Le quattro virtu' cardinali - Esoterismo e Misteri

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Le quattro virtu' cardinali

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Le Quattro Virtu’ Cardinali:

Temperanza, Fortezza, Giustizia e Prudenza

Nota:

Le Virtù Cardinali, negli Arcani Maggiori dei Tarocchi, sono raggruppate assieme seppur con delle variazioni numeriche; stranamente la Virtù della Prudenza è solitamente ignorata, anche se fa parte dei soggetti effigiati sulle Minchiate. E' erroneamente inserita fra le tre Virtù Teologali: Speranza , Fede  e Carità . Negli Arcani il significato è comunque rappresentato e collegato  alla carta dell'Eremita.

Questa breve raccolta di articoli del Prof. Francesco Lamendola ci da la possibilità di osservarne alcuni aspetti storico-simbolici.






TEMPERANZA






La temperanza è, decisamente, la meno compresa e la più sottovalutata delle quattro virtù cardinali, la più negata, la più derisa nella società attuale.

La si presenta come sinonimo di castità, mentre consiste in un atteggiamento molto più ampio e comprensivo dell’anima umana: quello di saper istituire un rapporto equilibrato e armonioso tra la sfera dei beni naturali e quella dei beni soprannaturali.

La persona temperante non è solamente sobria nel suo modo di porsi rispetto ai beni naturali (oggi si parlerebbe, con specifico riferimento alla sensibilità ecologica, di una persona che sa esercitare l’impronta ecologica più lieve possibile), è anche capace di vedere in essi delle necessità di cui si serve senza mai divenirne schiava, perché il suo sguardo è rivolto sempre al Bene in se stesso, e sa che in esso soltanto risiedono la sua felicità e la sua pace.

San Tommaso d’Aquino distingueva fra la continenza e la perfetta temperanza: la prima consiste soprattutto nel sapersi trattenere dall’uso smodato delle cose terrene, la seconda nell’accordo dell’anima con il Bene in sé e, pertanto, nel giusto rapporto fra ciò che è di questo mondo e la Patria lontana, alla quale la nostra parte più vera aspira a fare ritorno.

La temperanza non ha nulla di triste, di malinconico, di grigio: se essa rinuncia a dei beni inferiori in vista di quelli superiori, essa è pulsante e splendente di gioia; vive di carità, si anima e si sostanzia di carità, brilla come un faro nella notte e indica la giusta direzione anche a coloro che le stanno intorno, ma non la possiedono che in piccola parte.

Ben lungi dall’essere la “minore” delle quattro virtù cardinali, essa è, in un certo senso, quella che riguarda l’essere umano più da vicino: le altre, infatti – prudenza, giustizia, fortezza – riguardano la relazione dell’anima con l’altro; questa, riguarda l’anima in se stessa, riguarda l’uomo in se stesso, nella sua struttura fondamentale e nel suo divenire persona. Si può esercitare la prudenza, la giustizia o la fortezza solo relazionandosi con l’altro: ma, per la temperanza, bisogna imparare a relazionarsi armoniosamente con se stessi, bisogna imparare a divenire il maestro di se stesso. Ed è il compito più alto che ci si possa porre nella vita.

Osserva J. Pieper («Sulla temperanza», Brescia, Morcelliana, 1957; cit. in B. Häring, «La legge di Cristo. Trattato di teologia morale», Brescia, Morcelliana, 1963, p. 57):

«La prudenza concerne la realtà dell’esistenza nel suo insieme; la giustizia concerne gli altri; il forte, dimenticando se stesso, rinuncia ai beni e alla vita. La temperanza, invece, concerne l’uomo stesso.. Ma esistono, per l’uomo, due modi di occuparsi di se stesso: l’uno disinteressato, l’altro egoista. Io primo preserva, il secondo distrugge. La temperanza è conservazione di sé nell’oblio di sé; l’intemperanza, per egoistica degenerazione delle forze tendenti alla conservazione di sé, è distruzione di sé.»

In una cultura edonista e rozzamente materialista, come quella oggi dominante, si dà praticamente per scontato che “occuparsi di sé” sia sempre una cosa lecita e giusta, anzi, sia un diritto irrinunciabile; ma non si fa distinzione fra l’occuparsi di sé in senso positivo, cioè disinteressato e maturo, e l’occuparsi di sé in senso regressivo, cioè narcisista e immaturo: ed è questo secondo modo che, spesso, occupa il centro della scena.

Si crede che mangiare e bere smodatamente; che parlare in modo volgare e offensivo nei confronti del prossimo; che concedersi tutte le avventure sessuali possibili, anche le meno dignitose e le più grossolane, significhi prendersi cura di sé; come si pensa che dedicare ore e ore agli esercizi in palestra, o alle sedute nel “solarium”, o alle cure estetiche, voglia dire volersi bene: ma si tratta, evidentemente, di un grosso equivoco.

Volersi benne, significa sapere in che cosa consiste il proprio bene ed essere capaci di perseguirlo: per la prima cosa sono necessari il discernimento e la purezza d’intenti, per la seconda servono la volontà e la fortezza. Ora, è chiaro che il proprio bene è tanto più grande, quanto più si avvicina al Bene in sé: e, se il Bene in Sé coincide con Dio, allora il nostro massimo bene risiede nella capacità di comprenderlo, amarlo e ringraziarlo. Non c’è bene più grande di questo nella vita dell’uomo; tutti gli altri beni, al confronto, sono solo dei pallidi riflessi, quando non sono addirittura delle visioni ingannevoli che ci distolgono dal giusto sentiero.

La società odierna è dominata dalle cose e dall’ossessione dei beni e del loro possesso: le città sono piene di gente, le strade sono piene di veicoli,  i negozi sono pieni di merci, gli uffici sono pieni di utenti, gli impianti sportivi sono pieni di pubblico: ovunque dominano le folle anonime, ovunque scarseggiano le persone. Ma solo la persona, cioè solo l’essere umano che tende a realizzarsi come persona – un compito e un impegno e non un dato di fatto scontato in partenza, come lo è il dato biologico della propria individualità – può puntare al Bene vero ed essere capace di non farsi sviare dai beni effimeri e illusorî. Ecco perché la persona è la negazione della società di massa: dove la persona è ridotta a individui spersonalizzati nella massa, non vi è tensione verso il Bene, dunque non vi è realizzazione di quanto è essenziale alla natura umana.

La tensione dell’uomo verso il divino non è qualcosa di accessorio e di complementare alla natura umana; non è qualche cosa di facoltativo, che si possa eventualmente aggiungere a tutto il resto, se restano il tempo e la voglia per farlo: è, al contrario, l’atto fondante della persona in quanto tale, il riconoscimento del suo statuto ontologico e, nello stesso tempo, la garanzia della sua possibile realizzazione, della sua possibile felicità.

