Materializzazioni del pensiero - Esoterismo e Misteri

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Materializzazioni del pensiero

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Da dove vengono le materializzazioni del pensiero



Scrive lo studioso di parapsicologia Stuart Holroyd nel suo libro Minds without Boundaries, pubblicato in Gran Bretagna nel 1975:
"Nel 1920 il medium polacco Franek Klusky tenne una serie di sedute all'istituto internazionale di metapsichica, tra i cui membri più noti si trovavano i ricercatori francesi Charles Richet e Gistave Geley. I partecipanti alla seduta sedevano in circolo facendo la catena, mentre i ricercatori tenevano sotto uno stretto controllo il medium. Contrariamente alla maggior parte dei suoi colleghi, Klusky non entrava mai in trance.
Klusky era famoso per i suoi fenomeni di materializzazione di persone e di animali. Le sue sedute non mancavano mai di essere emozionanti: nell'oscurità prendevano forma strane e straordinarie figure. In un'occasione, ad esempio, apparve una creatura enorme dall'aspetto metà umano e metà scimmiesco. Le persone presenti alla seduta riferirono che si trattava di un essere della statura di un uomo, ma dalla faccia scimmiesca, dalle braccia sproporzionatamente lunghe e dal corpo coperto di peli. Dalla strana creatura emanava un odore di cane bagnato. Durante la seduta uno dei presenti sentì appoggiarsi sulla sua spalla una testa pelosa, e un altro ricevette una grande leccata da una lingua morbida.
I ricercatori presenti chiamarono quella creatura scimmiesca col nome di "pitecantropo"." (1)

E ancora:
"Tra i fenomeni di materializzazioni prodotti da Klusky ve ne sono anche di animali. Durante le sedute tenute dal medium apparivano frequentemente cani, gatti, scoiattoli e uccelli. Nel libro di Geley compare una foto di un grande falco appollaiato sulla sua spalla. Tuttavia il fenomeno più straordinario prodotto dal medium è rappresentato dalla materializzazione di una strana creatura, che i ricercatori chiamarono "Pitecantropo". Questo essere, dall'aspetto peloso e scimmiesco, nel corso della seduta si mise a grugnire, digrignare i denti e ad aggirarsi tra i presenti cercando di leccare loro mani e faccia." (2)


