non poteva non amare anche la morte. Le lamentazioni, intonate dai corvi, avrebbero accompagnavano i defunti verso la loro eterna dimora e ogni volta che questi gracchiavano, la voce della dea echeggiava nell’aria.
C’è tuttavia da notare che, nei resoconti delle varie battaglie, Macha e la Morrigan non sono mai presenti insieme: se è presente l’una è assente l’altra. È certamente possibile che queste triadi di dèe della guerra siano state assimilate alle triadi di “dee filatrici dei fati” di altre mitologie europee, come le Moîrai greche, le Parcae romane o le Nornir norrene, ma non è possibile stabilire quando questo sia avvenuto.
Secondo un’altra ipotesi ancora, ma meno solida delle precedenti, il nome significherebbe “regina dei fantasmi” (dal germanico mahr = incubo, cfr. inglese nightmare)[21].
Le descrizioni della Morrigan evidenziano comunque tre particolarità:
- il suo cocchio era trainato da un cavallo rosso che aveva una sola zampa. Era agganciato al carro attraverso un asse o timone, che passava all’interno del corpo dell’animale e la sua punta usciva dalla fronte del cavallo stesso. In coda al carro c’era un mantello rosso, che ricadeva al suolo e spazzava il terreno
- la colorazione di tutti gli elementi (abiti, capelli, carro e cavallo) era rossa, forse perché, secondo quanto riporta la credenza celtica, stava a rappresentare l’aldilà;
- aveva la bocca da solo un lato della faccia.
- aveva la capacità di mutare la sua forma fisica e trasformarsi in un corvo e volare.
Nell’identificazione con Anu/Morrigan, la Madre degli Dei, viene riproposta una versione di triplicità divina diversa da quella già citata, che comprendeva Anu/Ana, questa volta concepita nel suo aspetto di patrona della fertilità; Babd nel suo aspetto di madre che perpetuamente fa bollire il suo magico calderone dove “cuoce” e prepara la vita; Macha nel suo aspetto di colei che presiede alla morte e al regno dei fantasmi.
Ovunque dovesse cadere la scelta tra le diverse triadi sarebbe certamente più corretto parlare di “le Morrigan”, usando tutte le cautele utili a non darne classificazioni avventate e ricordando che le interpretazioni correnti sono molteplici e che gli studiosi non hanno ancora raggiunto un accordo definitivo sul tema.
 
Le descrizioni nei testi antichi
Enormemente temuta e rispettata, la Morrigan impiegava i suoi poteri per volgere le sorti della battaglia in favore delle Túatha Dé Danann. Contro i Fir Bolg durante la Prima Battaglia di Magh Tuiredh scagliò tormente di fuoco, grandine, rane e torrenti di sangue che tramutarono il terreno in un infernale fango color porpora e con lei come alleata le Túatha Dé Danann ottennero la vittoria e conquistarono l’Irlanda.
Nella Seconda Battaglia di Mag Tuired la Morrígan tornò in soccorso delle Tuatha Dé Danann seminando terrore e caos tra i ranghi Fomoriani ed aiutò Ogma nel duello con Indech (uno dei re Fomori), prosciugando a quest’ultimo la sua forza.
Un famoso mito tramandato dal Ciclo dell’Ulster, quello di Cù Chulainn, lascia riflettere sulla particolare fusione di aspetti che ritroviamo nella Morrigan, caratterizzata da tratti guerreschi di morte e di un profondo simbolismo sessuale.
L’eroe la incontra sotto forma di bellissima fanciulla che gli confessa il suo amore ma lui la respinge e lei, per punirlo, lo assale trasformandosi in anguilla, in lupo e, infine, in una giovenca rossa priva di corna. Il campione riesce comunque a sconfiggerla ma, quando è ormai allo stremo, lei gli appare sotto le mentite spoglie di una vecchia che munge una vacca e gli offre da bere; Cù Chulainn la benedice ed in virtù di ciò la dèa guarisce dalle ferite subite.
Sono molteplici gli episodi che riguardano la Morrigan e Cù Chulainn ed in ogniuno di essi viene affermato il ruolo sessuale/materno/guerriero che è ribadito dal toponimo irlandese “Dá chích nAnann”, i «due seni di Anu», le due colline gemelle nella contea di Kerry, nel Munster; tale identificazione è attestata nel Lebor Gabála Érenn [62], dove Anann è detta figlia di Ernmass e alter ego di Morrigan.
L’aspetto
La Morrigan ha in se la peculiare caratteristica delle dèe irlandesi di poter trasfigurare la propria forma divina in umana e animale. Spesso appare come un corvo o una cornacchia o ammantata di piume nere (nel suo aspetto più guerresco: la Macha), dal volto talvolta beccuto e ricurvo, con le orbite scure ed i capelli scurissimi. A volte può manifestarsi come una splendida e sensuale fanciulla, agghindata con preziose stoffe purpuree. E’ stata descritta anche come una gigantessa, sotto forma di Babd, forte e muscolosa, dallo sguardo infinitamente triste per i lutti che aveva il compito di preannunciare.
 