Una vita riuscita è una vita che si pone i giusti obiettivi da conseguire e che sa individuare i giusti mezzi per riuscirvi; mancata, invece, è una vita che si disperde alla ricerca di beni apparenti e, in ultima analisi, dannosi e distruttivi per l’equilibrio e la salute dell’anima. Dunque, una vita riuscita è una vita in cui si esercita la virtù della temperanza, ossia la capacità di discriminare e di separare ciò che è vero e ciò che è falso nella ricerca del bene. Veri sono i beni che conducono al Bene; falsi sono i beni che si esauriscono nella propria sterile soddisfazione.

La temperanza, in quanto retto discernimento dei veri beni rispetto a quelli ingannevoli, è fatta anche di pudore: pudore che va inteso nel senso più ampio della parola e non solo in quello attinente la sfera sessuale. Una persona pudica è quella che ama la riservatezza, la discrezione, il buon gusto e che si tiene lontana, per quanto possibile, da ogni forma di esibizionismo, di ostentazione, di narcisismo. È una persona che cerca di farsi notare il meno possibile, non per timidezza e tanto meno per viltà, ma perché non interessata a fare colpo sugli altri, semmai  desiderosa di apparire per come è realmente, senza orpelli e senza maschere. Inoltre, la sua discrezione non è altezzosa o scostante, ma benevola e mite: essa non si tiene in disparte perché ha in dispregio gli altri, ma perché non ama esibirsi in maniera superficiale.

In questo senso, la temperanza, rivestita di pudore, è veramente la più trascurata e la più negletta delle virtù cardinali: il messaggio che si trasmette continuamente dai meccanismi del consumismo dominante, attraverso la pubblicità, la televisione, la stampa e il cinema, è che bisogna apparire, mostrarsi, occupare il centro della scena quanto più sia possibile; che solo così si esiste, e che, diversamente, è come se non si esistesse nemmeno. Siamo perciò quotidianamente afflitti, non solo nel mondo virtuale dello schermo e degli spot pubblicitari, ma anche in quello reale, della vita di tutti i giorni, dallo spettacolo alquanto desolante di uomini e donne, e perfino bambini (ma qui la responsabilità è dei loro incoscienti genitori) i quali incessantemente si esibiscono in tutte le forme possibili, spesso dando il peggio di sé, per cercare di attirare il massimo dell’attenzione sulla loro persona, o, per essere più esatti, sul loro corpo, debitamente trasformato in un’arma di seduzione e di provocazione sessuale.

Non ha importanza il fatto che, in pratica, il risultato sia tutt’altro che seducente e l’effetto non sia per nulla quello che essi avevano sperato, dato che avere su di sé l’attenzione degli altri significa anche sottoporsi al loro giudizio spietato e dato che, se tutti sgomitano per conquistare spazi di visibilità, ciascuno è ferocemente invidioso e maldisposto verso ciascun altro; quello che conta è l’intenzione, immatura e disordinata, con cui gli individui si pongono rispetto ai propri simili, facendo tutto quanto è in loro potere per degradarsi da esseri umani a oggetti della concupiscenza altrui e per mettere in risalto quanto di meno nobile e puro vi è in essi, quanto di più immaturo e grossolano. È una corsa verso la propria auto-distruzione spirituale – e, non di rado, anche fisica – quella che costoro perseguono, con ogni mezzo disponibile e con una perseveranza che sarebbe decisamente degna di una causa assai migliore.

Fra parentesi, giova precisare che la persona autentica, matura e consapevole, esercita sempre una attrazione sulle persone migliori, mentre quella che si rende desiderabile solo per l’ostentazione degli aspetti più superficiali del proprio io, non troverà grazia che presso gli individui volgari, piccoli ed egoisti: fatto da cui discendono pesanti conseguenze per la ricerca della felicità, che, in genere, si trasforma, per questo secondo tipo umano, in una serie di amare sconfitte, tanto dolorose quanto inevitabili, viste le premesse da cui si è partiti.

Il simile chiama il proprio simile, questa è la legge: la persona temperante attrae le persone che sanno andare oltre le apparenze e che possiedono una qualche nozione dei beni superiori; mentre gli uomini e le donne intemperanti, volgari, osceni, attraggono inesorabilmente gli individui che vivino all’insegna della più bassa animalità e del più misero e gretto edonismo. Perciò, nella società massificata, la persona temperante tende a passare inosservata – il che, in realtà, è quello che essa desidera -, mentre gli uomini e le donne grossolani, immaturi e superficiali, possono divenire anche molto popolari – sebbene la loro popolarità, il più delle volte, essendo legata all’effimero, non duri nel tempo e ceda il passo, prima o poi, alla solitudine e alla frustrazione. La folla è incostante e non ama applaudire troppo a lungo i propri idoli: specialmente se intuisce che si tratta di idoli di cartapesta, per nulla migliori e anzi, semmai, parecchio al di sotto del livello dell’uomo e della donna più comuni che sia dato incontrare nella vita d’ogni giorno.

In un mondo dove tutti urlano, la persona temperante parla sottovoce; dove tutti insultano, lei non offende alcuno; dove tutti si pavoneggiano, lei si tiene in disparte; dove tutti vogliono attirare l’attenzione su di sé, lei ama la penombra: tuttavia, proprio per questo, essa attira l’attenzione dei migliori e, soprattutto, proprio per questo trova in se stessa le energie necessarie alla vita quotidiana, laddove gli altri le disperdono nell’inseguimento affannoso di beni elusivi.

Non si deve credere che la persona temperante non ami la vita. Siede volentieri a tavola con gli amici, ma senza rimpinzarsi di cibo; beve con piacere un bicchiere in compagnia, ma senza ubriacarsi; è attratta dalla bellezza del corpo, ma senza divenirne schiava; in breve: ama i piaceri nella misura in cui essi costituiscono un bene per l’anima, e se ne tiene lontana quando si accorge che si stanno trasformando in una trappola, la trappola della smoderatezza e della concupiscenza, che la renderebbe schiava e non già padrona dei propri appetiti.

Il piacere, in sé, non è affatto un male per l’anima; ma è un male per essa divenire schiava della sua ricerca e del suo disordinato inseguimento. Nemmeno il piacere sessuale è un male per l’anima; tutt’altro: può essere una fonte di elevazione spirituale che giunge fino alle soglie del sublime e, quasi, dell’estasi mistica; ma è un male per l’anima il vedere in esso un fine in se stesso, da perseguire comunque, e non il risultato dell’incontro gioioso e disinteressato di due persone che cercano l’una nell’altra il proprio arricchimento e completamento.

Il male è quando l’anima si perde nella contemplazione delle creature e rompe la relazione armoniosa che la lega a Dio: perché contemplando Dio si può amare e godere anche delle cose, ma sprofondandosi ciecamente nelle creature non si troverà né Dio, né l’altro, anzi, si finirà con il perdere perfino se stessi.

Non è vero che bisogna odiare se stessi per arrivare a Dio e alla verità dell’anima; è vero, semmai, il contrario: che amando se stessi in maniera immatura e narcisista non si arriva da nessuna parte, tanto meno alla propria verità interiore. Ma ciascun essere umano è, ontologicamente, portatore della verità: perciò, amare se stessi nella maniera sbagliata, ossia indulgendo alla intemperanza, equivale a negare la propria verità e a negare la propria natura e il proprio scopo.