Questo episodio è riportato anche da Leo Talamonti nel suo ormai classico "Universo proibito".
Il fatto che Klusky non cadesse in trance ci pare altamente significativo e sposta la prospettiva dello studio sui suoi fenomeni di materializzazione da lui creati dal piano della evocazione medianica a quello della creazione volontaria di forme-pensiero, un po' come facevano i monaci tibetani con i cosiddetti "tulpa
".
La viaggiatrice francese (non britannica, come erroneamente alcuni scrivono) Alexandra David-Neel, una delle poche persone che straniere che ebbero libero accesso nel Tibet di fine Ottocento, ha scritto alcune pagine interessanti su tale fenomeno. (3) Nel suo libro "Magia e mistero nel Tibet" ella ha narrato come imparò dagli indigeni la tecnica della materializzazione dei "tulpa" e come forgiò, a titolo di esperimento, un monaco, piccolo e rotondetto, che seguiva la sua carovana e che, quando lei si voltava, appariva intento a compiere i gesti di un comune viaggiatore, "gesti che lei non gli aveva ordinato". Un poco alla volta egli divenne un compagno indesiderabile e perfino minaccioso: non solo compariva anche senza la volontà di colei che lo aveva "creato", ma i suoi lineamenti, da bonari e rassicuranti, divennero sempre più inquietanti: il suo volto era divenuto un ghigno che la riempiva di timore. David-Neel dovette concentrarsi per parecchie settimane prima di riuscire, con il pensiero, a distruggere l'entità che lei stessa aveva creato. Particolare notevole: anche gli altri membri della carovana vedevano il monaco, segno che non si trattava affatto di una allucinazione o, comunque, di una visione soggettiva, ma di una materializzazione del tutto oggettiva e verificabile dall'esterno. (4)
Proprio come il pitecantropo di Franek Klusky o come lo spaventoso archetipo diabolico che si materializzò, in presenza di parecchi testimoni, al capezzale di una donna morente, nella cittadina calabrese di Sinopoli (Reggio Calabria), nel 1955. Dapprima era comparsa una mano gigantesca, che si stese sul volto della donna - una certa Domenica Fedele; poi, quando un parente di lei stava per brandire una sedia contro quella paurosa entità, una specie di demone sarebbe balzato fuori dalla parete della stanza. Le persone che si trovavano al capezzale della morente, ben diciotto, terrorizzate e inorridite, fuggirono a precipizio; la "Domenica del Corriere" del 26 maggio 1955 riferì l'episodio, che appare quasi unico nel suo genere. (5) Una possibile spiegazione è che la povera donna, in punta di morte, sia stata sopraffatta da pensieri angosciosi e che abbia involontariamente evocato quella creatura: ricordiamo che, secondo molte credenze, al momento della morte fisica la mente libera una particolare energia psichica, specie se gli ultimi istanti di vita sono accompagnati da ansia, sgomento, terrore: è proprio di questa energia che si abbeverano i satanisti dediti alla magia nera e ai sacrifici umani. Un'altra ipotesi è che fra quelle diciotto persone, che si erano raccolte intorno al letto della donna, ve ne fosse qualcuno che possedeva notevoli poteri medianici e che, involontariamente o anche volontariamente, abbia materializzato il mostro con la forza del pensiero. In quest'ultimo caso si sarebbe trattato di un'operazione di magia nera, volta probabilmente ad affrettare il decesso della malata o, forse, a renderne più crudele e angosciosa la morte; sta di fatto che, il giorno dopo, Domenica Fedele venne trovata morta e la casa venne fatta benedire un'altra volta per allontanare eventuali presenze maligne.
Perfino scienziati dei nostri giorni, psichiatri e gruppi di potere militare si sono interessati al principio dei "tulpa"; Lynn Picknett e Clive Prince, nel libro-inchiesta "Il complotto Stargate", descrivono il tentativo di oscuri centri di potere politico-militare di evocare i nove dei di Eliopoli, ossia di resuscitare l'antica religione egiziana, per i loro fini di dominio mondiale.

"La formulazione del mito di Atum comprende perfettamente anche l'idea di "inseminazione" dell'universo con la vita. Forse i sacerdoti eliopolitani sapevano davvero come la vita si origina e si diffonde nell'universo.
Tale dunque era la "primitiva" religione dell'antico Egitto, governata dalla grande enneade: i nove che rappresentavano tutta la vita e tutta la saggezza. L'antica civiltà egizi, così spesso sottovalutata anche dai nostri studiosi più eruditi, continua ad affascinare con misteri che ci mandano il loro richiamo dall'antichità. Ma avremmo scoperto che c'è in giro qualcosa di nuovo, un improvviso, inspiegato interesse per i segreti perduti degli egizi e un vortice di misteriose attività tra le loro più venerabili rovine. Qualcosa di strano sta succedendo a Giza, qualcosa che è intimamente connesso con l'inizio del nuovo Millennio e del ventunesimo secolo. Individui e organizzazioni cercano il sapere perduto degli adoratori dei nove per loro specifici scopi. Stanno per intraprendere un'impresa immensa, forse addirittura catastrofica: appropriarsi dei misteri per i loro fini, osando perfino tentare l'impensabile: sfruttare perfino gli stessi antichi dei." (6)

Lo scrittore H.P. Lovecraft, da parte sua (secondo lo studioso inglese Colin Wilson) tentò - forse inconsapevolmente - di richiamare sulla Terra i Grandi Antichi, divinità primordiali capaci di scendere dalle stelle mediante una "porta" magica. Secondo questa interpretazione, gli dei sono "letteralmente" creazioni della psiche umana, portati all'esistenza dalle invocazioni, dalle preghiere e da appositi cerimoniali magici. La teoria di Lovecraft sugli dèi spaziali è basata sul potere evocatore di certe preghiere e di certi riti da parte degli esseri umani: per mezzo di essi, si può aprire una sorta di "porta" interdimensionale, attraverso la quale le entità "maledette" sono in grado di penetrare nel nostro "continuum" spazio-temporale (donde furono cacciate, in epoche immemorabili, da altri esseri - i cosiddetti "Grandi Antichi" - che li avrebbero "esiliati" negli "intermundia" siderali. L'idea che entità spirituali possano essere evocate e perfino "create" da un determinato orientamento psichico degli esseri umani, nonché dal compimento scrupoloso di riti ben precisi, è un'idea tipicamente magica, propria non solo della magia dei cosiddetti "primitivi", ma anche dei maghi colti del Rinascimento: Johann Reuchlin, Cornelio Agrippa di Nettesheim, Teofrasto Paracelso, John Dee, Gerolamo Fracastoro e Gerolamo Cardano. Inoltre è un'idea che sembra ricollegarsi alla "Cabala", poiché il pensiero cabalistico pone una precisa relazione tra il potere dei nomi e la capacità di agire in maniera magica sulla realtà naturale. (7)