 
Il Corvo e la Cornacchia
Può essere utile parlare brevemente dell’animale totemico della Triade e della ragione per cui si sia trattato, a seconda delle fonti, di un corvo o di una cornacchia.
Spesso il Corvo (corvus corax) e la Cornacchia (corvus cornix) vengono confusi a causa della loro somiglianza, ma sono assai diversi biologicamente, simbolicamente e dal punto di vista dei presunti poteri magici.
Gli Inuit, il piccolo popolo dell’Artico, discendente dei Thule, venera la cornacchia come portatrice di luce e non la offende mai, per paura di perdere tale prezioso dono; anche i Cinesi la onorano, solo che la loro ha tre zampe.
Il corvo è spesso rappresentato nei totem di molte tribù o clan dei nativi americani. A questi animali si attribuisce spesso il potere della metamorfosi, legato anche al loro colore nero; la cornacchia rappresenta anche il Grande Mistero, l’abisso da cui emerge ogni cosa. Alcune tribù, al contrario, ne temono i poteri e scherniscono questi animali più che riverirli, ammonendo gli stranieri di fare attenzione.
In quanto mangiatori di carogne entrambi rientrano a vario titolo nella cosmologia indigena americana alla pari di quella antico-europea, per via dell’opera di decontaminazione che operano, dissipando i corpi ormai privi di vita, parte necessaria della purificazione e della pulizia in favore dell’equilibrio nella natura.
Per i Romani la cornacchia era una guardiana ed originariamente aveva un piumaggio bianco. Apollo ne inviò una per controllare il comportamento di Coronide[22]. Grazie all’animale scoprì che lo aveva tradito con un mortale e la uccise: secondo il mito le piume della cornacchia, a causa di tale infedeltà, divennero nere. Il corvo è simbolicamente paragonabile al tao: sia malevolo che benevolo, sia creatore che distruttore, esattamente come l’archetipo della Morrigan; è l’animale della magia e del mistero per eccellenza, è intelligenza, discernimento, abilità, è una guida per chi si perde nella notte. E’ l’animale della preveggenza, concede il dono della vista ed ha l’astuzia per affrontare le avversità.

La Fata Morgana
 
Il personaggio di Fata Morgana ha attraversato la leggenda, i miti e l’arte di vari secoli, mantenendosi sempre nell’ombra: una singolare figura che modifica gli eventi senza mai manifestarsi totalmente, in perpetuo equilibrio fra misteri, malefici, sortilegi e nebulose verità.
Nella penombra costituita dall’inganno quale male necessario per perseguire obiettivi superiori alla comune esistenza degli uomini e dei reami che creano e governano vi è il suo dominio, condiviso con gli altri déi celtici. Architetta i suoi progetti quando non è ancor giorno ma non è più notte e si muove nel crepuscolo sopravvivendo come donna e dea, malgrado il mutare delle ere, delle religioni e degli imperi. Fievole ma presente, bellissima e terribile, generosa ma avida, adorabile e crudele, incorrotta e meretrice, Morgana anticipa e sfida il flusso del tempo e dell’immaginazione muovendosi fra le pieghe dei mito.[23]
La «Fata Morgana» (anche conosciuta come Morgane, Morgaine, Morgan) è considerata una figura mitologica che emerge dalle leggende arturiane, contemplata in molte opere letterarie che prendono il via dal XII secolo.
Nelle leggende arturiane interpreta il ruolo di antagonista di re Artù e, soprattutto, del mago Merlino. In tutte le versioni è descritta come una potente maga ed è messa in relazione con il misterioso popolo semidivino dei Sidhe[24] della mitologia celtica.
 
Ma non è sempre così che il personaggio è stato immaginato.
 
Alle sue radici si nota una qualche influenza della dea celtica Modron[25] ma, con maggior evidenza, si ispira alla Morrigan, dalla quale avrebbe anche tratto anche il nome. Viene menzionata per la prima volta come «Morgen» intorno al 1150 dal chierico gallese Geoffrey di Monmouth[26] nel suo “Vita Merlini”(La Vita di Merlino). L’epiteto di “Fata” (tradotto dall’originale inglese “le fay”, a sua volta adattato dal francese “la fée”), che ne stabilisce la natura sovrannaturale è arrivato solo in seguito.
 
Ma da dove arriva l’ispirazione per il personaggio che oggi conosciamo?
 
Tutto ebbe inizio con la stesura dell’«Historia Regum Britannie» (Storia dei re di Britanni) da considerarsi il primo e vero best seller della letteratura inglese del primo millennio, in cui Geoffrey di Monmouth, nel 1138, narra in undici libri le gesta dei re dei Britanni, ricollegandoli in seguito ai grandi miti del mondo classico latino.
Gli scritti si presentano come opere storiche le cui fonti deriverebbero da un non meglio identificato “Liber Vetustissimus” di cronache gallesi fornito a Goffredo, a suo dire, dall’Arcidiacono Gualtiero, rettore del collegio dei canonici regolari di Saint George a Oxford. In realtà il suo lavoro è da considerarsi un’opera di fantasia con episodici riferimenti storici reali, il cui intento primario èra quello di celebrare l’impegno dei bretoni contro i gallesi e dei britanni contro i sassoni.
 
Sebbene tale opera sia stata utilizzata in seguito, da sa stesso e da altri, come base per l’elaborazione del mito arturiano, i soli elementi che vi si rintracciano riguardano Artù, la sua spada (Caliburn, forgiata nell’isola di Avalon) e di come il questi fu portato sulla magica isola dopo la battaglia di Camblan per curarlo dalle ferite.
 
