Le Funzioni Archetipali - Esoterismo e Misteri

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Le Funzioni Archetipali

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Le Funzioni Archetipali



[...] La parola “archetipo” deriva del greco “Arketipon” che vuol dire primo tipo, prima forma, modello originario di tutte le cose.
Costituisce una struttura base, eternamente ereditata ed ereditabile, residente nell’eternità senza tempo dell’invisibile, rappresentando una sorta di tessera di riconoscimento, un algoritmo che permette di ottenere l’unione o l’identificazione di più parti con l’Uno; un codice o una password che consente di rimanere sistematicamente connessi con il “Computer Centrale del Creato” al fine di ricondurre la molteplicità all’unità.
Molti sono stati i personaggi del passato che ne hanno rilevato l’esistenza, definendoli come gli “strumenti” con cui l’Uno detto Dio, alias Allah, alias Yahvveh avrebbe costruito l’intero universo; tentando altresì di circoscrivere le complesse confluenze fra suoni, lettere, numeri, colori, disegni, pensieri ed azioni.
Il punto di partenza, quello più distante da noi, è vagamente rintracciabile, tra storia e leggenda, in alcuni passaggi del “Libro di Enoch”, un testo apocrifo di origine giudaica, diviso in cinque sezioni redatte in epoche diverse, tra cui le più antiche in lingua aramaica. La versione definitiva, invece, risale approssimativamente al I° sec. a.C. e ci è pervenuta integralmente in lingua ge’ez (un dialetto della lingua etiope), donde il nome Enoch etiope.
Non è accolto tra i libri della Bibbia ebraica e cristiana, ad eccezione della Bibbia copta.
L’antidiluviano biblico Enoch, fu uno dei patriarchi della discendenza di Adamo ed è citato in ordine diverso a seconda delle genealogia che si segue. Lo troviamo indicato in Genesi 4,16-23 come figlio di Caino, mentre in seguito compare, sempre in Genesi 5, 21-29 come settimo patriarca e bisnonno di Noè nella genealogia che segue la discendenza di Set, terzo figlio di Adamo: può darsi che gli autori della seconda tradizione non fossero contenti di annoverare questo eroe tra i discendenti del primo fratricida della storia.
Dopo una vita di 365 anni, salì in cielo ancora vivente, senza lasciare traccia alcuna su questa terra, a differenza degli altri patriarchi di cui si annota l’avvenuta morte (Genesi,5,24: Poi Enoch camminò con Dio e non fu più perché Dio l’aveva preso.)
Il patriarca, Abramo, nel “SFR ISIRE’”, il Libro dei Fondamenti, altro controverso ed antichissimo testo, narra che Dio creò l’universo con trentadue “cose”: dieci strade infinite delle quali sei sono di spazio, due di tempo e due di vita… e ventidue “altre cose” (Cineroth, archetipi!?).
Mille anni più tardi il giovane faraone Akenaton, il cui vero nome era Amenofi IV inquadrò la vita dell’uomo in tre dimensioni di spazio, una di tempo ed una di scopo vitale, composta da funzioni (archetipali!?).
Fu probabilmente il primo eretico della storia: abolì il culto di tutti gli dei in favore dell’unico dio Aton, rappresentato dal disco solare con i raggi che trasmettono la vita sulla terra.
Più avanti, a partire dal VI° sec. a.C. ce ne parlano il Budda, Pitagora e Socrate, che li definì come i “mattoni del pensiero”, presenti al di là dello spazio e del tempo: immagini eterne e viventi.
Imprigionato ed in attesa della morte ebbe a sostenere nei suoi dialoghi, che nella realtà le cose divengono per reciproco svolgimento: il microcosmo dal macrocosmo e il macrocosmo dal microcosmo; la nascita dalla morte e la morte dalla nascita; lo spazio dal tempo e il tempo dallo spazio; l’ordine dal caos ed il caos dall’ordine; la distruzione dalla costruzione e la costruzione dalla distruzione; il bene dal male e il male dal bene.