Noi non siano qui per caso o per trastullarci, ma per cercare la Verità: per questo ci è data la vita, occasione preziosa di progresso e di bene, banco di prova del nostro valore e della nostra umanità…




FORTEZZA




A volte ci capita di dire, o di pensare, riguardo a una certa persona: «Quello è un uomo (o una donna) dall’animo forte!»; e ciò con un misto di ammirazione e di invidia, perché vorremmo possedere quella sua forza, quel suo coraggio, quella sua capacità di non sgomentarsi e di non smarrirsi davanti ad alcuna prova.

In senso teologico e morale, però, la fortezza («fortitudo») non è, semplicemente, la forza dell’animo davanti alle avversità e agli ostacoli, ma quel particolare tipo di forza che si mette in atto nella ricerca della verità, nel resistere alle lusinghe e alla tentazione dei beni di natura inferiore; nel perseverare lungo la via stretta e malagevole, quando si sia individuato in essa, però, l’itinerario che ci porta alla pienezza dell’Essere e, quindi, alla nostra realizzazione come persone.

Questo, infatti, è un punto importante, anzi è la premessa indispensabile per il possesso e l’esercizio della fortezza come virtù: la coscienza che l’uomo è colui che deve divenire persona, e che il semplice fatto di essere uomo (o donna) è un dato puramente biologico, che qualifica l’individuo in quanto esistente, dal quale bisogna partire, lavorando su se stessi, per far emergere la farfalla dal bruco, ossia la natura spirituale dell’uomo stesso, la quale non si appaga se non nella ricerca e nel possesso, e sia pure incompleto e parziale (in questa nostra dimensione contingente e fenomenica) della Verità.

In tale ottica, la fortezza è quella virtù che ci accompagna e ci sostiene nel cammino della nostra ricerca: cammino che non è qualche cosa di accessorio, qualche cosa di facoltativo, ma che è lo scopo e il senso della nostra intera esistenza; cammino senza il quale noi non possiamo realizzare la nostra natura, perché la nostra natura è quella di tendere al ricongiungimento con lo splendore e con la pace dell’Essere, del quale siamo una emanazione o una scintilla. Un uomo (o una donna) sprovvisto di fortezza è, dunque, come una pianta senza virtù generativa: qualche cosa di sterile, di inutile – per quanto possieda una bella apparenza – e, in ultima analisi, di morto.

Eppure, nessuna virtù morale è oggi tanto trascurata o tanto derisa quanto la fortezza: la cultura dominante, edonista e materialista, dà praticamente per scontato che l’unica cosa da fare nella vita è quella di tendere al piacere materiale, e che l’unico successo degno di questo nome consiste nell’esercitare un potere sulle cose o sulle persone, diretto o indiretto, gratificando così il proprio narcisismo e alimentando il proprio insaziabile egoismo. In un mondo dove ciascuno sembra impegnato unicamente ad inseguire la propria auto-affermazione, non con gli altri ma contro gli altri, il “forte” viene confuso con il prepotente, con il cinico, con l’arrogante.

Non è certo questa la virtù della forza, di cui ha bisogno l’uomo interessato alla propria crescita interiore e al raggiungimento della consapevolezza spirituale: la sua forza è fatta di coraggio, di attesa, di pazienza, di imperturbabilità; imperturbabilità che non va intesa alla maniera degli stoici, come perfetta indifferenza agli assalti della fortuna, ma come la capacità di non lasciarsi turbare dal male, anche se esso produce dolorose ferite, perfino quando non ci colpisce direttamente. Chi potrebbe rimanere impassibile davanti alla disgrazia di un amico o anche di un estraneo, specialmente quando essa si presenta in forme particolarmente tragiche e incomprensibili, come una malattia incurabile e dolorosa che colpisce un bambino ancora piccolo? Eppure, l’animo forte non se ne lascia turbare, anche se rimane commosso: commozione e turbamento non sono la stessa cosa; la prima indica una partecipazione al dolore altrui (o una sensibilità al proprio), il secondo testimonia un crollo della saldezza morale e un venir meno della capacità di perseverare nel proprio cammino.

Una persona completa, una persona sensibile, non rimangono mai indifferenti davanti alla manifestazione del male; però una persona forte non se ne lascia turbare: sa che il bene è più forte del male e sa che le forze del bene le porgeranno aiuto, quando le sue risorse individuali non saranno bastanti a fronteggiarlo.

La fortezza, come è ovvio, deve procedere in accordo con le altre virtù morali: deve essere “prudente”, deve essere “giusta”, deve essere “temperante”; e, infine, deve essere “umile”, perché le quattro virtù morali senza l’umiltà rischiano di diventare un guscio vuoto, nel quale, pur dietro belle apparenze, è assente ciò che, invece, dovrebbe essere essenziale.

La fortezza ha il suo nucleo nel coraggio, il coraggio morale: non si sbigottisce di essere sola, circondata da individui che cercano solo l‘affermazione egoistica del proprio io, che perseguono unicamente la manipolazione e il dominio sulle cose e sulle persone; non si amareggia se non ottiene riconoscimenti, anzi neppure li cerca, perché l’unico riconoscimento che le preme è quello di ricevere la Grazia dell’Essere; e non si intristisce, né si incupisce, se la sua strada è disseminata di ostacoli, mentre uomini e donne di poco valore procedono a vele spiegate verso la meta dell’affermazione sociale.

L’uomo forte non presta il fianco al pungiglione velenoso dell’invidia e, anzi, si rallegra se vede l’amico ottenere ciò che desiderava, anche se lui stesso non l’ha ottenuto; perché l’uomo forte non è attaccato alle cose, se ne serve ma non ne è schiavo, non è dominato, può fare anche a meno di esse, in una misura impensabile per l’uomo debole; inoltre, procede con animo sereno lungo la sua strada, reso leggero dalla mancanza di avidità e di egoismo, ma non privo di benevolenza e di compassione verso tutte le altre creature.

Ma non solo la forza ha bisogno della prudenza, della giustizia, della temperanza e dell’umiltà; ha anche e soprattutto bisogno della carità, perché, come ha osservato Sant’Ambrogio (nel «De Officiis» (1, 35, PL 16, 75), «la forza senza la giustizia è una leva del male». Questo appunto sembra essere oggi il paradigma fondamentale dell’uomo moderno: il possesso della forza (fornita dalla tecno-scienza) ed il suo abuso, perché non accompagnata dalla carità, ma- al contrario – fattasi strumento della prevaricazione.