Nella Historia non si fa alcuna menzione a Morgana.
Solo nel poema “Vita Merlini” Geoffrey di Monmouth, riprendendo una parte della tradizione narrata dal bardo profeta Myrddin Emrys [27](VI sec.) arrivò a combinare tra loro alcune storie esistenti su Myrddin Wyllt (Myrddin=Merlino/Wyllt= il selvaggio) e sul condottiero Ambrosio Aureliano[28], per forgiare la figura di Merlino; il suo è il testo più antico in cui compare tale personaggio. Troviamo anche la descrizione dell’isola di Avalon (dove compare ancora come: Jnsula Pomorum) e per la primissima volta fa la sua comparsa la sacerdotessa Morgen, l’unica in grado di decidere se salvare o meno Artù. La rappresentazione che di lei si ricava fa pensare ad una sovrana e druidessa di grande bellezza, esperta nelle erbe medicinali, nelle arti curative e conoscitrice della matematica; c’è da sottolineare, a tal proposito, che tra i due non sussiste alcun legame di parentela. Altra descrizione interessante è quella che entra nel merito delle sue capacità di mutare forma fisica e di volare.
 
 
Versione Originale
 
         

In seguito fu Giraldo del Galles, nel 1190, il primo autore a riprendere il collegamento di Goffredo e, nei suoi tre testi (Lancelot-Grail, Sir Galvano e Il Cavaliere Verde) cominciò a riferirsi a Morgana come ad una «dea phantastica», ossia una dea immaginaria.
Non è necessario un particolare intuito per notare come il personaggio della primigenia Morgana sia somigliante alla Morrigan del mito gaelico e come la successiva trasformazione da dea a fata sia legata, fondamentalmente, alla necessità di disincentivare il culto politeistico.
E’ facile supporre che un personaggio erudito quale era Geoffrey di Monmouth avesse cognizione dei miti irlandesi, dei vari testi e delle narrazioni dei bardi che, dal lontano VI secolo, avevano iniziato ad essere rielaborati proprio in quel periodo.


Chi era la Morrigan?
 
Le domande più importanti rimangono, in ogni caso, sempre le stesse:
 
- chi era la Morrigan?
- si tratta solo di un mito o c’è qualcosa di più?
 