Ogni inizio, ogni nuovo ciclo deve sempre trarre origine da una fine. I contrari e gli opposti non sono avversari, bensì complementari e circolari. Non vi è, in senso assoluto, alcuna dualità bensì una unicità creatrice. Ogni aspetto creativo è semplificabile a tal punto da corrispondere ad una delle innumerevoli combinazioni di questi sacri segni, la cui comprensione ha favorito non solo la nascita dei primi linguaggi ma anche una conoscenza più profonda dei fatti della vita e dei misteriosi meccanismi dell’agire umano.
Secondo alcuni filosofi moderni, tuttavia, Platone, discepolo di Socrate, travisò l’intuizione del Maestro, confondendo gli Archetipi con le concomitanze ottenibili da essi, ossia con le idee che prendono forma da ciò che è già una pluralità e che sono enormemente più numerose. Il loro valore complessivo è spaventoso: matematicamente si possono ottenere più di cinque quintilioni di combinazioni diverse, ma nella realtà il computo degli eventi archetipali rimane praticamente incalcolabile.
Ne parlò molto più tardi anche il filosofo prussiano Immanuel Kant (1724-1804), denominandolo “Intellectus Archetypus” ed intendendo l’intelletto divino che intuisce la realtà senza doversi confrontare con l’esperienza sensibile, ma fu solo grazie a Carl Gustav Jung (1875-1961) che il termine tornò a vestire abiti di lusso quando, nel suo famoso testo “L’analisi del pensiero”, si addentrò nel tema riguardante l’inconscio collettivo, rilevando la presenza di idee madri nella psiche arcaica, schemi di base a livello inconscio: un livello che condividiamo tutti e che è frutto di un numero infinito di combinazioni. Egli tuttavia ce ne indicò solo sette mentre le funzioni archetipali di base, oggi lo possiamo affermare con maggiori certezze, sembrano proprio ammontare né più né meno che a ventidue; è stata lungamente cercata la ventitreesima, ma tutti hanno dovuto constatare che ricade sempre nelle ventidue conosciute.
In ogni caso gli archetipi sono, nella loro semplicità, qualcosa di esageratamente più complesso : se la disquisizione non segue la via filosofica ma quella esoterico-metafisica tale affermazione apparirà meno epigrafica
Così come alla base della psiche vi è il pensiero, alla radice del pensiero vi è una forza organizzatrice e strutturante che è composta di collegamenti e non di cose collegate. In profondità, oltre il conscio e l’inconscio, laddove la fisicità lascia il passo alla spiritualità, è presente una forza che è simultaneamente mentale ed emozionale, alla quale possiamo dare il nome di “sentire”.
Il sentire, che è primariamente coscienza, risiede in un piano di esistenza non fisico denominato piano “Akasico”, al contrario della consapevolezza del mondo esterno che rimane locata nel piano dove l’individuo ha il corpo.
I sensi del suo corpo fisico lo rendono consapevole del mondo fisico con cui entra in contatto, facendogli credere che tutto il suo essere sia in quel piano, mentre lo sarà solo virtualmente, poiché il nucleo del suo “Io”, quello che è responsabile della sua esistenza, della sua coscienza di esistere, non si muoverà mai dal piano Akasico.
Mentre la sua consapevolezza rimarrà polarizzata sul piano fisico, egli sarà sempre al centro dell’attività degli altri suoi corpi non fisici, ubicati in altri piani. La totalità di tali piani di esistenza corrisponde al numero 7 (fisico, astrale, istintivo, intellettivo, supernormale, akasico e spirituale)!
Questa simultaneità di esistenze e di sensazioni di esistere che sono inscindibili ed initerrompibili costituiscono una forma di “sentire” che conosciamo come “coscienza individuale”.