L’uomo antico andava orgoglioso della propria forza, intesa soprattutto come forza fisica. Guai a chi non la possedeva: doveva rassegnarsi a subire la violenza altrui, a essere fatto schiavo, a divenire un oggetto manipolabile a volontà. Il prototipo dell’eroe degno di ammirazione è Achille, seminatore di strage, che insulta i cadaveri degli uccisi e irride perfino gli dèi, come nell’episodio della strage sule rive del fiume Scamandro. Solo verso la fine dell’età antica, nei versi di Virgilio, compare una nuova figura di eroe: il “pius Aeneas”, un guerriero che combatte controvoglia e che uccide a malincuore, mentre non vorrebbe che dare ai suoi compatrioti, fuggiaschi come lui, una nuova patria e un po’ di pace, dopo tanto soffrire e peregrinare. Ma ci vorranno secoli e secoli, anzi, più di un millennio di cristianesimo, per modificare radicalmente la mentalità antica e porre in primo piano il valore della forza morale rispetto a quella fisica; e che altro è stata la cultura cortese-cavalleresca, se non il tentativo di ingentilire e spiritualizzare la forza bruta e di metterla al servizio di un più alto ideale, quello della difesa dei deboli contro la prepotenza dei malvagi?

Eppure, l’uomo antico non è morto con le epoche morte della storia; è ancora vivo in ognuno di noi ed è sempre pronto a balzar fuori quando meno lo si crederebbe, con tutta la sua carica di violenza e di compiacimento della forza bruta. La notizia che il principino Harry d’Inghilterra ha ucciso un capo talebano sulle montagne dell’Afghanistan, alla fine di dicembre del 2012, ha letteralmente galvanizzato l’opinione pubblica di quel civile Paese. Certo, la guerra non è un gioco: ma una cosa è farla con lo spirito di Enea, come una dura necessità difensiva; e altra cosa è farla con gioia sadica, compiacendosi di ogni nemico abbattuto e vantandosi di aver versato quanto più sangue possibile.

L’uomo vecchio e l’uomo nuovo lottano in ciascuno di noi: l’uno, ebbro di volontà di sopraffazione; l’altro, capace di farsi piccolo per far emergere la Verità che giace nel profondo. L’uomo vecchio scambia la violenza per forza morale e racconta bugie a se stesso, allorché si atteggia ad eroe, mentre non è che un misero io assetato di gloria e di potere, incapace di dire “tu”, di porre l’altro, di comprenderne le ragioni, di valorizzarlo, di amarlo: perché, in fondo, non vede che se stesso e non ama altri che se stesso.

Oltre che di coraggio, la fortezza si deve armare di pazienza e di perseveranza: e queste sono altre due qualità che, oggi, tendono a passare sempre più in secondo piano, se non a scomparire addirittura. L’uomo moderno è caratterizzato dall’impazienza e dalla incostanza: vorrebbe vedere subito i risultati dei suoi sforzi e dei suoi sacrifici, non sopporta di dover attendere, di dover pazientare; considera semmai la pazienza non come una virtù, ma come un difetto, come una forma di debolezza o, nel migliore dei casi, come una manifestazione di fatalismo.

L’uomo moderno si crede Dio: vorrebbe fare tutto da solo; ubriacato dai trionfi – apparenti, ma spettacolari – della tecno-scienza, che gli hanno conferito potere e benessere materiale, si crede pressoché onnipotente e delira di estendere ancor più il suo dominio sulla natura, clonando gli esseri viventi e manipolando il loro patrimonio genetico. Non ha pazienza, perché crede di potere e di dovere modificare immediatamente ciò che si oppone ai suoi disegni; ahimé, egli vede ovunque ostacoli ai suoi desideri, perché questi ultimi si son fatti illimitati: dunque, egli è perennemente in guerra col mondo intero, con i suoi simili, con le altre creature, con il pianeta Terra, e perfino con se medesimo.

L’uomo moderno è scisso, è schizofrenico: «quel doppio uomo che è in me», dice di se stesso uno dei padri fondatori della modernità, Francesco Petrarca (nella epistola in cui narra la salita al Monte Ventoso); e Robert Louis Stevenson, nello «Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde», illustra con magistrale plasticità la spaccatura dell’io in due parti diverse e inconciliabili, l’una ancora sottoposta alla ragione e alla morale, l’altra interamente preda degli impulsi egoistici e primordiali, sotto la patina superficiale della “civiltà” e del “progresso”.

Dicevamo che la fortezza, come virtù morale, non è solo la forza dell’animo, ma la forza dell’anima che cerca il bene, il vero, il bello e il giusto. Già vi è una differenza abissale fra il concetto di “animo” e quello di “anima”: il primo è un concetto laico, immanente, meccanico; il secondo è un concetto spirituale, trascendente, in perenne tensione ed evoluzione (o involuzione: perché l’anima è libera e può anche andare contro se stessa). Ma soprattutto l’anima tende, mediante la fortezza, a realizzare la propria natura, cioè a comprendere, amare e lodare l’Essere da cui trae origine; mentre la forza d’animo può venir messa anche al servizio del male: e, di fatto, si vedono nella storia molti esempi negativi di quest’ultimo genere.

Infine, vorremmo aggiungere che la fortezza è tranquilla: possiede quella mansuetudine, quella serenità, quella dolcezza che è tipica dei forti, ma spogliata di ogni residuo di orgoglio, di superbia, di ostentazione: cosciente di sé, ma anche umile, non deve dimostrare niente a nessuno, non ha bisogno di mettersi in mostra, anzi ama starsene in ombra, almeno fino a quando le necessità della vita non la richiamano in prima linea con squilli di tromba. Allora e solo allora essa si fa avanti con passo fermo e misurato, impavida e pronta a tutto.

La fortezza, così come l’abbiamo delineata, possiede un fascino irresistibile: tutti la ammirano, anche coloro che mostrano di disprezzarla, perché avvertono segretamente in lei quella maestosità regale, quella sovrabbondanza di vita che è propria della grandezza, e nella quale non vi è posto per niente che sia meschino, frutto di avidità o di calcolo. Istintivamente, tutti si sentono attratti da una persona forte e generosa, e, anche se mostrano di apprezzare qualità meno profonde, ma più appariscenti, nei momenti del vero bisogno è una persona forte, un amico che possiede la virtù della fortezza, che vanno a cercare. Ed è in quei momenti che, lasciando cadere le maschere, ciascuno di noi si mostra per quel che realmente è, e ciascuno di noi ha una visione, sia pure fugace e confusa, di ciò che nella vita è essenziale e di ciò che è, invece, secondario.

La fortezza è una qualità essenziale. La donna cerca nell’uomo un compagno spiritualmente forte, e così pure l’uomo cerca una donna forte: perché senza la fortezza non si costruisce nulla di duraturo, ma solo dei fragili edifici che il primo soffio di vento spazzerà via.

Anche se la nostra vita terrena si svolge nella dimensione della contingenza, ognuno di noi intuisce la necessità di fondare i propri passi sul terreno solido; ognuno di noi avverte che la fortezza è una virtù indispensabile, e che bisogna coltivarla ed esercitarla, se  non si vuole correre il rischio di vedere l’edificio della propria vita spazzato via dal primo soffio di vento. E questo, finché la benda ci sarà caduta dagli occhi e potremo vedere la realtà vera: quella dell’Essere, luminosa e perenne…







GIUSTIZIA


La giustizia viene ricordata generalmente dopo la prudenza, ma ciò ha un significato più cronologico che sostanziale: perché non può esservi giustizia se non vi è, a monte di essa, un abito mentale e spirituale permeato di prudenza; ma la giustizia, in se stessa, è una virtù più importante della prudenza, perché quella si limita a discernere, questa va al cuore del rapporto personale.