Esperimenti condotti in moderni laboratori tenderebbero a dimostrare che, se un gruppo di persone si concentra col pensiero su un personaggio immaginario avente determinate caratteristiche stabilite in precedenza, questo tende effettivamente a manifestarsi mediante fenomeni paranormali (a meno che questi ultimi siano un prodotto dell'inconscio degli sperimentatori). Tale, ad esempio, è stata l'esperienza fatta da un gruppo di membri della "Society for Psychical Research" di Toronto (Canada), nell'estate del 1972, decisero di condurre un esperimento delle forme-pensiero "creandone" una a tavolino. Provarono a evocare un individuo del tutto immaginario. inventandosi la sua biografia: un nobile inglese del 1600 di nome Philip, di religione cattolica, che perì suicida in seguito all'accusa di stregoneria rivolta dalla moglie alla sua amante. Ebbene, nel corso delle sedute settimanali il tavolino intorno al quale si riunivano cominciò ad agitarsi, mentre strani scoppi si udivano nella stanza; e, alla domanda se fosse lo spirito di Philip a produrre tali fenomeni, si udirono dei colpi di risposta, dopo di che si avviò una serie di autentiche conversazioni con lo spirito.

"Come c'era da aspettarsi, questi colpi, per i quali non fu possibile trovare nessuna spiegazione razionale, rispondevano in completo accordo con la biografia fittizia di Philip. Se all'entità veniva posta una domanda per cui il gruppo non aveva mai creato un'adeguata risposta, il tavolino emetteva soltanto strani stridori.
I colpi e i movimenti si facevano più forti a misura che duravano le sedute. I membri del gruppo riferirono che il tavolino si sollevava su una gamba sola e perfino levitava, e inoltre che dimostrava perfino un acrimonioso senso dell'umorismo. Se qualcuno cercava di sedergli sopra per immobilizzarlo, una forza improvvisa lo faceva ruzzolare sul pavimento. Certe volte, poi, i colpi lasciavano i confini del tavolino e si facevano sentire in altri punti della stanza.
Questi esperimenti ebbero un esito così spettacolare che il gruppo di Toronto cominciò a dubitare dell'esistenza di spiriti autentici, e dichiarò che il tipo di comportamento che faceva pensare alla presenza di uno spirito poteva essere attribuito a una forma psichica creata unicamente attraverso i poteri della mente." (8)


Anche una strana figura di "outsider" americano, Walter M. Germain, ex funzionario di polizia e curioso indagatore delle forze magiche della mente, si è occupato delle forme-pensiero nel suo libro "I segreti poteri del superconscio", in cui scrive fra l'altro:
"Se si desidera sviluppare queste energie interne, non si deve ricorrere alla scusa di non essere nati con queste facoltà o a quella di dover subire un improvviso incidente capace di rivelarle.
Tutto il processo riguarda la vostra interiorità, ed è qui che dovete sviluppare le facoltà che desiderate, è qui che potete dare a voi stessi la felicità, la bellezza, la ricchezza di una esistenza lunga e piena di successo. Un autocontrollo simile è di comune pratica in Tibet, i cui abitanti passano molti anni in ritiro solitario, praticando la concentrazione e la meditazione fino a raggiungere il grado necessario per l'uso cosciente di queste facoltà eccezionali. Una grande quantità di Tibetani si rende conto che le facoltà straordinarie del cervello sono state concesse a tutti noi, e accettano il fatto che queste forze facciano pienamente parte del Piano Divino di devozione. Poiché dedicano tanto tempo all'autocontrollo delle energie mentali, coloro che possono raggiungere un ottimo grado di concentrazione, sono capaci, si dice, di visualizzare le immagini formate dentro loro stessi, creando così delle specie di "fantasmi", uomini, animali, paesaggi, oggetti. Essi affermano che questi "fantasmi" appaiono sempre come miraggi, ma sono proprio tangibili, e dotati di tutte le facoltà e le qualità naturali degli animali e delle cose di cui sono apparizioni.
Per esempio: il "fantasma" di un cavallo visualizzato, può di fatto trottare e nitrire. Il cavaliere "fantasma" potrà cavalcare l'animale, parlare al viandante, e comportarsi in ogni modo come una persona normale. Una casa "fantasma" potrà dare asilo a dei veri viaggiatori. Può sembrare incredibile come una favola, invece è completamente vero." (9)