E’ difficile trarre delle vere e proprie conclusioni perché, nella sostanza, le fonti non dicono molto di più di quanto ho sinteticamente riportato.
Si possono azzardare delle ipotesi estrapolando alcuni elementi da contesti mitologici di altre culture più o meno coeve e quindi, verosimilmente, collocabili tra il I° ed il II° millennio a.C.. Il problema è che stiamo parlando di una tale mole di materiale da non poter essere trattata in un semplice articolo. Per questa ragione ho raccolto nella sezione della Bibliografia Specifica, una serie testi da poter consultare qualora il lettore abbia desiderio di avventurarsi in temerari approfondimenti.
Nel suo complesso la descrizione delle Túatha Dé Danann non ha tratti molto dissimili da quella dei Deva Vedici, dei Theoi greci, degli Anunnaki sumeri o degli Elohim biblici i quali, nei rispettivi antichi testi, presentano anomalie descrittive tali da far intravedere l’esistenza e l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche avanzate, fonti energetiche e conoscenze medico-scientifiche che ancora oggi, a distanza di tre o quattro millenni riusciamo ad intuire faticosamente.
Sotto questo punto di vista i testi ritenuti sacri come il Rg Veda, il Mahabarata, il Ramayama, i Purana, l’Iliade, l’Odissea, la Bibbia, i Poemi Epici Sumeri e alcuni altri raccontano una storia assai diversa da quella comunemente accettata. Gli avvenimenti che vengono descritti fanno decisamente pensare alla presenza di una ristretta classe di dominatori dalla natura sovrumana, che ha tenuto le redini dell’intero pianeta, dei regni e degli imperi, e che è stata semplicemente descritta in modi diversi tra loro dai vari testimoni. Sto parlando, in sintesi, della teoria degli Antichi Astronauti che è sufficientemente nota da consentirmi di non dover aggiungere altro in questa sede.
Non è tuttavia possibile, nel caso specifico delle Túatha Dé Dánann, a causa della caotica natura delle fonti e dei successivi rimaneggiamenti, elaborare dei raffronti con i vari Pantheon descritti nelle opere appena citate.
Nei miti irlandesi, alla pari di quelli norreni, sono i grandi eroi ad elevarsi ad un livello superiore rispetto a quello dei comuni mortali. Le divinità maggiori tra sumeri, ittiti, egizi, greci, romani e indù erano sempre 12, accompagnate da un certo numero di semidivinità, ossia ibridazioni derivate dall’accoppiamento tra l’umano e il divino.
Le divinità delle “tribù degli déi di Danann” sono entità difficilmente raggruppabili e presentano caratteristiche diverse, ad eccezione della dèa Ana/Anu/Dana, madre e nutrice degli dèi irlandesi, dea della fertilità e della terra, ampiamente venerata anche nel resto d’Europa.
Non si rintracciano altri veri e propri dèi paragonabili, ad esempio, a Zeus, Enki, Amon-Ra o Brahmā. Anche la sua identificazione con Danu/Danann è assai dubbia, malgrado venga sostenuta da Seathrún Céitinn nei suoi Foras feasa ar Éirinn. Quest’ultima appare, infatti, come nipote di Ogma e madre di Brian, Iuchar e Iucharba, che furono definiti i «tre dèi di Dánann» ed in seguito, per estensione, vennero chiamati Túatha Dé Dánann.
Il termine soprattutto nella saggistica moderna si presenta come un genitivo ma la sua derivazione da Danu e l’identificazione con Anu risulta assai arbitraria; crea meno problemi etimologici l’identificazione con Dínann, che compare insieme alla sorella Bé Chuill, a formare una coppia di streghe o forse di proprietarie terriere.
Anche l’identificazione di Danu con Brigit è assai discutibile. Nel ciclo delle invasioni d’Irlanda, viene presentata come figlia del Dagda Mór, signora della conoscenza, della veggenza, dea della poesia, della divinazione, dell’arte medica e della metallurgia. Alla sua figura ci si ispirò, in epoca cristiana, per edificare il mito di Santa Brigida, ma neanche lei manifesta le caratteristiche della divinità.
I personaggi di rilievo delle Túatha Dé Dánann si presentano dunque come grandi eroi, non umani ma neanche divini; volendo fare una qualche identificazione con personaggi equivalenti della ben più nota mitologia greca, potremmo rivolgere lo sguardo a quelle semidivinità quali Ercole, Perseo, Achille, Enea, Eracle, ecc.
Lo status di semidivinità, riscontrabile anche nella mitologia norrena, viene quindi attribuito a personaggi aventi grandi poteri, anche magici, senza essere questi necessariamente figli di una divinità ed un mortale. Talvolta sono elevati al rango di dèi, talvolta invece restano mortali. Gli interi popoli dei Fomoriani e delle Túatha Dé Dánann, nella mitologia celtica, sono stati indicati come semidivini; un semidio che rispetta tutti connotati della mitologia classica è Cuchulainn, figlio di Lugh e di una mortale.
Le caratteristiche che accomunano i Fomoriani e le Túatha Dé Dánann, distinguendoli nettamente dagli altri popoli invasori d’Irlanda sono anche altre.
Malgrado, come ho già segnalato, tutte queste genti siano state fatte risalire ad un’unica origine, ossia ai figli di Noè, appare abbastanza evidente che, tra di loro si appartengono vicendevolmente solo in maniera parallela. Da un lato abbiamo le Genti di Cessair, i Partoloniani, i Nemediani, i Fir Bolg ed i Milesi, che presentano radici comuni e del tutto umane; dall’altro troviamo i Fomoriani e le Túatha Dé Dánann che mostrano tratti semidivini. Tra il primo ed il secondo gruppo ci sono contaminazioni solo tra le le Túatha Dé Dánann ed i i Fir Bolg che, in ogni caso appaiono pretestuose e legate alla necessità di trovare anche per le tribù degli dèi di Danann un’origine biblica.