Il rapporto personale si esercita in più direzioni: verso se stessi; verso il prossimo (inteso nel senso più ampio possibile e non solo in quello di “simile”: come se, ad esempio, non vi fosse il dovere della giustizia anche nei confronti degli animali); verso Dio. È un rapporto personale perché parte da una persona e si dirige verso l’altro in maniera personale: vede, cioè, nell’altro, non una entità astratta, ma un essere concreto, individuale, unico e irripetibile.

San Tommaso, nella «Summa theologiae» (II, II, 58, 1), definisce la virtù della giustizia come «la ferma e costante volontà di dare a ciascuno il suo»: una definizione che, nella sua chiarezza, stringatezza e linearità, ci sembra talmente impeccabile, da costituire un modello su cui dovrebbero riflettere tanti fumosi “filosofi” moderni, abituati a rendere difficili anche le cose più semplici e a rendere complicate anche quelle più trasparenti.

Che cosa vuol dire “dare a ciascuno il suo”? Vuol dire dare a ciascuno ciò che è giusto, ciò che gli spetta, ciò che gli si deve: e noi dobbiamo il giusto sia a noi stessi, sia a quanti ci stanno intorno, sia a Dio, fonte del nostro essere e del nostri esistere. Il “giusto”, poi, non è una misura variabile e opinabile, sulla quale possiamo mercanteggiare e praticarci, da noi stessi, eventualmente, uno sconto: la misura del giusto è la mancanza di misura, perché non vi è vera giustizia senza amore: in questo senso, la giustizia si lega indissolubilmente alla carità, è la premessa logica e necessaria della carità, è ciò che rende la carità attiva e operante.

Così, dare a un amico il giusto non significa, semplicemente, rendergli il bene che egli ci fa, restituirgli quel che da lui abbiamo ricevuto, e così via; significa andarlo a cercare quando sappiamo che è nel bisogno, intuire quel bisogno anche quando lui non lo esprime, non lo manifesta, anche quando non chiede e non domanda nulla. Trattare l’altro con giustizia vuol dire trattarlo come vorremmo essere trattati noi stessi, se ci trovassimo al suo posto: con la stessa delicatezza, con la stessa generosità, con la stessa benevolenza.

Quindi, per continuare con l’esempio dell’amico (esempio che è particolarmente facile da rappresentare, perché molto più accessibile al nostro comune sentire che non se parlassimo, invece, dell’estraneo, o addirittura del “nemico”), trattarlo secondo giustizia significa che, se egli dice o fa qualche cosa che ci dispiace, invece di giudicarlo immediatamente e senza appello, invece di cancellarlo dalla lista dei nostri amici e trattarlo da nemico, dobbiamo fargli credito della buona fede, dobbiamo cercare di metterci nei suoi panni, dobbiamo scusare, fino a prova contraria – cioè fino alla prova di una palese mala fede – il suo comportamento, attribuendolo piuttosto a qualche fattore accidentale, o magari ad un equivoco, ad un malinteso. Trattare l’amico secondo giustizia significa porlo sotto la categoria dell’amicizia, che è benevolenza, comprensione, fiducia: perché è “giusto” avere fiducia in lui, come la ha già altre volte meritata e come vorremmo che lui si regolasse con lui, se le parti fossero invertite.

Il concetto di giustizia si sposa con quello di armonia: vi è un ordine nel mondo, in quello fisico come in quello morale; tale ordine si manifesta come armonia, come proporzione, come corrispondenza delle parti al tutto: ebbene anche la giustizia collabora a un tale progetto di armonia e, quindi, di verità e di bellezza. Senza la virtù della giustizia, il mondo morale precipiterebbe nell’inferno del disordine, della confusione, della sopraffazione. Giustizia è riconoscere una gerarchia di valori e uniformarvisi; è saper riconoscere il bene maggiore rispetto a quello minore, e saperlo vedere non solo per sé, ma anche per l’altro.

La giustizia è anche un concetto legale; ma, se fosse solo questo, se esaurisse la sua funzione e la sua ragion d’essere nella sfera della “legge”, non sarebbe una virtù morale, ma semplicemente una norma esteriore da rispettare per non incorrere nella disapprovazione della legge e, dunque, in quella degli altri.

Nella cultura veterotestamentaria c’è un uso piuttosto frequente del concetto di essere “giusto davanti a Dio”; il profeta Daniele, per esempio, si gloria del fatto che Dio ha legato la bocca dei leoni, nella cui fossa era stato gettato per gli intrighi dei ministri e dei satrapi del re Dario, perché Egli lo ha trovato “giusto” al suo cospetto. San Paolo, però, nella «Epistola ai Romani», vero e proprio trattato teologico e morale, mostra come la Redenzione di Cristo ha superato la legge, perché, secondo la legge, nessuno può sottrarsi al peccato e quindi nessuno potrebbe dirsi “giusto”. Il pericolo, infatti, quando si carica il concetto di “giustizia” di significato giuridico-legale, è che l’orgoglio spinga a ritenersi “giusti” quando si sono osservati tutti i precetti della legge; ma la verità è che nessuno potrebbe osservarli al cento per cento e, perfino in quel caso, nessuno potrebbe farlo con animo perfettamente “puro”, perché ciò oltrepassa le forze umane.

Siamo giunti, così, a una importante acquisizione concettuale: nessuno può rendere perfettamente giustizia a sé, agli altri o a Dio, con le sue sole forze; per farlo, dovrebbe essere perfettamente giusto: ma la perfetta giustizia non è alla portata di una creatura umana. Solo Dio, che è perfezione assoluta, possiede la pienezza della Giustizia; dunque la giustizia, se gli uomini la possiedono, non viene da loro, non è una loro personale conquista, ma un dono che viene dall’alto, che viene da Dio.

Dio è la fonte delle virtù e dunque anche della giustizia; senza la Grazia, senza il soccorso dello Spirito divino, gli uomini non potrebbero realizzare la giustizia; se lo potessero, sarebbero dèi essi stessi; invece non sono dèi, sono creature fragili e fallibili, creature che si insuperbiscono con niente e che si abbattono al primo soffiar di vento.

La giustizia, inoltre, ha a che fare con il bene comune: non può esservi giustizia solo per me, o solo per i miei amici, o solo per il mio gruppo o per la mia comunità: la giustizia si pone al di sopra delle parti, si realizza nella dimensione universale, oppure, semplicemente, non è, diventa una cosa ben diversa, una contraffazione, una falsificazione, il più delle volte ipocrita. Non può esservi giustizia se non per tutti coloro che si pongono in relazione reciproca: questa è la condizione indispensabile perché essa si realizzi pienamente. Se anche una sola creatura restasse esclusa dalla giustizia, l’ordine complessivo risultante sarebbe ingiusto.