Ricapitoliamo.

Il pitecantropo di Franek Klusky toccava e leccava i partecipanti alla seduta spiritica. L'entità evocata dal gruppo di Toronto faceva muovere il tavolo e produceva forti colpi nella stanza. Il cavallo materializzato dai Tibetani può nitrire, galoppare, portare in sella un cavaliere, e la casa materializzata (un po' come il castello del mago Atlante nell'"Orlando Furioso" di Ariosto) può offrire ricovero a delle persone reali. Si tratta di effetti fisici concreti, non apparenti. Pertanto queste creature della mente, a un certo punto, possono raggiungere non solo una completa autonomia (come il monaco evocato dalla David-Neel) ma anche interagire fisicamente con l'ambiente, esattamente come se fossero, in tutto e per tutto, creature del mondo fisico. Non si tratta di illusioni, né di sostanze semi-materiali, come quelle prodotte normalmente nelle sedute medianiche da "medium" in stato di trance, ma di oggetti aventi tutte le caratteristiche fisiche e chimiche dei corpi esistenti in natura.
Ma vi è di più. La forza del pensiero o, nel contesto della cultura religiosa, la forza della preghiera, è in grado di "modificare radicalmente" degli oggetti e perfino dei paesaggi.
Vi è una novella di Boccaccio che descrive la fioritura di un giardino, nel cuore del crudo inverno friulano, operata da un mago in una sola notte, senza far ricorso ad alcun mezzo materiale. (10) Si dirà che questa è letteratura. Eppure abbiamo testimonianze di fatti analoghi che sono realmente accaduti nel corso della storia e che sono stati osservati da numerose persone e tramandati da testi scritti. Ricordiamo, fra tutti, due episodi che ebbero come protagonisti due eminenti figure della tradizione cristiana: sant'Alberto Magno (1183 ca.- 1280) e san Giovanni Bosco (1815-1888). Cominciamo dal primo, così come è stato tramandato da cronisti del XIII secolo.

"Alberto non ci dice se riuscì a fabbricare l'oro, ma secondo la tradizione popolare possedette la famosa pietra e compì altri prodigi di natura magica. Quando convitò in Colonia Guglielmo II conte d'Olanda, benché si fosse nel colmo dell'inverno, fece apparecchiare le tavole nel giardino del convento. Gli ospiti lo trovarono ricoperto di neve, ma si erano appena seduti che la neve sparì ed il giardino olezzò di fiori fragranti, mentre gli uccelli volavano intorno come d'estate e gli alberi s'ammantavano di verde. Lo stesso prodigio avrebbe ottenuto in tempi più vicini a noi il dottor Faust, ma questi produsse i suoi fiori invernali con la magia naturale, come Alberto, ma con la magia nera e con l'aiuto del diavolo." (11)


Il secondo episodio, relativo a san Giovanni Bosco, è molto più vicino a noi nel tempo: risale, infatti, al 1862. Siamo in Piemonte, nel mese dicembre: è nevicato abbondantemente la campagna è ricoperta da uno spesso strato di neve.