I Fomoriani o Fomóraig appartenevano ad una razza diversa: una stirpe primordiale di ignota genesi, un popolo di semidei abitanti dell’Irlanda e degli arcipelaghi circostanti in tempi remoti, assimilabili a quelle famiglie di divinità precedenti ai pantheon storicamente consolidati, alla maniera dei Titani nella mitologia greca. Le ipotesi di una qualche ascendenza camita risultano discutibili e cronologicamente assai tarde. Furono, in senso assoluto, i primi a giungere sull’Isola dopo il diluvio e per secoli costituirono un serio intralcio a chiunque volesse colonizzarla. La contesero con le armi alle genti di Parthólon, alle Clanna Nemid (i Nemediani) ed anche alle Túatha Dé Danann, con le quali vi erano state, almeno all’inizio, delle relazioni amichevoli. Quando le Túatha Dé Danann giunsero nel Lochlann[29], patria dei Fomoriani, sancirono un’alleanza con questi e vi furono diverse unioni matrimoniali da cui discese una razza mista. I poemi genealogici presentano gli esponenti più importanti delle Túatha Dé Danann quali discendenti dei Fomóraig.
Se la prima battaglia di Mag Tuired, tra i Fir Bolg e le Túatha Dé Danann, si configura come uno “scontro orizzontale”, tra due popoli imparentati, di cui il maggiore avrebbe il diritto di precedenza ma il minore possiede i requisiti più adatti; la seconda battaglia, tra le Túatha Dé Danann e i Fomoriani, è invece uno “scontro verticale” o generazionale, dove le semidivinità più giovani si scontrano e si separano dalle semidivinità di un’epoca passata.
Percorrendo a ritroso le varie genealogie ci si rende conto che la Morrigan, alla pari di Dagda Mor, Ogma, Lug, Manannán mac Lir, Cú Chulainn e tutti gli altri discendono da Delbáeth mac Néit, capo dei Fomoriani e fratello del gigante Balor, il cui presunto lignaggio nemediano è, anche in questo caso, distorto da un’arbitrarietà dettata dall’impossibilità di concepire stirpi indipendenti dalla linea di sangue di Noè, unico sopravvissuto al diluvio. La sola eccezione, nello specifico, è rappresentata da Nuada, primo vero sovrano delle Túatha Dé Danann che sembra, al contrario, provenire dal popolo di Nemed.
Si tratta di una vera e propria “trappola genealogica”: i labili collegamenti che incrociano le semidivinità alle genti umane non giustificano in alcun modo la grande distanza che li separa; ma se li tagliassimo dovremmo concepire e spiegare la comparsa dal nulla di questi popoli dalle caratteristiche straordinarie. Non sarebbe molto dissimile dal dilemma che affrontarono in epoca medievale tutti coloro che lavorarono per ricostruire le antichità irlandesi.
Lasciamo dunque le cose come sono e tentiamo di dare una qualche risposta analizzando le descrizioni di cui disponiamo e le similitudini con le semidivinità che vengono descritte in altre mitologie.
Come premesso poco sopra, la necessaria sintesi per la presente stesura mi obbliga a rimandare il lettore ad approfondimenti esterni per i quali, qualora lo desideri, potrà usare come guida i testi consigliati nella Bibliografia Specifica.
La figura della Morrigan, dunque, manifesta gli stilemi tipici di una stirpe diversa da quella umana per caratteristiche e longevità e fa parte di un gruppo di altri soggetti aventi caratteristiche simili.
Nei racconti appaiono evidenti i riferimenti all’uso della magia, della trasformazione fisica o di strumenti magici, ma anche alla presenza e l’utilizzo di strumentazioni di tipo decisamente tecnologico. Le descrizioni che la riguardano fanno supporre che indossasse una specie di esoscheletro dotato di alaggio che le permetteva di librarsi in volo e che pilotasse un mezzo capace di trasformarsi da carro trainato da un cavallo monopede ad un velivolo di colore nero simile ad un corvo ed equipaggiato per il combattimento; senza tale strumentazione appariva con sembianze femminili più o meno comuni.
Henri d’Arbois de Jubainville[30] nel trattato “Druides et Dieux en forme d’animaux” lo descrive così: «… si muoveva con un carro al quale era attaccato un solo cavallo rosso. Questo cavallo aveva una sola zampa; il timone del carro gli passava attraverso il corpo e la sua punta usciva dalla fronte del cavallo stesso, che ne faceva al contempo da sostegno. Alla fine del carro c’era un mantello rosso, che ricadeva al suolo e spazzava il terreno…».
A tal proposito Giorgio Pattera, nel suo famoso articolo “I Celti e gli extra terresti” così commenta tale passaggio: «Certo che avere una zampa sola dev’essere ben “fastidioso” per un animale che deve galoppare! Soltanto per stare in piedi, il “cavallo ad una gamba” è obbligato, per sostenersi, ad appoggiarsi al carro e visto che il timone gli attraversa il corpo, sarebbe più semplice dire che questo singolare “equino” faceva tutt’uno col veicolo. A questo punto, tralasciando le allegorie mitologiche che circondano la presunta “divinità”, derivate dal substrato culturale delle popolazioni cui si manifestavano quelle strane apparizioni, non è contraddittorio azzardare l’ipotesi che il “carro” con cui si spostava la dea Badb non fosse altro che un “velivolo”, in cui il “cavallo” ad una zampa corrisponde allo scafo dotato di puntello (come descritto in alcuni OVNI) ed il “timone” ad un alettone direzionale o ad un albero d’elica. (Curiosamente simile è la ricostruzione effettuata da Blumrich, ingegnere NASA, circa il “carro di fuoco” descritto dal Profeta Ezechiele nell’Antico Testamento, 1°, vers.1-28). Quanto al “mantello rosso” trascinato posteriormente, è fin troppo facile individuare in esso il bagliore emesso dal sistema di propulsione
Queste brevi descrizioni di oggetti “tecnologici”, in aggiunta a quelle esposte in precedenza nel merito di altri strumenti analoghi, di cui avevano evidentemente disponibilità altri membri della sua gente e degli stessi Fomoriani costituiscono, a mio parere, un indizio di grande interesse.