Niente può esistere se non sente o se non è sentito. Anche la materia che definiamo come “inanimata” non sente ma è sentita dalla coscienza cosmica, la quale sente l’intera realtà cosmica di cui è costituita, cosicché anche la materia esiste in forza della coscienza cosmica.
Ogni essere è un nucleo, un centro di sentire; sentire che è come minimo sensazione e come massimo coscienza onnicomprensiva. Ogni essere rappresenta un sensore della coscienza assoluta, il quale tuttavia non è solo un punto passivo di ricezione ma, al contrario, è un manifestatore, un generatore di esistenza e di realtà. Ciò che “è” esiste in quanto risultato del sentire e dell’esistere di ogni essere, di conseguenza tutto discende o risale al sentire.
Ogni insieme o sistema di sentire, ha uno svolgimento logico indipendente rispetto agli altri ed ha un solo punto di contatto: quello dove è finalmente risolta la diversità, origine e fine della separatività… della molteplicità.
Lo scopo di tutto questo discorso è quello di soffermarci sul fatto che il “manifestato” è costituito solamente ed unicamente dai sentire degli esseri. Il piano Akasico, o del sentire, è il mondo degli archetipi, i quali non esistono alla maniera degli Universali di Platone, cioè in sé concepiti e separati dalle cose, così come la legge della materia non esiste astrattamente ma è insita nella materia stessa; gli archetipi si sviluppano, si espandono quali comuni denominatori delle creazioni degli individui attraverso il loro sentire e la loro conoscenza percettiva e non viceversa. Non si modificano e non implementano numericamente: sono e restano solamente 22; è solo attraverso le loro infinite combinazioni che gli uomini sviluppano forme di sentire sempre più evolute che diventano pensiero, linguaggio e così via.
Tutto ciò che viene pensato, concepito, immaginato e trasmesso: tutto ciò che, come abbiamo visto, viene “sentito”, scaturisce da queste piccole funzioni essenziali o forme-funzioni archetipali, che sono parte integrante di ciò che possiamo diversamente definire come la “struttura matematica della realtà”. Una realtà che è essenzialmente coscienza, catalizzata in una struttura, un meccanismo o una forma che ne semplificano la concezione. Non lo si intenda come un impassibile meccanismo; ciò che rende inumano un meccanismo non è la sua struttura matematica, bensì la mancanza di coscienza. La realtà, al contrario, è essenzialmente coscienza, perciò la sua organizzazione non ne annulla l’esistenza ma, al contrario, la rende possibile.
Tutto nella realtà obbedisce ad una logica matematica, cosicché nessuno possa mai rischiare di vivere un “assurdo fantastico”, ma sempre un “logico conseguente”; ed è questa consequenzialità che garantisce l’unità del Tutto, e viceversa.
Ogni nucleo di coscienza, concretizza, manifesta e costituisce un “quid” di sentire che per esistere qualitativamente unico, al fine di dare un requisito assoluto al Tutto, deve concedere l’illusione di transitorietà, mentre nella realtà assoluta e trascendente possiede una natura immutata nell’eternità del non tempo.
Quando il sentire divenne finalmente pensiero ed il pensiero divenne suono, il suono venne disegnato.
La scrittura, la sola tecnica umana che permetta di fissare in modo indelebile il pensiero ed i suoni, attraverso tutta una serie di fasi, arrivò a diventare una struttura grafica per cui tra suono e segno si instaurò un legame perfetto. Ad ogni suono corrispondeva un segno legato ad un “Archetipo” o “Arcano”, ossia ad una “funzione basilare”. La combinazione di più archetipi produceva un concetto che corrispondeva ad un oggetto reale, esistente, trasformando il legame doppio fra suono e segno in legame triplo: dal suono al segno, dal segno alla realtà, con la possibilità di compiere il viaggio di andata e ritorno passando dall’uno all’altro di quegli elementi.