Il fine supremo di ciascun sistema politico e sociale deve essere la giustizia: un governo che non si regola secondo giustizia verso i propri cittadini, è un governo illegittimo; e questa non è una idea raffinata del XX secolo, non è una “scoperta” dei moderni, ma è una tipica idea medievale: ciò che legittima il potere, è la volontà e la capacità di agire secondo giustizia, di instaurare e difendere la giustizia in terra. È anche l’idea di Dante Alighieri, esposta con forza nel «De Monarchia», ma presente in tutto il suo itinerario filosofico e letterario e traspare da tutte le sue opere, compresa la «Divina Commedia», anzi, in essa più evidente che mai. Indegni sono i sovrani o gli imperatori che trascurano la giustizia: il potere politico non è mai fine a se stesso, ma subordinato alla funzione di instaurare la giustizia sulla terra e di farla rispettare.

La giustizia sociale, dunque, non consiste nella irrealistica e violenta pretesa di abbattere ogni forma di proprietà privata, ma nel riconoscimento che quest’ultima non è il valore supremo della società e che i rapporti fra gli uomini non possono essere regolati soltanto dalla difesa a oltranza di essa, perché c’è qualcosa che viene prima, e cioè il bene comune. Giustizia, allora, è operare per il bene comune, dunque rispettare la proprietà, ma rispettare anche il lavoro e retribuire al lavoratore la giusta paga. Anche questa è un’idea tipicamente medievale: uno dei crimini più gravi, davanti a Dio e davanti agli uomini, è quello di frodare il lavoratore e di negargli la giusta retribuzione per il suo lavoro.

Al tempo stesso, però, la giustizia non può mai giustificare l’odio e la contrapposizione cieca e inflessibile: sia perché una società, così divisa e lacerata al proprio interno, non potrebbe sopravvivere, sia perché l’odio, non solo quello del singolo individuo, ma anche l’odio di classe, è il contrario della giustizia. Questa è una verità intuitiva: non si può rendere giustizia a qualcuno che si odia, non si è mai “giusti” verso un nemico odiato; già è difficile esserlo verso un nemico che si rispetta e per il quale non si prova odio. Ed ecco perché la “teologia della liberazione” è intrinsecamente sbagliata: non perché sia sbagliato coniugare la giustizia sociale alla liberazione morale degli uomini, ma perché la giustizia sociale è un aspetto particolare di una realtà più vasta: la giustizia come categoria normativa dello spirito. Inoltre la teologia, che è la ricerca della verità in Dio, non può farsi strumento di una liberazione dell’uomo che adotti le stesse categorie sociologiche e politiche del marxismo, ossia della lotta di classe: l’uomo di fede è pronto a combattere per la giustizia fino alla morte, ma senza mai ergersi a giudice dell’ingiusto e senza pretendere di essere egli stesso il legislatore e l’arbitro di ciò che è giusto, per il motivo che abbiamo visto poc’anzi: che Dio solo è perfettamente giusto.

C’è un altro aspetto importante della giustizia, come virtù morale, che dobbiamo ribadire: ossia il fatto che l’uomo, per cercare di essere giusto nei confronti dell’altro, deve attingere alle profondità della propria coscienza, ma deve anche domandare il soccorso della Grazia che viene dall’alto: altrimenti riuscirebbe, forse, ad essere sì giusto, ma solo in senso strettamente legale; mentre la vera giustizia, come abbiamo visto, è sempre coniugata all’amore, è l’altra faccia dell’amore, e solo l’Amore divino è sovrabbondante e inesauribile. Quello umano, messo duramente alla prova (e a volte anche messo blandamente alla prova), si incrina, si offusca, si arrende; senza contare che, molte volte, si dirige verso l’oggetto sbagliato, oppure si dirige verso un oggetto appropriato, ma con modalità sbagliate.

È quasi inutile sottolineare, inoltre, che la virtù della giustizia, così come l’abbiamo delineata, non si può conciliare in alcun modo con l’individualismo e con il soggettivismo oggi largamente diffusi e con il loro inseparabile compagno, il relativismo etico. Tutti coloro i quali pensano che «la mia vita è mia e soltanto mia» e che ciascuno, quindi, è il solo arbitro della propria, ivi compreso il fatto di rifiutarla e di privarsene, eventualmente, se dovessero presentarsi delle circostanze ritenute insopportabili, non possono condividere quanto siamo andati finora dicendo, perché, secondo loro, la giustizia è una virtù soggettiva, puramente umana e che può farsi misura di se stessa, a discrezione di ciascuno.

Secondo la mentalità “laica”, basta non far del male al prossimo è si è già nella giustizia: invece anche far del male a se stessi, anche non fare agli altri il bene che si potrebbe fare, anche negare a Dio ciò che gli è dovuto, ossia lo slancio dell’anima verso la sorgente da cui ogni cosa trae il proprio essere e la propria esistenza: anche tutto ciò si configura come ingiustizia.

Ricordiamolo un’altra volta: l’ingiustizia è disordine, la giustizia è ordine: ordine cosmico, ordine e armonia fra le parti e il tutto; e noi siamo una parte del tutto, non siamo piccoli mondi separati dagli altri mondi, non siamo isole gettate a caso nel grande oceano della vita. La giustizia, pertanto, consiste nel riconoscere il legame necessario che esiste fra noi e noi stessi, fra noi e l’altro, fra noi e Dio: se neghiamo questo legame; se pretendiamo di farci arbitri e legislatori di noi stessi, noi spezziamo tale legame e ci ribelliamo all’ordine cosmico.

La giustizia è fatta di rispetto, di compassione, di amore oltre che di imparzialità: ingiustizia è anche strappare un fiore dal prato per mero capriccio, anche strappare le ali di un insetto per crudele divertimento. La giustizia è rispettare i propri doveri sociali, essere cittadini responsabili, onorare il padre e la madre, accudire i figli, farsi carico del più debole, di chi non ha voce; sempre, si capisce, accompagnata dalla prudenza e ispirata dalla carità.

La giustizia vuole che noi riserviamo una parte del nostro tempo e delle nostre sollecitudini a noi stessi, senza narcisismo e senza eccessivo compiacimento: abbiamo il dovere di amare noi stessi come di amare l’altro. E sempre la giustizia vuole che noi onoriamo Dio, riservandogli non già un angolino della nostra giornata o della nostra settimana, mediante un omaggio formale, ma aprendoci fiduciosamente al suo Amore e lasciandoci permeare da esso, lasciandoci addolcire da esso, lasciandoci guidare, sostenere e consigliare da esso.

Non saremmo uomini e donne completi senza la giustizia, così come non saremmo uomini e donne completi senza l’amore. Saremmo solo dei tromboni sfiatati, delle canne al vento, degli interrogativi senza risposta.






PRUDENZA



Dante e Virgilio, sbucati sulla spiaggia del Purgatorio, vedono brillare, alte nel cielo australe, quattro stelle eccezionalmente luminose, la cui bellezza lo commuove al punto da fargli considerare il cielo boreale “vedovo”, poiché gli è negato un tale fulgore.