La Morrigan non era, dunque, totalmente “terrestre”; ma allora cosa era e da dove proveniva la parte extra-umana di lei?!
La sola fonte che ci dice qualcosa a tal riguardo il bardo è druido gallese Taliésin (VI° sec.)[31].
Si tratta di un personaggio enigmatico, dal profilo quantomeno oscuro e di difficile ricostruzione: oltre a ciò che è contenuto nelle sue stesse opere, sappiamo infatti molto poco. Il testo più spesso associato con Taliésin è il “Libro di Taliésin”, che gli storici fanno risalire al X sec. Dal momento che tutta la poesia, ai tempi in cui il bardo viveva, era trasmessa solo oralmente, è plausibile supporre che il materiale originale sia molto più antico e riversato in forma scritta solo alcuni secoli più tardi. Il testo, nel suo complesso, non è attribuibile al sono Taliésin, sono solo dodici, infatti, i poemi quasi certamente attribuibili a lui, ma l’ambiguità delle immagini, l’assenza di punteggiatura, le probabili corruzioni, le problematiche nell’identificare nomi, dati storici e mitologici, rendono quest’opera di ardua comprensione, tra le più problematiche dell’intera letteratura medio-gallese.
 
Taliésin era dunque un bardo, ma aveva fama di essere anche druido e, a suo dire, anche un Mutante[32], un incrocio fra una donna terrestre ed un’entità d’origine extra-terrestre, equiparabile all’unione dei Nefilim, “caduti dal cielo”, con le “figlie degli uomini” di cui si parla in Genesi 6,1-8. Queste entità, interpretabili alla stregua di “colonizzatori”, vengono da lui chiamate «Túatha Dé Danann», che nella declinazione genitiva diventa Dana, in Bretone popolare viene tradotto con Dan ed in Gallese con Don.
Secondo Jean Markale l’enigma si svelerebbe in quanto: «...Llys Don significa “la corte di Don”, che serve a designare la costellazione di Cassiopea»[33].
Essere d’accordo o meno con tale interpretazione è più una questione di fede che non di logica, ma va detto che la «...costellazione di Cassiopea era nota da tempi ben più antichi dei Greci, e corrispondeva alla Casyapi sànscrita, seduta con un fiore di loto nella mano, ovvero la regina del Caucaso Chasiapati, ed anche la dea Kasseba rappresentata dai Fenici come patrona della prosperità, assisa con un fascio di spighe tra le braccia. Poichè nei manoscritti arabi Cassiopea veniva indicata come “la donna seduta” e i latini la chiamavano Solium (trono, seggio), si può notare un unico filo conduttore che ha collegato popoli tanto lontani nel tempo e nello spazio[34]
 