"Nel tardo dicembre del 1862, don Bosco venne invitato dai marchesi di Sommariva, suoi benefattori.
Durante quei giorni, la neve era caduta abbondantemente su tutto il Piemonte. La temperatura era rigida e il cielo, colore del piombo, minacciava dell'altra neve.
Il giardino del castello dei marchesi di Sommariva era quasi sepolto sotto uno strato di neve. Don Bosco si fermò a guardare quello spettacolo insolito della natura. Guardò quella immensa distesa bianca; guardò il giardino e soprattutto i grandi rosai...
Il giorno dopo, i marchesi di Sommariva videro con meraviglia e con una certa apprensione che il brullo rosaio era quasi completamente fiorito.
Questo episodio venne in seguito testimoniato da diverse persone. Degne di fede. (...)
E non basta. Sembra che le rose fiorite nel giardino dei Sommariva siano durate parecchi giorni, senza risentire minimamente della temperatura particolarmente rigida." (12)


Si noterà che abbiamo accostato la materializzazione del "pitecantropo" di Klusky a quella del monco della David-Neel e alla fioritura invernale di Alberto Magno e di Giovanni Bosco: fenomeni apparentemente diversi. In realtà, a nostro parere sono più simili fra loro, che non le materializzazioni di "medium" quali Eusapia Palladino, perché - a differenza di quelle - si tratta di operazioni volontarie della mente conscia, e non dell'evocazione di entità estranee. Quanto alla fioritura invernale del giardino, lo sciogliersi della neve, il verdeggiare delle fronde e il ritorno degli uccelli sono fenomeni "fisici" che modificano l'ambiente in modo radicale e che non possono essere spiegati in termini di suggestione. Se lo scioglimento della neve fosse stato solo apparente, per esempio, gli ospiti olandesi di Alberto Magno non avrebbero potuto sedersi all'aperto nel giardino del convento di Colonia.
A questo punto non possiamo evitare di chiederci da dove provengano gli oggetti, le piante, gli animali e gli esseri umani materializzati dalla mente di soggetti particolarmente dotati (o da mistici particolarmente ispirati). Vengono da un altro mondo, da un'altra dimensione? E dove vanno a finire quando vengono smaterializzati?
I cultori della Tradizione parlano, a questo proposito, dell'Akasa, una realtà dimensionale diversa dalla nostra, ma in qualche modo parallela e, a determinate condizioni, comunicante con essa, alla quale possono accedere appunto le persone dotate di particolari poteri.
Si tratterebbe di una sorta di grande "deposito cosmico" ove sussistono, in una condizione intermedia tra la fisica e la psichica, tutti gli enti che sono stati, che sono e che saranno, tutti i mondi possibili che la mente può evocare, compresi i sogni a occhi aperti dei bambini.
Lo stesso Klusky, da bambino, si ritraeva per ore e ore in un misterioso "Regno della Talpa" popolato di creature simili a quelle di "Alice nel paese delle meraviglie". Quando i suoi familiari gli chiesero una qualche prova della realtà di quel magico mondo, poterono udire distintamente, nel silenzio della stanza, i movimenti felpati di un essere che ricordavano quelli della talpa: essere che, evidentemente, aveva varcato il debole confine esistente fra la nostra dimensione e quella del "deposito cosmico" ove vivono, di una loro vita misteriose, le creature del sogno, del desiderio, dell'immaginazione - e anche, a quel che paure, quelle della paura e del terrore (si ricordi la creatura demoniaca di Sinopoli).
"Akasa" è un termine indù che significa "spazio", pertanto indicherebbe uno spazio, non in senso strettamente fisico, o - se si preferisce - una dimensione, in cui gli eventi vengono "registrati" e che persone dotati di particolari facoltà sarebbero in grado di "leggere", vedere o udire. Una dottrina di questo tipo si trova nei testi teosofici di Helena Petrovna Blavatsky; ella, anzi, sosteneva che proprio grazie a queste "letture akasiche", oltre che alla consultazione del libro "proibito" "Le stanze di Dzyan", era stata in grado di ricostruire la storia segreta dell'umanità. Il discredito in cui è caduta l'opera della Blavatsky (al di fuori, ovviamente, degli ambienti teosofici) non ha reso un buon servizio alla dottrina dell'"Akasa" che, tuttavia, presenta aspetti indubbiamente interessanti e atti a spiegare una serie di fenomeni, fisici e psichici, che altrimenti sarebbe pressoché impossibile interpretare alla luce delle nostre attuali conoscenze.