Esse rappresentano le quattro virtù cardinali, già note agli antichi, e specialmente a Platone, ma riprese e reinterpretate dalla cultura medievale con una particolare coloritura religiosa; tanto che la teologia cristiana, da sempre, le considera propedeutiche all’acquisizione delle tre virtù teologali, che portano l’anima umana alle soglie del divino: fede, speranza e carità.

Le quattro virtù cardinali sono la prudenza (“prudentia”), la giustizia (“iustitia”), la fortezza (“fortitudo”) e la temperanza (“temperantia”); ad esse alcuni teologi cattolici ne aggiungono una quinta, l’umiltà (“humilitas”), che le completa e le riassume, nel senso evangelico della purezza di cuore o della verginità del cuore (“puritas cordis”).

Gli uomini moderni sembrano averle dimenticate: vivendo in una società profondamente secolarizzata, essi le hanno messe in soffitta, considerandole un retaggio della educazione religiosa ricevuta da bambini, e nella quale non vogliono più riconoscersi; e poco importa che esse non siano virtù specificamente cristiane, ma proprie dell’essere umano in quanto tale, cioè, per dirla con Aristotele, in quanto essere sociale e ragionevole.

Del resto, tutto o quasi tutto, nel mondo moderno, sembra andare nella direzione contraria ad esse: la fretta, l’efficientismo, l’utilitarismo, l’edonismo, il materialismo, la smania di arrivare ad ogni costo, di affermarsi in qualunque modo: siamo tutti ormai nipotini di Machiavelli; tutti, nel nostro piccolo, tendiamo a pensare che il fine giustifica i mezzi, che ciò che conta è riuscire e che il risultato è il solo criterio della validità di un’azione.

In particolare, sembra che più nessuno, ormai, abbia ancora voglia di parlare del bene e del male; se qualcuno si azzarda a farlo, viene tacciato di semplicioneria sul piano filosofico, in nome del relativismo, dello scetticismo e di ogni sorta di “pensiero debole”, per cui “male” e “bene” sembrano concetti troppo netti ed univoci; e di autoritarismo sul piano pratico, perché, si dice, pretende di imporre agli altri la sua concezione etica.

Ai bambini, specialmente, secondo la cultura oggi dominante non si dovrebbe più parlare del bene e del male: son discorsi che hanno fatto il loro tempo, che hanno creato disagio e senso di colpa, che hanno prodotto individui nevrotici e tendenzialmente schizofrenici: ma quale bene, quale male, ciò che conta è non traumatizzare i piccoli, non imporre loro divieti e restrizioni, tutto va bene purché sia spontaneo, evviva la libertà.

Del resto, si aggiunge, che male c’è a fare questa o quella cosa, anche se fuori dalle regole morali, purché non rechi un danno evidente al prossimo? È sbagliato, si dice, parlare del bene e del male come se fossero categorie ontologiche auto-sussistenti; è bene solo ciò che io giudico bene, ed è male ciò che io ritengo essere male: non alla luce di un principio superiore, non in base a una gerarchia di valori, ma così, empiricamente, all’insegna del quotidiano “carpe diem”, in una società che, come insegna il liberalismo, serve quasi solo a tutelare i miei diritti.

Che ci possano essere anche dei precisi doveri verso se stessi; che non basti non fare del male palese al prossimo, ma che bisogni anche astenersi da tutto ciò che può danneggiarlo indirettamente e in maniera poco visibile; che, insomma, agire bene non sia questione di singole azioni estemporanee, dettate solo dalle circostanze  e dalle opportunità, ma un abito mentale e una maniera di porsi di fronti a sé e agli altri, oltre che – per quanti ci credono – davanti a Dio: tutto questo sembra essere stato dimenticato, aver perso la sua evidenza.

Gli effetti negativi di questa filosofia, però, sono evidenti e sotto gli occhi di tutti: la società rischia di implodere, ormai ci si vive con fatica, con pena, con disagio crescente; non solo: la natura si ribella, violentata in ogni maniera da un modo di porsi dell’uomo, nei suoi confronti, che sembra non riconoscere alcun diritto alle altre creature viventi.

E allora proviamo a tornare a parlare del bene e del male, torniamo a parlare delle quattro virtù cardinali: senza una rifondazione morale dei valori che rendono la vita amabile e degna d’essere vissuta, non si andrà da nessuna parte, si girerà a vuoto in un circolo vizioso.

La prima di esse è la prudenza. Potremmo definirla come la capacità di discernere, appunto, il bene dal male; o, se si preferisce, di discernere quale sia il vero bene, per noi innanzitutto, ma poi anche per coloro che sono in relazione con noi, cominciando dai nostri cari e finendo con gli animali, con le piante, con l’ambiente nel quale viviamo.

È difficile parlare della prudenza, così come delle altre virtù cardinali, in termini puramente laici: perché, in una visione spirituale, essa orienta l’anima verso il Bene, ossia verso la volontà di Dio; definizione che un” laico” certamente non potrebbe accettare. D’altra parte, da Platone in poi, questa è sempre stata l’idea del Bene propria della nostra civiltà: uniformarsi alla volontà divina. Solo in tempi recenti si è fatta avanti una diversa concezione, che pretende di fondare l’etica esclusivamente sulla dimensione dell’immanenza.

Per Aristotele, la prudenza consiste nel retto discernimento intorno a ciò che si deve operare; il cristianesimo, a sua volta, la considera così importante e così ineffabile, che la vede come uno dei sette doni dello Spirito Santo, dello Spirito di Dio.

La prudenza, evidentemente, ha a che fare con la sapienza, ne è la premessa logica: solo la persona prudente può avvicinarsi al vero sapere; senza la prudenza, il sapere degenera e fuorvia chi lo coltiva: da strumento di liberazione intellettuale e di crescita spirituale, il sapere diventa pietra d’inciampo e fonte di continuo errore.

La persona imprudente, accecata dall’orgoglio o dalla precipitazione, smarrisce il senso del conoscere e si perde lungo mille vie tortuose, che la allontanano dalla verità, mentre ella crede di avvicinarsi ad essa: è tipico dell’imprudenza, infatti, scambiare l’errore per verità e chiudersi in esso, intestardendosi e perseverando in falsi ragionamenti.

La prudenza è nemica della fretta, è nemica della precipitazione e si guarda bene dalla tentazione dell’orgoglio: sa che ciascuno di tali atteggiamenti la porterebbero fuori strada, perciò soppesa attentamente gli elementi davanti ai quali deve prendere una decisione o assumere una linea di condotta.

Nondimeno, la prudenza non è affatto sinonimo di freddo calcolo e di mancanza di spontaneità: è, semplicemente, la saggia attitudine a valutare con calma, a non lasciarsi trasportare da impulsi poderosi, ma, forse, non buoni; ad andare oltre le apparenze, a essere lungimiranti, a cogliere nelle cose l’essenziale, dietro la loro superficie che, talvolta, è seducente, ma ingannevole.

