La Verità e le Essenze - Esoterismo e Misteri

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La Verità e le Essenze

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La Verità e le Essenze



Noi crediamo nell'esistenza di moltissime cose, in tutte le sfere che la nostra tradizione culturale riconosce.

Quando diciamo che qualcosa esiste, intendiamo di solito che vi è oggettivamente un'entità perfettamente definita, indipendente da noi, che costituisce il supporto delle nostre percezioni o dei nostri concetti.
Si tratta della sostanza aristotelica, composta di materia e forma. Siamo infatti tutti in qualche modo aristotelici, nella vita di tutti i giorni.
Ma analizziamo alcune entità significative, per cercarne l'essenza o la sostanza.
L'esistenza degli oggetti materiali macroscopici è stata analizzata magistralmente nel classico testo buddhista intitolato Milindapañha, in cui il monaco buddhista Nâgâsena dimostra al re greco Milinda (Menandro) che il suo carro non esiste. Considerando una per una le parti del carro, si vede che nessuna di esse è il carro; peraltro si dice che c'è il carro quando queste parti, perfettamente distinte, sono viste come un insieme.
Separando le parti che costituiscono il carro, il carro svanisce, "carro" si rivela essere il nome convenzionale di un insieme di pezzi.
Proviamo per di più a pensare a quello che accade smontando due carri, mescolandone le parti e rimontandoli a caso, realizzando due nuovi carri con le parti mescolate dei due originari.
Che fine fa l'identità dei carri originari?
Non si sfugge quindi all'inesistenza del singolo oggetto materiale. Come i filosofi occidentali tra i quali Locke, Hume, Kant, per citarne solo alcuni, hanno riconosciuto per altra via: la sostanza è una categoria dell'intelletto. I singoli oggetti non hanno essenza propria.
Ma i soggetti universali?
E' sufficiente leggere il codice della strada, tanto per restare nell'argomento dei carri e dei mezzi di trasporto dotati di ruote, per vederli svanire.
Che cos'è un'automobile?
In che cosa differisce da un motociclo o da un autocarro?
Le definizioni di questi oggetti si rivelano, ad un'attenta analisi, del tutto arbitrarie: è previsto, ad esempio, un veicolo chiamato quadriciclo, esiste l'autoveicolo, mentre l'automobile non esiste, esiste l’autoarticolato ma non il camion motrice e rimorchio. Confrontando le definizioni del codice stradale italiano con quelle comunemente adottate nel linguaggio di tutti i giorni, ci si rende conto che la classificazione dei veicoli può essere fatta nei modi più svariati. Il senso comune finisce per adottare definizioni che risultino comode per l'uso quotidiano, senza troppe sottigliezze.
La forma aristotelica, quindi, non ha certamente un'esistenza propria.
La forma di un oggetto esiste solo in relazione con qualcuno o qualcosa che percepisce e classifica quell'oggetto.
L'esperto di razze canine vede in quell'animale che sta passando un "dobermann" piuttosto che un "boxer" o un "terrier". L'inesperto vede un "cane" e basta.
Nessuno dei due ha torto, anche se si potrebbe obiettare che uno dei due ne sa di più, e la sua classificazione è più raffinata. Quest'osservazione ci fa capire che solo nell'ambito di una cultura si configura la verità, che rimane pur sempre relativa. Ciascun oggetto è "veramente" ciò che gli esperti di quel tipo di oggetto ne dicono.
Soltanto l'intera popolazione che rientra in un ambito dato può, attraverso l'unione delle sue conoscenze, definire tutti gli oggetti con cui è in contatto.
Ma questo significa che culture diverse avranno visioni diverse. I “cinesi esperti” vedono nel cielo stellato costellazioni del tutto diverse da quelle che vedono gli “occidentali esperti”.
La fisica moderna ha distrutto la sostanza in modo ancor più profondo.
Le entità materiali si possono interpretare come particelle o come onde.
Le due interpretazioni sono incompatibili, ma valgono contemporaneamente. Il paradosso si risolve perfettamente nella formulazione matematica della meccanica quantistica, ma non è traducibile nelle categorie ordinarie del pensiero umano e stiamo parlando di concetti comunemente accettati dai fisici.
Ma noi stessi siamo fatti di particelle che non sono realmente particelle. Tutto il mondo fenomenico, secondo la fisica del XX secolo, si fonda su entità a cui non si può applicare la tradizionale categoria di sostanza. Infatti tale categoria è applicabile alle particelle e non alle onde, ma la fisica ci dice che le particelle sono anche onde.
Ci si pone nella condizione di domandarsi se, alla luce di tutto ciò, le particelle esistano e se noi stessi esistiamo!