Ecco come Leo Talamonti, che si rifà, a sua volta, al filosofo ed esoterista Julius Evola, sintetizza questa dottrina:
"Né si può trascurare un concetto caro ai cultori della tradizione: quello di "Akasa". Secondo Evola, sarebbe una sorta di "etere vitale" che tende a confondersi con l'idea stessa dello spazio, ma di uno spazio "vivo", e altresì "saturo di ogni specie di qualità e di intensità". Si tratta di una "mistica sostanza-energia onnipervadente, più immateriale che materiale, più psichica che fisica, spesso concepita come 'luce', distribuita secondo saturazioni varie nelle varie regioni, sì che ciascuna di queste appare possedere virtù proprie e partecipare essenzialmente alle potenze mistiche che vi risiedono". Affine a questa sarebbe un'astrazione concepita da molte popolazioni primitive: il Mana."


Se tutto questo è vero, o almeno accettabile come ipotesi di lavoro, ne consegue che i confini fra la nostra dimensione e l'"altra" sono molto più sfumati ed elastici di quanto comunemente si creda. I nostri pensieri sarebbero quindi oggetti che vivono una vita indipendente e che noi, evocandoli, possiamo far passare nella nostra dimensione. Ma non siamo stati noi a crearli: essi esistevano già e continueranno ad esistere, in uno stato intermedio tra il fisico e lo psichico, in qualche piega sconosciuta del "continuum" spazio-temporale. Lo scrittore non inventerebbe i suoi personaggi, né il pittore i suoi paesaggi; e il bambino solitario non inventerebbe i suoi segreti compagni di gioco. Quelle creature dall'ambiguo statuto ontologico "esistevano già" e, in determinate circostanze, possono entrare nel nostro mondo, agendo anche indipendentemente dalla nostra volontà.
Fino a che punto? Possono, ad esempio, costituire un pericolo, una minaccia per le persone che li hanno materializzati? Possono arrivare al punto di distruggere colui che ha aperto loro la porta della nostra dimensione?
Domande difficili, alle quali non siamo in grado di dare una risposta certa.
Tutto quel che ci sentiamo di dire, onestamente, è che non è bene sottovalutare certe forze e che non si può giocare impunemente con quello che non conosciamo abbastanza. Ce ne sono anche troppi, in giro, di apprendisti stregoni.
Certe porte, è saggio lasciare che rimangano chiuse...


Note:

1. Holroyd Stuart, "Oltre i confini della mente", nella enciclopedia monotematica Il mondo dell'occulto, traduzione italiana Rizzoli Mailing, Milano, 1976, p. 55.
2. Idem, pp. 55-57.
3. David Neel, Alexandra, "Mistici e maghi del Tibet", La Spezia, Fratelli Melita Editori, 1990.
4. Cfr. Lamendola Francesco, "La scelta" (saggio filosofico), nota n.8, sul sito di Arianna Editrice.
5. Talamonti Leo, "Universo Proibito", Milano, Mondadori, 1969, pp. 245-48.
6. Picknett Lynn-Prince, Clive, "Il complotto Stargate", 1999; traduzione italiana Milano, Sperling & Kupfer, 2002, p. 9.
7. Cfr. Lamendola Francesco, "Gli dèi mostruosi venuti dallo spazio. Letture e riflessioni sull'opera di H. P. Lovecraft".
8. Berlitz Charles, "Il libro dei fatti incredibili ma veri", trad. it. Milano, Rizzoli, 1989.
9. Germain Walter M., "I segreti poteri del superconscio", New York, 1965; traduzione italiana Roma, Edizioni Mediterranee, 1991, pp. 78-79.
10. È la novella quinta della giornata decima del "Decameron". Cfr. Lamendola Francesco, "Il giardino d'inverno", sulla rivista "Graal", n. 9, maggio-giugno 2004.
11. Seligman Burt, "Lo specchio della magia", traduz. it. Roma, Gherardo Casini Editore, 1965, p. 204.
12. Baschera Renzo, "Le profezie di don Bosco", Padova, MEB, 1988, p. 75.




 
Last Update: 06/01/2017
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