Questa scrittura così perfetta non ci è mai giunta completa, ma quasi tutte le moderne scritture alfabetiche che ne sono derivate hanno perso il suono originario e sono definite, in virtù di ciò, “flessive”. L’ebraico antico rappresenta la lingua che ha meno risentito di questa degenerazione
Ma cosa hanno in comune i tarocchi con la scrittura?
E soprattutto: chi ha codificato la transizione dal “sentire” alla struttura grafica?
Per farcene un’idea dobbiamo aprire un’altra piccola parentesi tornando a parlare ancora una volta di Court de Gebelin e della sua ipotesi riguardo l’origine egizia dei tarocchi
Thoth era il dio lunare del pantheon egizio, raffigurato con la testa di un ibis ed era considerato il sostituto notturno del Sole; era, tra l’altro, il giudice delle anime dei defunti, l’inventore dei geroglifici ed autore di testi magici e sapienziali.
Le poche fonti di cui disponiamo ci dicono soltanto che, in un’epoca imprecisata, compresa tra i 40.000 ed i 9.000 anni fa, Thoth avrebbe inventato la scrittura allo scopo di redigere “Il libro”: un “testo assoluto” contenente una straordinaria dottrina magica che avrebbe descritto minuziosamente il rituale da compiere per giungere ad una completa trasformazione dell’uomo da comune mortale a “Divinità”.
Il dogma fondamentale della dottrina egiziana di Thoth consisteva nel semplice principio per cui una stessa legge fosse deputata a regolare il mondo divino, quello naturale e quello umano. L’identificazione di Thoth con il suo omologo greco Hermes, apportatore di conoscenza esoterica, ebbe luogo a partire dal IV° sec. a.C., quando la cultura greco-macedone si sovrappose a quella egiziana tradizionale. Venne allora definito il “Trismegistos”, il “tre volte grandissimo”, andando così a presiedere le attività intellettuali, la scrittura, la lingua, la formulazione delle norme giuridiche, l’annalistica , il computo del tempo ed i calendari, l’apportatore di conoscenza e di esoterismo nel mondo ellenico.
Le leggende legate al libro sono molte, così come molte sono le congetture legate alla sua scomparsa; non sappiamo se il testo sia veramente scampato all’incendio dei templi ma sappiamo che di esso non esistono assolutamente tracce.
In ogni caso il ricordo più significativo della prima scrittura fonetica del mondo si è conservato nella Cabala, di cui abbiamo già parlato.
Come è giunto fino a noi questo antichissimo sapere?
Lo ha fatto mimetizzandosi sotto molteplici forme, all’interno di vari contesti tra cui uno è proprio la Cabala ed un’altro è la sequenza dei simboli dei Tarocchi.
L’idea che i primissimi ideatori degli arcani Maggiori fossero di origine semita o comunque eruditi cabalisti spiegherebbe d’un sol colpo le tantissime affinità di cui fino ad ora abbiamo parlato, sviluppando una sorta di teoria transattiva dei simboli che, partendo dagli Archetipi, in seguito raccolti nella Cabala, si sarebbero riversati infine nelle “Icone Trionfali”.
L’ipotesi non è peregrina se si tiene conto che la Cabala era certamente nota agli ideatori dei Tarocchi, ma si fa fatica a pensare che essi potessero appartenere al ceppo semitico, considerando la profonda contrarietà sempre manifestata nell’affidare i pensieri astratti al simbolismo artistico anziché alla gelida complessità di lettere, numeri e figure geometriche.
I primi tarocchi viscontei e le successive varianti, inoltre, sono stati certamente ideati e poi realizzati prima del 1492, anno della Diaspora Sefardita e periodo storico in cui tra i Gentili era già diffuso un notevole interesse per la Cabala; si può ragionevolmente supporre che qualcuno abbia indicato il percorso iniziatico da riprodurre graficamente nelle 22 lame, [....]


Estratto dal saggio di Claudio Dionisi
Indagine sulla Storia dei Tarocchi


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Last Update: 06/01/2017
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