Per dare una risposta a questa domanda bisogna innanzitutto accettare che l'oggetto non esiste senza un soggetto, ovvero che qualcosa esiste o non esiste soltanto in rapporto ad un osservatore.
L'esistenza di un qualsiasi “soggetto”, nell'apparente assenza di chi la può verificare ci riporta a dire che la sua esistenza, in qualche modo, fa parte di una catena di fenomeni che giungono a noi, per cui può essere dedotta. L'esistenza di cose assolutamente non riconducibili a noi ricade nella sfera dell'arbitrario, del mito.
Dire "c'è o c'è stato un universo privo di osservatori" può avere senso sulla base di una teoria dell'origine degli universi, ma proprio in quanto tale teoria stabilisce un legame, e noi diventiamo osservatori indiretti di tale universo. Indagando su di esso produciamo eventi che ci portano a fare deduzioni ed a costruirci un concetto di tale universo. Esso, tuttavia, non è prodotto dal soggetto: la risposta del dottor Johnson a Berkeley che sosteneva l'inesistenza della materia fu un calcio ad un sasso. La risposta, nella sua non verbalità, era perfetta in quanto il punto di partenza è quello che nella filosofia buddhista si chiama tathata, che potremmo chiamare "esperienza elementare non elaborata dall'intelletto". Essa è alla base delle cose, è la cosa in sé di Kant. Ciascuno di noi soggettivamente la sperimenta, non la produce; essa è anteriore al soggetto ed all'oggetto, sottraendosi quindi all'oggettività cercata dalla scienza come anche alla soggettività di stampo idealistico. L'elaborazione compiuta dall'intelletto, poi, crea la realtà oggettiva, che va intesa in generale come costruzione intellettuale, come discorso/razionalizzazione, ossia: logos.
Attraverso il metodo scientifico, che si basa sull'elaborazione di teorie fondate sul linguaggio matematico e sulla sperimentazione galileiana, si raggiunge un tipo di conoscenza oggettiva, come tale condivisibile da tutti coloro che comprendono il metodo. Gli aspetti legati al soggetto sono eliminati. Questo costituisce un limite del metodo scientifico, tant'è vero che la sua applicazione allo studio della mente umana si sta scontrando con l'impossibilità di descriverne gli aspetti soggettivi.
Le esperienze meditative dei mistici orientali sono anch'esse il frutto di procedure riproducibili, quindi costituiscono un metodo alternativo di conoscenza, riferito alla sfera non discorsiva. La condivisione avviene attraverso la ripetizione di un'esperienza irriducibilmente soggettiva.
Non si tratta di due alternative fra le quali si deve scegliere: sono invece metodi di accesso a sfere diverse, entrambe però presenti nella natura umana, che è simultaneamente razionale ed irrazionale.
Soltanto la piena consapevolezza dell'inaccessibilità della verità assoluta ci consente di affrontare l'esistenza in modo totalmente libero da pregiudizi; ogni questione deve essere riportata nella sua propria sfera, cosicché le contrapposizioni, pur non scomparendo, acquistino una funzione costruttiva. Una volta liberato il campo dalle essenze, è possibile vedere ogni cosa in una luce nuova e soprattutto, possiamo riconoscere che esistono molteplici vie verso la conoscenza.
La cultura occidentale è insidiata trasversalmente e nascostamente da un modo di concepire la verità che potrebbe non portare mai alla verità. Quando parliamo di “ricerca” della verità, pensiamo ad un “ moto a luogo”, come se essa fosse altrove ed allora ci mettiamo virtualmente in cammino per cercarla. Possiamo, a questo proposito, usare una metafora evangelica, molto bella: ci mettiamo a "bussare alla porta della verità".
Proviamo a riflettere su ciò che implica questa immagine del cammino e domandiamoci se questo cammino verso la casa della verità, è compiuto nella verità.
Non può esserlo! Perché se la verità è chiusa là, il cammino percorso è nella non verità; se noi ci poniamo nell’ordine di idee in cui la verità è qualche cosa che va ricercato, a cui ci si debba avvicinare, noi potremmo non trovarla.
L'alternativa è di incominciare a pensare alla verità come ciò in cui noi tutti, già da sempre, siamo.
Paradossalmente la verità può non essere stata trovata perché la possediamo già da sempre.
Possiamo fare un altro esempio: la verità è come il cielo. Se un cacciatore pensa agli uccelli e spara agli uccelli, non presta attenzione al cielo, che pure splende sempre al di sopra della sua testa, ma la sua attenzione è concentrata sui volatili, sulle loro migrazioni e perde di vista la verità “cielo” quale quadro globale in cui la verità “volatile” si manifesta.

Articolo di: Claudio Dionisi
per Esoterismo e Misteri

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Last Update: 17/01/2017
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