La prudenza, come le altre virtù morali, è, prima di tutto, un dono di Dio: ma un dono al quale l’uomo è chiamato a collaborare attivamente, sviluppandola ed educandola e integrandola con la virtù del consiglio, ovvero della sapienza. L’uomo, dunque, riceve uno strumento in sé perfetto, ma sta a lui imparare ad accordarlo, per trarne le note giuste; da lui dipende se tale strumento verrà suonato bene o verrà suonato male.

D’altra parte, sarebbe sbagliato immaginare la prudenza, così come le altre virtù morali, come un bene in se stesso compiuto e autosufficiente: al contrario, esso è in relazione con tutte le altre virtù e, insieme ad esse, discende direttamente dal giusto modo di porsi dell’uomo di fronte a Dio. In altre parole, se si cade nel vizio dell’imprudenza, ciò avviene non per un caso fortuito, ma per una ragione ben più profonda, ossia perché si è perso di vista il vero fine della vita, che è assecondare l’azione dell’amore divino. Si diventa imprudenti allontanandosi dal Bene.

La prudenza, infatti, non consiste nell’agire in maniera prudente in una singola circostanza, così come l’imprudenza non consiste solo nell’agire in maniera avventata; la prudenza è una disposizione dell’anima, un modo dell’essere, non un abito che si può indossare o levarsi a piacere. Dunque, una volta acquisita, non la si smarrisce più, anche se si può, talvolta, errare; viceversa, una volta sprofondati nel vizio dell’imprudenza, un errore chiamerà l’altro, una colpa seguirà all’altra: perché, nella vita dell’anima, tutto è legato, tutto si tiene.

Ecco come il teologo Bernhard Häring considera la virtù della prudenza (B. Häring, «La legge di Cristo. Trattato di teologia morale»; titolo originale: «Das Gesetz Christi. Moraltheologie» 1961; traduzione dal tedesco di A. Kovacev, B. Ragni, S. Raponi, Brescia, Morcelliana, vol. 3, pp. 22-32):

«Il significato più vasto del termine  biblico “prudenza” coincide, in larga misura, col concetto di “sapienza”. Esse costituiscono, insieme, il contrapposto della “pazzia del peccato”, il quale, nel suo accecamento, si prescrive uno scopo e dei mezzi che conducono inevitabilmente all’eterna perdizione […] La prudenza deve giudicare “dei mezzi proporzionati allo scopo”, come dice S. Tommaso dopo Aristotele, cioè: essa deve vigilare sulla pratica della carità. […] Ogni virtù dipende dalla prudenza nella misura in cui essa ha bisogno di armonizzare la sua azione alle circostanze […] Essa ha due compiti: valutare esattamente le circostanze concrete, e decidere l’atto che ad ogni momento la realtà esige. […] La virtù della prudenza non considera solamente le circostanze esterne, ma, soprattutto, le realtà soprannaturali. In quanto virtù infusa, essa è l’occhio della fede rivolto alla situazione del momento. […]

La prudenza si radica nell’umiltà e nel riconoscimento umile e rispettoso della realtà e delle possibilità limitate del bene. […] Prudente è solamente chi, in umiltà assume le povere condizioni della vita ed accoglie volentieri il compito che Dio gli trasmette per mezzo del messaggero così banale della situazione concreta. […] La virtù della prudenza è davanti al reale, non come spettatrice estranea, ma per impegnarsi attivamente in esso. Essa è estranea ad ogni quietismo e ad ogni falsa “interiorità”, la quale per essere in regola si contenta di buone intenzioni senza dare la dovuta importanza all’azione. […]

S. Tommaso respinge esplicitamente l’opinione secondo la quale la virtù della prudenza servirebbe esclusivamente al perfezionamento del proprio io, e mirerebbe non tanto alla rettitudine dell’impegno esterno, quanto alla virtù interiore di colui che agisce. Poiché compito della prudenza è di dirigere l’impegno attivo della carità, essa deve seguire la stessa direttiva della carità, la quale “non cerca ciò che è suo” (I Cor. 13,5), ma serve il prossimo e, soprattutto, “il bene comune”. I tre principali atti della prudenza sono, secondo S. Tommaso, la de deliberazione (“consilium”), il giudizio portato sulla situazione (“iudicium”) e l’ordine di esecuzione, con la determinazione precisa dell’azione (“imperium”, “praecipere”). Il terzo atto è lo scopo dei due rimi, di cui si suppone la rettitudine. […]

Ciascuno deve particolarmente coltivare quell’aspetto della prudenza che meglio gli conviene. Così, pèer es., lo scrupoloso deve badare non tanto all’accuratezza nella decisione e nella deliberazione, quanto alla coraggiosa prontezza del giudizio. Non tutti sono dotati dalla natura, nello stesso modo, dei doni della prudenza. Non tutti possono, anche con la migliore buona volontà e col crescere in santità, acquistare quella somma di prudenza che li renderebbe capaci di guidare altri. Ma come insegna S. Tommaso, tutti coloro i quali sono in stato di grazia hanno la prudenza sufficiente per conseguire l’eterna salute e, “se hanno bisogno di consiglio essi sanno almeno ricorrere al consiglio altrui e distinguere i suggerimenti buoni dai cattivi”. […]

Poiché la prudenza è, in certo modo, “il tatto della coscienza nella situazione concreta”, essa può essere veramente delicata e sicura solo quando la coscienza che la sostiene e la muove è delicata e forte. La virtù della prudenza fiorisce solamente in una coscienza sana, in una personalità in armonia con se stessi e con Dio. […]»

Certo, la virtù greca della prudenza è una cosa puramente umana, puramente razionale, puramente legata agli scopi contingenti della vita; soprattutto in Aristotele, che era un grande filosofo, ma non era un uomo spirituale. Per l’uomo spirituale, invece, la prudenza è una virtù soprannaturale, che scende dall’alto e tende a risalire alla sua fonte; e che sarebbe nulla senza il soccorso della Grazia e senza l’assenso della volontà umana a ciò che la trascende.

Possiamo trovarci in parziale disaccordo con singoli punti della dottrina tomista; ma, in quanto si tratta di una dottrina profondamente spirituale, oltre che pienamente razionale, dobbiamo per forza trovarci in sintonia con essa sulle linee fondamentali.

L’uomo, senza la virtù della prudenza, sarebbe una canna al vento; ma la prudenza egli non può darsela da solo: è un dono di natura, certo, ma la natura ne è solo l’intermediaria: non viene da essa, ma dall’alto.

Per il resto, l’uomo è chiamato a collaborare a quel dono, non a riceverlo passivamente: perché, se non vi fosse la sua collaborazione, esso scenderebbe invano e si perderebbe, così come un fiume che si perde ed evapora nelle sabbie del deserto.

E in ciò sta, appunto, la grandezza dell’uomo davanti a Dio: nella sua capacità di agire da essere libero, fatto a sua immagine, riflesso della sua perfezione.



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Raccolta di articoli curati da
Francesco Lamendola

Provenienti da:

http://www.ariannaeditrice.it



 
Last Update: 20/04/2017
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