Sarebbe questa, quindi, la provenienza di almeno il 50% del corredo genetico della Morrigan: la “costellazione del dio di Dana”, di cui Dana rappresenterebbe il pianeta più grande.
Dietro la maschera dell’agguerrita combattente con capacità straordinarie ed una longevità decisamente fuori dal comune, al di là della magia, della tecnologia, della veggenza e della stessa natura extraterrena, si potrebbe celare una donna, un soldato, né malvagia né buona, ma figlia di un altro tempo e di un altro luogo, di una storia che abbiamo dimenticato, di una verità che molti non vogliono conoscere, di un’alba lontana la cui luce si è persa nella nebbia dei millenni.
Ci si potrebbe spingere oltre e tentare di spiegare come mai le Túatha Dé Dánann abbiano governato l’Irlanda solo per un periodo così breve (197 anni secondo gli Annála Ríoghdhachta Éireann), e per quale ragione, considerando i mezzi a loro disposizione, vennero sconfitti dai Milesi, che di sovrumano avevano ben poco; in ultimo, ma non meno importante, dove sono andati a finire?!
Sono convinto, tuttavia, che questo non sia il focus più adatto e rimando il tema ad un contesto d’indagine che ha bisogno di uno spazio ben più ampio! Per il momento e per quel che riguarda la figura di questa affascinante guerriera che conosciamo come “la Morrigan”, anche se in modo estremamente riassuntivo, ritengo sia stato detto tutto.
 
Articolo di: Claudio Dionisi
Pubblicato il: 01-05-2017
Articolo soggetto a Copyright - Tutti i diritti riservati - Riproduzione vietata
___________________________________
Bibliografia Specifica:
 
Area Indo-vedica
- Enrico Baccarini - I Vimana e le Guerre degli Dei - Enigma Edizioni, 2015
- Maharishi Bharadwaaja - Vymaanika shaastra, curato da  -C. Malanga, S. Salvatici - XPublishing, 2014
- Roberto Pinotti - Vimana - Uno Editori 2016
Area Ebraico-Biblica
- Mauro Biglino - Il Dio Alieno della Bibbia - Uno Editori, 2011
- Mauro Biglino - Non c’è Creazione nella Bibbia - Uno Editori, 2012
- Mauro Biglino - La Bibbia non è un libro sacro - Uno Editori, 2013 pag. 25
- Mauro Poletti - Elohim - Enigma Edizioni , 2015
Area Sumero-Mesopotamica
- Salvatore Mazzola - Gilgameš nel giardino degli dèi - Youcanprint, 2017
- Giovanni Pettinato - I Sumeri - Bompiani, 2005
- Angelo Virgillito - Il Tempio Perduto degli Anunnaki - Cerchio della Luna Edizioni, 2013
Area Ellenica e Mesoamericana
- Francesco Toscano - A proposito degli alieni.....- Photocity.it, 2012
- Francesco Toscano - Gli antichi astronauti - Narcissus.me
- Erich von Däniken - L’ impronta di Zeus - Piemme, 2001
-Alan Alford- - Il Mistero della Genesi delle Antiche Civiltà - Newton, 1996
Area Egizia
- Robert Bauval - Il Codice Egizio - TEA, 2009
- Mauro Paoletti - Sotto le Sabbie del Tempo - Enigma Edizioni, 2015
- Michael A. Cremo & Richard L. Thompson - Archeologia Proibita - Newton Compton, 2016
Bibliografia Generale:
- Lebor Gabála Érenn: Book of the Taking of Ireland. volumi 2, 3 e 4 - ed. and tr. by R. A. S. Macalister. Dublin: Irish Texts Society, 1941(ed online: http://www.maryjones.us/ctexts/leborgabala.html).
- R.A.Stewart Macalister - Lebor Gabala Erenn, Part IV - Educational Company of Ireland, 1941
- Celtic Literature Collective: http://www.maryjones.us/ctexts/index_irish.html
- CODECS online database and e-resources for Celtic Studies: http://www.vanhamel.nl/codecs/Home
- http://celt.ucc.ie/index.html
- http://www.timelessmyths.com/celtic
- David Hatcher Childress - Lost Cities of Atlantis, Ancient Europe & the Mediterranean - Paperback,1996
- Jarich G. Oosten - The War Of The Gods: The Social Code in Indo-European Mythology - Routledge & Kegan Paul Books, 1985
- John Arnott Macculloch - The Mythology of all the races - Volume III - Marshall Jones Company, 1918
-James MacKillop - A Dictionary of Celtic Mythology - Oxford University Press, 2004
- Patricia Monaghan - The Encyclopedia of Celtic Mythology and Folklore - Facts on File Inc.,2004
- Melita Cataldi - La battaglia di Mág Tuired, Antiche storie e fiabe irlandesi - Einaudi, 1985
-Alwyn & Brinley Rees - L’eredità Celtica - Edizioni Mediterranee, 2000
- Katharine Clark - An Irish Book of Shadows: Túatha Dé Dánann - Glade Press Inc , 2001
- Mauro Biglino - La Bibbia non è un libro sacro - Uno Editori, 2013
- http://www.libraryireland.com/
- Giorgio Pastore - Dèi del cielo Dèi della Terra - Eremon Edizioni, 2007
- Diego Marin - Il Segreto degli Illuminati, Mondadori , 2013
- Alistair Moffat & James Wilson - The Scots: A Genetic Journey -, Birlinn, 2011
- Peter Berresford Ellis - Il segreto dei Druidi - Edizioni Piemme, 1997
- David Hatcher Childress - Lost Cities of Atlantis, Ancient Europe & the Mediterranean - Paperback,1996
- Jarich G. Oosten - The War Of The Gods: The Social Code in Indo-European Mythology - Routledge & Kegan Paul Books, 1985
- John Arnott Macculloch - The Mythology of all the races - Volume III - Marshall Jones Company, 1918
- Giorgio Pattera - I Celti e gli Extra-Terrestri- Articolo web

Note:
[1] Gli Annali del Regno d’Irlanda o dei «Quattro maestri», composti tra il 1632 ed il 1636 sono custoditi, in tre manoscritti, alla Royal Irish Academy [Acadamh Ríoga na hÉireann] di Dublino. prendono l'avvio con l'arrivo delle Genti di Cesair quaranta giorni prima del Diluvio, nell'anno 2242 dalla Creazione del Mondo, e proseguono ininterrotte, quasi anno per anno, fino al 1616 della nostra èra.
[2] Fonte: Annála Ríoghdhachta Éireann
[3] William Butler Yeats - Irish Fairy and Folk Tales - Paperback, 2003
[4] Il Libro di Armagh è un libro miniato, risalente al VI sec. d.C., redatto principalmente in latino e realizzato presso il monastero di Armagh, nel nord dell'Irlanda. E’ attualmente conservato la Trinity College Library di Dublino. Il libro comprende sia il Nuovo Testamento datato ca. 807 d.C., che numerosi scritti sulla vita di san Patrizio.
[5] Le Túatha Dé Danann: traducibile come“le Tribù degli dèi di Danann” furono un popolo che approdarono in Irlanda provenendo dalle isole settentrionali del mondo: una stirpe di druidi e guerrieri, dotati di poteri soprannaturali.
[6] Lebor Gabála Érenn 55-56
[7] Cath Maige Tuired uno dei testi più antichi e importanti del ciclo mitologico, i cui materiali, risalenti al IX secolo, furono compilati intorno all'XI
[8] Scéal Tuáin Maic Cairill
[9] Mauro Biglino - Omero e gli UFO? - www.maurobiglino.it
[10] Il Bardo, presso i popoli celtici è un antico poeta o cantore di imprese epiche. I bardi formavano, insieme ai druidi e ai vati, le tre caste sacerdotali delle popolazioni celtiche. Erano i conservatori del sapere e venivano istruiti per memorizzare tutte le tradizioni e i miti del popolo. In alcune regioni erano distinguibili dagli altri due ordini per uno speciale mantello che indossavano. Nella società gaelica e gallica, un bardo era un poeta professionista, generalmente impegnato nel comporre elogi per il proprio lord.
[11] Fonte: Jorge Luis Borges - Il libro degli Esseri Immaginari - Adizioni Adelphi, 2014
[12] Peret Berresford Ellis, il segreto dei Druidi, Piemme,1997pag. 228
[13] Tradizionalmente attribuito al I secolo a.C. il Táin è il testo centrale di un gruppo di racconti epici chiamato Ciclo dell'Ulster. Sopravvive in due versioni contenute in manoscritti del XII secolo, la prima una compilazione per lo più in antico irlandese, la seconda un'opera in medio irlandese.
[14] I Berserkir, dalla parola norrena, al singolare Berserkr, talvolta anglicizzato Berserker, erano feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento al dio Odino, da loro adorato nella sua forma di “Voden” (letteralmente “furore”). Prima della battaglia entravano in uno stato mentale di furia, detto berserksgangr, che li rendeva particolarmente feroci e insensibili al dolore. Le descrizioni delle fonti nordiche descrivono una condizione assimilabile ad uno stato di trance.
[15] Pablo Ayo - http://www.strangedays.it/MisterinelPassato/celti.html
[16] Melita Cataldi - La battaglia di Mág Tuired, Antiche storie e fiabe irlandesi - Einaudi, 1985
[17] La descrizione della Battaglia di Mag Tuired (Cath Maige Tuired) è contenuta in una compilazione dell’XI sec.d.C., tratto da testi in antico irlandese risalenti a due secoli prima ed è attualmente conservato in un manoscritto del XVI sec. custodito nel British Museum (Ms. Harleyano 5280).
[18] Settanta anni dopo il diluvio in Irlanda giunsero i Fomóraig (Fomoriani). Era una razza dalle origini enigmatiche, che alcuni considerano una discendenza di Caino ed altri di Cam, quel figlio che Noè aveva maledetto e che, come se fosse una conseguenza logica vide, da quel momento in poi, la nascita di tutta una serie di deformità e mostruosità. Si generarono così degli esseri molto piccoli che vennero chiamati Lupracanaig (Leprecauni), oppure uomini con la testa di cavallo denominati Gaburchinn; i più temibili erano i robusti e crudeli Fomóraig che decisero presto di separarsi dagli altri. Spesso assimilati ai demoni o ai giganti furono i maggiori antagonisti di tutti i popoli umani che tentarono la conquista dell’isola e vengono descritti come uomini molto robusti e generalmente legati al mare; avevano una sola gamba, un solo braccio ed un solo occhio (Lebor gabála Érenn R2 R3 [IV: 21]). Combatterono contro i Partoloniani una battaglia a Mág Ítha. Resi schiavi dai Nemediani, li sottomisero a loro volta e si scontrarono ferocemente a Tór Conainn. In seguito i Túatha Dé Dánann, con i quali condividevano comuni radici, si unirono a loro in un'alleanza che conobbe molti unioni matrimoniali tra le due razze; ma quando i Fomoriani imposero pesanti tributi sulle Túatha Dé Dánann, queste si ribellarono e li sconfissero definitivamente nella seconda grande battaglia di Mág Tuired.
[19] Quello di Davide e Golia è un episodio biblico decisamente controverso: nel Primo Libro di Samuele, al capitolo 17, si narra che Davide abbattè il gigante Golia con un colpo della sua fionda e poi lo uccise tagliandogli la testa con la sua stessa spada. Al contrario, nel capitolo 21 del Secondo Libro di Samuele, viene riportato come a colpire a morte Golia fu Elchanan e non Davide. Infine, nel primo libro delle Cronache al cap. 20 è scritto che Elchanan colpì a morte Lachmi, il fratello di Golia, e non Golia. Mauro Biglino - La Bibbia non è un libro sacro - Uno Editori, 2013 pag. 25
[20] Il Glossario di Cormac o Sanas Chormaic è uno dei primi glossari medievali contenente le etimologie e le spiegazioni di oltre 1.400 parole irlandesi e sopravvive in almeno sei manoscritti
[21] Va ricordato che incubo, dal latino incubus simboleggiava un essere demoniaco o genio malefico che, secondo antiche credenze mitologiche, opprimeva la persona nel sonno dandole un senso di soffocamento o congiungendosi carnalmente con essa. Come tale, Incubus trova rispondenza in figure analoghe quali l’Efialte in Grecia, l’Alp e il Mahr nel mondo germanico e nel babilonese Alu.
[22] Narra il mito che Apollo, innamorato di Coronide, dovendosi assentare per un periodo di tempo, decise di incaricare il corvo, suo fedele servitore caratterizzato da un bellissimo piumaggio bianco, di sorvegliare la fanciulla. Durante l’assenza del dio, Coronide si innamorò del giovane Ischi con cui tradì Apollo; il tradimento, però, fu scoperto dal corvo che decise di avvertire immediatamente il suo padrone. Lungo la strada il corvo s’imbatté nella cornacchia, che cercò di dissuaderlo dal suo proposito raccontandogli di come lei stessa fosse stata punita da Minerva per averle rivelato il tradimento di una sua protetta.
[23] Federico Gasparotti - Morgana (Donna, Fata, Strega, Dea) - L'Età dell'Acquario Edizioni, 2016
[24] Il Sidhe è anche l'oltretomba celtico, un mondo parallelo che può essere interpretato sia come mondo invisibile abitato dal “Buon Popolo” o “Piccolo Popolo”, in cui dimorano folletti, fate, elfi, gnomi, e altre leggendarie creature o, più semplicemente, come ampia immagine evocativa del mondo spirituale.
[25] Nella mitologia gallese, Modron o “madre divina” è una figlia di Avalloc, la cui figura deriva dalla dea gallica “Dea Matrona”.
[26] Era un chierico erudito, latinizzato e rientrava nella sfera di influenzadei duchi di Normandia prima e dei Plantageneti in seguito.
[27] Myrddin Emrys sembra corrispondere a un personaggio storico realmente vissuto in Gran Bretagna nel VI secolo.
[28] Ambrosio Aureliano (457 ? - 533 ?) è un personaggio controverso: compare nell'Historia Regum Britanniae ed è riportato come Aurelio Ambrosio. Fu un capo semileggendario romano-britannico che vinse importanti battaglie contro gli anglosassoni nel V secolo.
[29] Il Lochlann è una regione geografica che ricorre nella letteratura gaelica classica e nella storia iniziale dell'Irlanda medievale, indicante la Scandinavia, e, più specificamente la Norvegia.
[30] Henri d'Arbois de Jubainville (Nancy, 1827Parigi, 1910) è stato un docente e celtista francese.
[31] Taliesin (534 circa – 599 circa) è stato un poeta britanno, il più antico di lingua gallese del quale siano sopravvissute alcune opere.
[32] Mutant: essere fisicamente superiore alla media umana, detentore di segreti e di poteri sconosciuti ai terrestri, che aggiungono queste qualità materiali alle doti spirituali proprie dell’Uomo
[33] Jean Markale - Les grands Bardes Gallois- Editions Jean Piccolec, 1981- pag 59 e seguenti
[34] Giovanni Platania - Costellazioni e Miti - Bibliopoli, 2008 - Pag 184
 
 
 
Last Update: 03/05/2017
Powered by Esoterismo e Misteri.com  -  Copyright © 2010-2015 All Rights Reserved
Copyright 2016. All rights reserved.
Torna ai contenuti | Torna al menu